Il mio corpo fu violentato un’altra volta

31 maggio 2008
Ho avuto un’infanzia traumatica. Mio padre abusava sessualmente di tutti e tre noi figli, e maggiormente di me. Quando mia madre e mia sorella tentavano di resistere, lui era così sistematico, sprezzante e meschino che prima mia madre e poi mia sorella divennero psicotiche. Vidi mio padre pagare 600 dollari in contanti per far abortire mia sorella. Mia madre tentò di uccidermi. Non pensavo di avere alcun tipo di valore o diritti o che i miei sentimenti avessero valore o dovessero essere creduti o seguiti.
Era l’ottobre del 1972. Ero sposata da circa quattro mesi. Stavo usando metodi contraccettivi ma non funzionarono. Volevo il bambino ma mio marito no. Mio marito era a scuola ed io stavo mantenendo entrambi così pensai che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista ed irragionevole. Mio marito mi trascinò da Planned Parenthood [industria abortista americana che effettua ogni anno centinaia di migliaia di aborti], dicendo: “Non è per abortire, è solo per parlare, per avere delle opzioni”. L’assistente di Planned Parenthood mi urlò in faccia, chiamandomi immatura ed accusandomi di giocare perché resistevo all’idea di abortire. Lei mi disse che avrei dovuto abortire immediatamente perché dopo otto settimane diventa più complesso e pericoloso. Sarei volata a New York, dove gli aborti erano legali, ed avrei abortito là. Non c’era tempo per pensarci.
Pensavo che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista. Mio marito e l’assistente sembravano considerarmi male. Pensai: Mio padre non mi ha voluta; mio marito non vuole questo bambino. Mio padre prendeva a calci mia madre; mio marito mi picchia quando si arrabbia. Entrambi abbiamo avuto violenze sessuali nella nostra storia. Il mio intero essere disse “NO!” alla possibilità di ricreare la mia infanzia. Così acconsentii all’aborto.
Volai a New York. Il furgone dell’aborto ci prese all’aeroporto. Ero così sconvolta di tutta la traversia che la mia temperatura salì a 37,8° e misero un segno (T=37,8) sulla cartella che mi portavo dietro. Andammo in varie stanze. Nella prima stanza scrissero la mia storia ed i dati vitali. La seconda stanza era aperta e piena di letti – niente sipari né tramezzi, nessuna riservatezza. Fummo tutte messe in fila e ci fecero l’iniezione. Era clinicamente ben fatto ed impersonale. Chiesero ciascuna di noi se volevamo la peridurale o l’anestesia generale. Scelsi l’anestesia generale per evitare tutto ciò che potevo di questa esperienza. Mi svegliarono e mi dissero di camminare per smaltire l’anestetico più velocemente anche se mi sentivo ubriaca e dolorante. Mi portarono in un angolo e mi spiegarono che siccome ero RH negativa, dovevano farmi un’iniezione. Fummo poi ammassate in un’altra stanza e ci diedero istruzioni di non fare sesso o bagni per sei settimane e che potevamo avere “sintomi come quelli delle mestruazioni” fino a sei settimane dopo. Ci diedero lezioni sulla contraccezione in modo che non capitasse più. Tutta l’esperienza fu vergognosa anche nell’offuscamento del torpore. Il furgone dell’aborto ci riportò all’aeroporto. Siccome ero tra le prime, andai su uno dei primi aerei. Quando mio marito mi trovò che girovagavo per l’aeroporto, mi manifestò paura che io avessi fatto marcia indietro dalla procedura.
È molto difficile per me separare gli effetti dell’aborto e della violenza sessuale. Sento l’aborto come un’estensione della violenza sessuale. Credevo di non avere diritto di prendere la mia decisione; il mio corpo fu violentato un’altra volta dalle preoccupazioni egoistico di qualcun altro. Il movimento femminista lavorava duramente per la legalizzazione dell’aborto allora. Penso ora che fu questa la ragione per cui io fui spinta così duramente dall’assistente di Planned Parenthood. Avrei potuto dire “no” a mio marito ed avrei potuto dire “no” all’aborto, ma non avevo risorse per nessuna di queste due cose.
Non riuscivo a rimanere incinta dopo l’aborto. Non so se fu per via del danno fisico o del trauma psicologico. Ho avuto una serie di gravidanze isteriche nei cinque anni seguenti l’aborto.
Penso che l’aborto abbia ucciso il mio matrimonio. Qualcosa è morto in me e mi distaccai e (anche per altre ragioni) smisi di fidarmi di mio marito.
Divenni cattolica circa sei anni e mezzo dopo l’aborto, forse attraverso l’aborto. Mio marito si stancò del mio desiderio di un bambino, e mi spinse ad andare all’università. Allora ebbi la mia prima esposizione alla Cristianità. Durante il terzo anno andai a messa. Compresi di aver trovato la mia casa e niente poté impedirmi di diventare cattolica, neanche le forti obiezioni di mio marito. Se ne andò. Dopo alcuni mesi il divorzio fu definitivo, entrai nella Chiesa Cattolica.
Poiché Dio mi ha portato nella Sua Chiesa dopo l’aborto, so che Egli mi ama e non me lo rinfaccia. Sebbene io rimpianga fortemente l’aborto, non sento un grande senso di colpa, non conoscevo Dio, ho fatto la mia scelta in mezzo a distorsioni ed a mancanza di risorse. Ho pregato per il bimbo che non è mai nato. Il dolore è allo stesso tempo sottile e stupito. È difficile separarlo dall’altro trauma. A volte mi sembra che l’aborto abbia avuto un piccolo effetto, ma quando lo tocco, piango lacrime profonde e senza fine e a volte torno ad avere quella misteriosa temperatura di 37,8 gradi.
Ho cercato guarigione da un prete, una suora ed un terapeuta. Fui ancor più ferita dal prete e dalla suora. Il terapeuta mi aiutò molto in generale ma non per le ferite specifiche dell’aborto. Penso che i professionisti non comprendano gli effetti dell’aborto, me inclusa.
Poiché non ho avuto il bambino, non potei rimanere incinta dopo, e mio marito se ne andò perché volevo essere cattolica, e sono totalmente sola. Vivo sola, passo le vacanze sola, sono sola quando sto male o sono ferita. Penso che Dio abbia usato l’aborto per portarmi a Lui (Dio è sorprendentemente meraviglioso!) e questo ha cambiato ogni cosa per il meglio e ha reso i sentimenti degni di essere provati e la vita degna di essere vissuta . (“O felice colpa!”)

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1743.htm
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Non voglio che le donne soffrano come ho sofferto io

30 maggio 2008
Mio marito insisteva: “faresti meglio a sbarazzartene”. Parlai ad un medico e disse che potevamo dire che avevo il morbillo e, siccome avevo già un figlio handicappato, non me ne serviva un altro. Non mi era passato per la mente che stavo abortendo un bambino.
L’aborto fu orribile. La gravidanza era molto più avanzata di quel che pensavamo. Mi sottoposero all’isterectomia perché mi feci anche legare le tube. Non chiesi niente per il dolore perché pensavo di dover soffrire per ciò che facevo.
L’istante in cui mi svegliai nella sala compresi che era sbagliato. Non passa settimana che non ci pensi. Mio marito non ne ha mai parlato e forse non ne discuterà mai. Nei cinque anni successivi all’aborto ho cercato di suicidarmi. È stato un crollo mentale.
Sono stata “salvata” per circa 20 anni ed alla fine mi sono arresa a Dio, ma prima di questo mi sono sentita colpevole tutto il tempo e cercavo di non pensarci in tutti questi anni e lo tengo come un segreto profondo e oscuro. Ho ancora paura che mia figlia lo scopra.
L’aborto ha cambiato la mia vita perché ha complicato e reso peggiore la mia situazione. La mia salute mentale si era deteriorata e tutto ciò che volevo era morire. Ora sono pro-life. Non voglio che le donne soffrano come ho sofferto io.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1745.htm


Allora pensavo di essere informata

29 maggio 2008
Mi sentivo intrappolata dalla situazione, non mi sono permessa di considerare alternative e nessuno ne offriva. Il padre del bambino fornì aiuto finanziario ed il mio miglior amico mi diede sostegno emotivo.
Allora pensavo di essere informata, pensavo di sapere tutto ciò che poteva fare la differenza. Non avevo mai sentito parlare di disturbo post abortivo o che avrebbero potuto esserci problemi emotivi dopo.
La procedura abortiva non andò bene. Il medico non era soddisfatto con la quantità di “tessuto” rimosso dalla prima suzione e procedette a farla una seconda volta. Non era ancora soddisfatto e mi consigliò di andare immediatamente a fare un’ecografia per una gravidanza tubarica. Questo fu terribilmente stressante.
Dopo l’aborto cominciai a soffrire di depressione, comportamento autodistruttivo e grave rabbia cieca. Le relazioni che avevo cominciarono a deteriorarsi rapidamente. Non collegavo questi problemi all’aborto e quando cercai di fare il collegamento mi dicevano che ero matta. Cominciai a crederlo. Finalmente un giorno nella biblioteca, presi il libro “Donne abortite”. Mi sembrava di aver trovato un amico perso da tanto tempo.
Per affrontare l’aborto, sono andata da un terapeuta. Cercando il perdono di Dio, sono riuscita a perdonare le persone implicate. Il perdono per me stessa è stato più lento e ancora mi trovo a pensare “che cosa sarebbe successo se”.
L’aborto ha cambiato la mia vita perché è stata l’esperienza più traumatica della mia vita. È stato nei miei pensieri ogni giorno. Man mano che crescevo nel Signore e provavo il processo di guarigione, ho cominciato ad essere d’aiuto, ed ora partecipo al sostegno post aborto.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1681.htm

L’esperienza più traumatica della mia vita

29 maggio 2008
Mi sentivo intrappolata dalla situazione, non mi sono permessa di considerare alternative e nessuno ne offriva. Il padre del bambino fornì aiuto finanziario ed il mio miglior amico mi diede sostegno emotivo.
Allora pensavo di essere informata, pensavo di sapere tutto ciò che poteva fare la differenza. Non avevo mai sentito parlare di disturbo post abortivo o che avrebbero potuto esserci problemi emotivi dopo.
La procedura abortiva non andò bene. Il medico non era soddisfatto con la quantità di “tessuto” rimosso dalla prima suzione e procedette a farla una seconda volta. Non era ancora soddisfatto e mi consigliò di andare immediatamente a fare un’ecografia per una gravidanza tubarica. Questo fu terribilmente stressante.
Dopo l’aborto cominciai a soffrire di depressione, comportamento autodistruttivo e grave rabbia cieca. Le relazioni che avevo cominciarono a deteriorarsi rapidamente. Non collegavo questi problemi all’aborto e quando cercai di fare il collegamento mi dicevano che ero matta. Cominciai a crederlo. Finalmente un giorno nella biblioteca, presi il libro “Donne abortite”. Mi sembrava di aver trovato un amico perso da tanto tempo.
Per affrontare l’aborto, sono andata da un terapeuta. Cercando il perdono di Dio, sono riuscita a perdonare le persone implicate. Il perdono per me stessa è stato più lento e ancora mi trovo a pensare “che cosa sarebbe successo se”.
L’aborto ha cambiato la mia vita perché è stata l’esperienza più traumatica della mia vita. È stato nei miei pensieri ogni giorno. Man mano che crescevo nel Signore e provavo il processo di guarigione, ho cominciato ad essere d’aiuto, ed ora partecipo al sostegno post aborto.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1681.htm

Non m’importava di essere viva o morta

28 maggio 2008
Ero incinta di otto settimane del mio ragazzo di tanti anni. Nessun altro sapeva che avevo un urgente bisogno di “sbarazzarmi” di questo problema ed il mio ragazzo non voleva sposarsi. Avevamo fatto sesso prematrimoniale quando avevo scoperto che mio papà aveva una relazione. Pensavo che il sesso prima del matrimonio fosse anche per me!
Non mi diedero abbastanza informazioni sull’aborto. Ho pianto istericamente tutto il tempo e mi consigliarono solo riguardo a come non farlo accadere ancora.
L’aborto fu molto doloroso fisicamente (feci una D&C [tecnica abortiva in cui il bambino viene fatto a pezzi ed estratto dall’utero]). Sento ancora il rumore della suzione e ne ho degli incubi. Mi sentivo di poco valore, le infermiere ed i medici mi facevano correre come se stessero radunando del bestiame. Mi sentivo intontita dopo, molto vuota e con un forte senso di perdita anche se non lo consideravo un bambino.
Ho sofferto di anoressia per circa un anno e mezzo perché mi sembrava di dovermi punire con sovradosaggi di lassativi. Mi negavo relazioni ed amicizie. Per circa otto mesi dopo l’aborto ho bevuto pesantemente alcool e sono stata sessualmente attiva. Non m’importava di essere viva o morta.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1673.htm


Mi sembrava che le mie viscere venissero strappate via

27 maggio 2008
Mio marito ed io eravamo sposati da due anni. Rimasi incinta mentre prendevo la pillola. Non potevamo permetterci il bambino (così pensavamo) così abortii.
Fu un’esperienza dolorosa, orribile. Mi sembrava che le mie viscere venissero strappate via. Urlavo, per quanto il medico me lo permetteva: non tanto. Lo odiavo veramente.
Mi allontanai da mio marito e dalla mia famiglia. Mi odiavo per ciò che avevo fatto. Prima di giungere a Cristo, ero diventata molto arrabbiata ed acida: ero infelice. Mio marito non sapeva che fare. Avemmo molti problemi per molto tempo.
Divenni cristiana e sento di essere stata perdonata e che posso perdonarmi. Sto anche lavorando per un centro d’aiuto alle gravidanze difficili, cercando di aiutare le altre a non commettere il mio errore.
Inizialmente l’aborto mi ha reso una persona molto triste, acida. Ora, penso che mi abbia fatto capire che non potevo più “stare alla finestra”. Voglio prendere posizione per mettere l’aborto fuori legge. È una procedura pericolosa, distruttiva.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1585.htm


Due morti senza senso

26 maggio 2008
Quest’anno, il giorno della Festa della Mamma, ho aiutato mio nipote a mettere dei fiori sulla tomba di sua madre. Anche se Justin ha solo sette anni, cerca di essere coraggioso mentre onora il ricordo di sua madre. Non posso non pensare a quanto lei ne sarebbe fiera.Justin è luminoso e bello. Mi ricorda Mary quando era la mia bambina. Quanto mi spezza il cuore pensare a lui. Sua madre e suo fratello gli sono entrambi stati tolti, uccisi da un aborto non voluto e non necessario. Vorrei potergli dire che è morta in pace. Invece, è morta in modo doloroso, violento e politicizzato, una morte che tormenta la nostra famiglia anche oggi.
Mary aveva solo sedici anni quando nacque Justin. Non era sposata, e coraggiosamente accettò il peso di essere ragazza-madre. Eravamo orgogliosi di lei, orgogliosi del suo desiderio di proteggere e preservare la vita di Justin quando tanti l’avrebbero incoraggiata ad abortire. La nascita del nostro caro Justin ci ha resi tutti più pro-vita che mai.
Due anni dopo la nascita di Justin, Mary fu vittima di uno stupro. Quando l’uomo lo scoprì, lui cercò di farla abortire. Lei rifiutò e non voleva avere niente a che fare con lui.
All’inizio pensava di darlo in adozione. L’aborto era una cosa a cui non avrebbe mai pensato. Ma stava prendendo un antidepressivo a causa della sua depressione bipolare ed il suo psichiatra le disse che c’era una possibilità su 12 che gli antidepressivi causassero danni cardiaci e cerebrali al bambino.
Mary era sconvolta. Come potevano i farmaci che la stavano aiutando fare del male al suo bambino? Come poteva mai abortire? Aveva bisogno di consigli ed assistenza di persone esperte. Andò in un prestigioso ospedale specializzato nella cura della salute della donna. Justin era nato lì. L’assistente sociale (AS) dell’ospedale le promise di aiutarla con informazioni e consulenza.
Quando arrivammo per l’appuntamento, l’assistente mi escluse dicendo che Mary aveva diciott’anni e la seduta era privata. Lei prenotò immediatamente un’ecografia per Mary. Dopo l’ecografia Mary ebbe un’altra seduta con l’AS e fu convinta di aver danneggiato il bambino.
Dopo di che, Mary ci rivelò che le avevano detto che sarebbe stato ingiusto da parte sua affaticarmi per aiutarla a tirar su un secondo figlio, specialmente uno handicappato (stavo già aiutando lei con Justin e prendendomi cura di mio marito che è tetraplegico). Quando ci divenne chiaro che avevano consigliato a Mary di abortire, mio marito ed io la rassicurammo in quanto le statistiche dello psichiatra erano in realtà a suo favore. C’era un 92% di probabilità che il bambino fosse sano. Anche se il bambino avesse avuto problemi, potevamo affrontarli tutti noi insieme. La assicurammo che qualunque decisione avesse preso, noi l’avremmo capita ed amata con tutto il cuore. In seguito lei non disse più nulla dell’aborto.
Ma due settimane dopo l’AS ci chiamò a casa per parlare con Mary. Mary non era a casa, così le dissi che Mary era molto depressa e che piangeva per molto tempo. Le chiesi per favore di fare qualche analisi al feto per rassicurare Mary che il bambino era sano. La sua unica risposta fu di dirmi che aveva bisogno di parlare a Mary privatamente. Mary aspettò alcuni giorni e poi la richiamò. l’AS prenotò immediatamente un esame di pre-ricovero e l’aborto per Mary. Da questo momento in poi Mary divenne molto introversa e dipendente da me per ogni cosa.
Quando portai Mary per il suo check-up pre-ricovero, non mi permisero di parlare ad un medico o fare alcuna domanda. Ancora una volta, ci si aspettava che mia figlia, adolescente e depressa, firmasse documenti e prendesse decisioni mediche di vitale importanza senza il sostegno dei propri cari.
Quando l’appuntamento finì, lei mi disse che il medico l’aveva rassicurata che la procedura non era per niente brutta. Poi mi chiese se poteva ancora cambiare idea in qualsiasi momento. Questo mi dimostrò quanto fosse in realtà fragile ed incerta.
Il giorno dell’aborto le mie paure iniziarono a sopraffarmi. Ma pensai che questo era l’ospedale di punta per le donne dello stato. Sicuramente avrebbe ricevuto le cure migliori. Era nel posto più sicuro possibile. Però, non avevo pace, mio nipote di diciotto settimane stava per morire.
Un’infermiera arrivò con alcune carte da riempire. Mary era nervosa e rispondeva con difficoltà ad alcune domande. Mentre l’aiutavo, l’infermiera mi diede un’occhiataccia. Era chiaramente seccata dalla mia presenza.
Alle 12:45 l’infermiera accompagnò Mary alla sala operatoria dove effettuarono l’instillazione di urea che avrebbe indotto l’aborto. Quando tornò l’aiutai a mettersi a letto, la coprii, asciugai le sue lacrime e l’abbracciai. “Oh mamma” – disse piangendo – “fa veramente male”. Ricordo di averle detto quanto mi dispiaceva che stesse male.
Lasciai l’ospedale alle 17:30 per controllare Justin. Mentre stavo guidando verso casa, mio marito chiamò. Aveva detto a Mary quanto l’amava e che voleva vederla presto. Terminarono la conversazione con una semplice preghiera, un’Ave Maria, chiedendo alla madre di Nostro Signore di “pregare per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.” Questa fu l’ultima volta in cui lui le parlò.
Tornai all’ospedale quella sera, e stetti fino alle 23:00 quando Mary insistette che andassi a casa per stare con Justin. Volevo stare con lei, perché l’aborto non era ancora completo, ma mi rassicurò che mi avrebbe chiamato se si fosse sentita sola. Le diedi il bacio della buonanotte dicendo: “Ti amo… ci vediamo domattina”. Sembrava una bambina in quel letto. Fu l’ultima volta che la vidi viva.
Il mattino dopo alle 9:15 ricevetti una chiamata dall’unità di cure intensive (UCI). L’infermiera disse: “Qualcosa è andato storto. È molto grave”. Volai all’ospedale, mi precipitai nell’UCI, e feci irruzione nella prima stanza che mi capitò. Dietro alla tendina vidi la sagoma di una donna e di un medico che scrivevano in una cartella.
Proprio allora un’infermiera venne fuori a chiedermi chi volessi vedere. Dissi che ero la madre di Mary. Lei ansimò, afferrò le mie spalle e mi spinse fuori dalla porta. Dissi che la volevo vedere; volevo che lei sapesse che ero lì. Disse che non potevo andare perché stavano lavorando su di lei.
Grazie a Dio arrivò la mia amica Charlotte. Sedette con me e mi confortò. Un medico venne due volte a farmi domande su Mary. Ogni volta chiedevo di vederla e mi mandavano via. Poi la sala si riempì improvvisamente di camici bianchi. Un medico sedette davanti a me e mi prese le mani. “Mia figlia è morta, vero?”. Lui annuì: “Sì”.
Non riuscivo a respirare e mi sembrava di sprofondare in un buco. Uno di loro disse che avevano detto a Mary che ero lì. Fui meno che grata per questo piccolo gesto.
Alla fine mi permisero di vederla. Entrammo nella sua stanza e a stento credevo a ciò che vedevo. C’era la mia bella figlia, sfigurata così orribilmente che era quasi irriconoscibile. C’era ancora un tubo che usciva dalla sua bocca e vedevo i denti e le gengive coperte di sangue. I suoi occhi erano mezzo aperti ed il bianco degli occhi era di un giallo scuro. L’unico tratto che non era stato sfigurato erano i suoi capelli. Tutto ciò che volevo fare era abbracciarla. Cercai di metterle le braccia intorno e di darle il bacio d’addio.
Mentre mi portavano alla sala d’aspetto, iniziai a parlare di quanto era bella Mary quando era piccola. Cercavo di capire che cosa avevo visto. Cercavo disperatamente di aggrapparmi alla mia salute mentale. Non sentivo le mie dita mentre telefonavano a mio marito. Avevo un tale dolore che mi sembrava che il mio cuore andasse a pezzi. Gli sussurrai che Mary era morta. Sento ancora il suo pianto.
Il medico di Mary venne da me con un autorizzazione da firmare per l’autopsia. Solo adesso avevano bisogno della madre di Mary. Solo adesso ero importante per firmare i documenti. Firmai, sapendo che sarebbe stato inflitto un ulteriore oltraggio al corpo di Mary, perché dovevo sapere cos’era successo. Perché era morta? Perché era morta da sola, spogliata del suo orgoglio, della sua dignità, della sua autostima?
Ricordo di essere corsa a casa cercando nel cielo qualche segno che Mary era in paradiso. Quando arrivammo a casa, fui felice di vedere che c’erano la famiglia e gli amici che mi mostravano amore e sostegno. Dovemmo concentrarci sul funerale di Mary. Prima di accordarci per la Messa, dissi al nostro pastore che Mary era morta di aborto. Li avremmo seppelliti entrambi quel giorno. Ora lui riusciva a comprendere l’orribile condizione del corpo di Mary.
Dopo l’autopsia, l’agenzia di pompe funebri tentò diverse volte di renderla presentabile per l’esposizione. La prima esposizione fu il 19 agosto 1989. Era il 39° compleanno di mio marito. Il corpo di Mary fu vestito del suo abito per la Cresima. Nelle sue mani c’era un piccolo bouquet rosa da parte di Justin. La Messa per il funerale di Mary fu una festa per la sua vita. Volevamo che Dio sapesse che gli eravamo grati per averci benedetto con questa bella figlia. Gliela restituivamo con lo stesso amore che avevamo per lei quando avevamo chiesto un figlio nostro.
Un mese dopo incontrammo il medico legale per parlare dei dettagli dell’autopsia di Mary. Evitò completamente di rispondere alle nostre domande. Invece di una spiegazione dettagliata, ci consigliò di “andare a casa e cercate di non vergognarvi di vostra figlia”. Ci aspettavamo un’inchiesta sulle procedure dell’ospedale, invece ricevemmo un commento sulle virtù di nostra figlia. Lei era solo una statistica.
Non potevamo permettere che la morte di Mary rimanesse nascosta in un cumulo di statistiche. Sapere la verità avrebbe richiesto un’azione legale, e questo voleva dire che noi e Mary saremmo stati trascinati davanti all’attenzione pubblica e saremmo stati soggetti ai crudeli attacchi degli avvocati della difesa. Però era l’unico modo che avevamo per rompere l’insabbiamento.
Fu molto difficile trovare il giusto avvocato. Per disperazione chiamai Vicki Conroy di Legal Action for Women. Mi diede il nome di un avvocato del Kentucky, Ted Armshoff, membro di un’agenzia legale nazionale specializzata in casi di malasanità relativi all’aborto. Quando parlai alla sua assistente, Josephine, ho capito di aver trovato finalmente qualcuno che si preoccupava più della morte di Mary che del dibattito sull’aborto. Due giorni dopo Mr. Armshoff venne nella nostra città, visionò le cartelle dell’ospedale e il rapporto dell’autopsia e riconobbe che Mary aveva avuto una morte senza senso.
La nostra causa fu registrata nel settembre del 1991. La battaglia legale sta ancora andando avanti e per questo non posso rendere pubblici i nostri veri nomi e molti altri dettagli che identificherebbero gli imputati.
Durante il corso di questa causa, penso che le tattiche difensive siano state senza vergogna. Tra le varie manovre, hanno cercato di discreditarci e farci passare per una famiglia che vuole “lucrare” sulla situazione. Naturalmente sono arrivata a capire che tutto questo è parte della strategia per scoraggiarci.
Grazie alla perseveranza di Mr. Armshoff abbiamo portato alla luce diversi fatti importanti. Nelle deposizioni abbiamo appreso che l’AS non ha mai visto l’ecografia di Mary né ha mai neanche parlato dei risultati con lei. L’AS aveva ordinato l’ecografia per determinare quale tipo di aborto si dovesse usare.
Mary non ha mai visto le parole sulla relazione dell’ecografia che avrebbero cambiato tutto: “Nessuna anomalia rilevata”. Se gliel’avessero detto, non avrebbe mai abortito. Sarebbe stata liberata dal senso di colpa e dalla paura che suo figlio handicappato non fosse adottabile o un peso insopportabile sui suoi genitori e su suo figlio. Questo assistente d’aborto voleva che Mary vedesse una sola scelta; l’aborto. Si sono approfittati di una diciottenne depressa, portandola a prendere una decisione di vitale importanza basandosi su affermazioni incomplete e fuorvianti. Mai una volta hanno parlato del senso di colpa e del dolore che avrebbe passato se lei fosse sopravvissuta al suo aborto “sicuro e legale”. Altrettanto per la “libertà di scelta”.
Abbiamo anche appreso che l’unità abortiva, in questo ospedale universitario, consente agli interni di effettuare l’aborto e le cure successive. Quando Mary si sentì male, fu vista da un interno che era uscito da appena due mesi dall’università. Nonostante i diversi sintomi di infezione presenti quando la esaminò, egli decise di ritardare il trattamento di Mary di un’ora.
Mary non sopravvisse a quell’ora. Dopo 40 minuti era in coma ed in terapia intensiva. Aveva una violenta infezione che stava rapidamente avendo il sopravvento sul suo corpo. Quando Mary fu portata all’UCI era troppo tardi per salvarla. Solo allora, quando era troppo tardi, fu finalmente vista da un medico esperto.
Quando Mary morì, non ci fu un’inchiesta, conferenza, o discussione collettiva condotta dall’ospedale. L’unità abortiva è ancora aperta ed operante come se nulla fosse accaduto. La morte di una giovane madre diciottenne non era una ragione sufficiente per revisionare la loro unità abortiva. Il loro atteggiamento era stato semplicemente di far andare avanti gli affari.
Né ci è sfuggito che non era stata assolutamente espressa alcuna preoccupazione per la morte di Mary da parte dei gruppi di donne “pro-choice”. Perché non esigono giustizia per questa sorella adolescente? Non sono preoccupate del fatto che le mentirono riguardo alle condizioni del suo bambino, del fatto che le fu negata una vera scelta? Non sono preoccupate del fatto che è stata ignorata mentre un’infezione le toglieva la vita? Questa “sorellanza” è una bugia. Neanche un membro di un gruppo pro-choice o di donne, come A.C.L.U. o N.O.W. si è fatto avanti a esprimere simpatia formale o tanto meno indignazione per la morte di Mary. Preferiscono che lei rimanga solo una statistica.
Ma mia figlia non è una statistica. È una persona che merita rispetto. Credo che lei ora sia una persona che vive in Cielo con suo figlio Christopher, anche lui morto in quell’aborto. E lei sta pregando per noi, specialmente per Justin, affinché trovando giustizia troviamo anche guarigione.
Anche noi preghiamo per la giustizia e per la guarigione di tutte le altre famiglie come la nostra che sono state traumatizzate dall’aborto “sicuro e legale”. Per il loro bene, e per il bene di quelli che verranno, non possiamo stare zitti.

I nomi della famiglia “Taylor” in questo racconto sono fittizi. Quando questa azione legale sarà terminata, “Mrs. Taylor” vuole creare una rete con le altre famiglie le cui figlie sono state uccise o gravemente ferite dall’aborto, allo scopo di avere un mutuo sostegno ed il progresso della riforma sociale. Altre famiglie che volessero contattarla a questo scopo possono scriverle presso Ted Amshoff, Swendsen, Amshoff, Maroney, 1385 S. 4th St., Louisville, KY 40208, (502) 634-2554. Mrs. Taylor è stata assistita per trovare rappresentanza legale da Legal Action for Women, (800) 962-2319.

Pubblicato originariamente in The PostAbortion Review 1(3) Fall 1993.
Elliot Institute, PO Box 7348, Springfield, IL 62791-7348
Altro materiale a http://www.afterabortion.org
http://www.afterabortion.org/twodead.html