In estate immaginerò la tua risata

30 giugno 2008
Joe, non è il suo vero nome, ha 41 anni, è cattolico ed è padre di quattro figli. Dopo 20 anni di matrimonio, Joe ha divorziato da sua moglie Sandy (non è il suo vero nome).
Il loro primo figlio John Peter fu abortito per salvare un matrimonio appena cominciato. Joe prova un grande senso di colpa e di vergogna per la perdita di questo primo figlio. Ha scritto una lettera di scuse a suo figlio, chiedendogli perdono. Questa lettera fa parte del suo processo di guarigione.
Quando delle persone si rivolgono a padre Hugo L. Blotsky per essere aiutati ad affrontare la perdita di un figlio nato già morto, o morto per aborto spontaneo o procurato, egli propone loro una breve pratica di guarigione. Far dare al genitore il nome al figlio e fargli scrivere una lettera al figlio morto spesso causa la guarigione ad un livello profondo. Padre Hugo ha suggerito a Joe di scrivere una lettera al figlio abortito John Peter.
Joe ha chiesto a padre Hugo di condividere questa lettera con gli altri così che altri genitori possano essere risparmiati dal dolore e dalla sofferenza che ha passato in questi ultimi, tanti anni. Joe vuole che gli altri sappiano che c’è guarigione per i genitori in seguito ad un aborto.

Mio caro John Peter,
lo scorso fine settimana ho fatto qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa. Ho confessato la tua morte per aborto. John, oggi saresti un giovane uomo di vent’anni, esuberante e vivo. Consentendo il tuo aborto ho peccato contro di te e contro Dio. Perdonami John, perché l’ho fatto per tutte le ragioni sbagliate.
La ragione principale, John, era che ero preoccupato, preoccupato che lo stress che avresti aggiunto alla vita di tua madre potesse rovinare il nostro matrimonio appena cominciato. Però John, ora so quanto avresti aggiunto alla mia vita e quanto l’avresti arricchita, e molto probabilmente anche riguardo alla vita di tua madre. John, cercavo, per giustificare la tua morte, di convincermi eri solo un pacchetto di cellule di tessuto, non più forse di quanto un uovo sia una gallina adulta. Cercavo di convincermi che quello che era accaduto era giusto, che nel distruggere quel tessuto avevo salvato il mio matrimonio. Dopo tutto, pensavo, potremo sempre avere altri bambini dopo. John, da quella sera in poi ho sempre avuto un “nodo” nello stomaco. Provavo come potevo, ma non riuscivo a scacciarti dalla mia mente completamente. Forse questo è il peggior tipo di peccato, figlio mio, il tipo che turba una persona così profondamente. A volte, quando mi venivi in mente, immaginavo quanti anni avresti avuto, che cosa avresti potuto fare a quell’età. James, tuo fratello, mi ha ricordato te a volte e così le ragazze.
John, tu avevi tante potenzialità. Lo sapevi John che avresti potuto essere qualsiasi cosa? Mi vengono ancora le lacrime John, come mi sono venute sabato sera. Sono travolto dal dolore John, e le lacrime non riescono a lavar via il dolore. E tuttavia, piccolo, sono io che sono salvato da te e dalla misericordia di Dio attraverso l’intercessione di Gesù. Vedi, Piccolo, è grazie te che alla fine ho cercato la riconciliazione, non nel solito modo, nel modo in cui andavo a confessarmi, fare la mia penitenza e andarmene senza alcuna sorta di contrizione. Piccolo, è la tua morte e la mia colpa che alla fine mi hanno condotto alla confessione di questo peccato. Sì, l’avevo confessato prima, ma l’avevo fatto tanto per “giocare una carta”, per “stare sul sicuro” solo in caso ciò che avevo appreso fosse vero. Come sai, John, tua madre ed io ora siamo divorziati. Tua madre forse non ha mai confessato questo peccato. John Peter, se puoi farmi un favore, ti chiedo che attraverso Gesù tu operi con Sandy lo stesso miracolo che hai compiuto su di me. Anche la tua mamma era giovane, John. Per lei allora tu rappresentavi quella terribile minaccia alla carriera che aveva scelto. Ti prego, perdona anche lei, John Peter. Ti prego, John Peter, intercedi per noi attraverso Gesù.
Trovo ironico in modo bruciante, Piccolo, che sia io a chiedere tali favori a uno che ho ucciso o, piuttosto, consentito che fosse ucciso. E tuttavia chiedo, Piccolo, perché sono arrivato ad amarti in un modo che è ad un tempo profondo e puro.
In autunno, John, quando le foglie cadono dagli alberi io penserò a te, perché anche tu cadesti dalla vita. Nel freddo dell’inverno, John, la neve mi ricorderà te: perché come la neve tu eri e sei bianco e puro. In primavera, John, penserò a te: perché la nascita della primavera mi ricorderà che anche tu avresti dovuto nascere in questo mondo. John, ti penserò in estate: immaginerò la tua risata. Ti vedrò come avresti potuto essere, un piccolo ragazzo che corre e gioca, che si sbuccia i ginocchi per una caduta. Sentirò la mancanza, John, di tutto ciò che avrei potuto guadagnare dalla tua vita.

Mio Piccolo, John Peter, posso solo ora chiederti di perdonarmi come Gesù e Dio hanno fatto.

Che tu possa riposare tra le braccia di Dio.

Papà

http://www.priestsforlife.org/postabortion/dadgrieves.html

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Apri la bocca in favore del muto, in difesa di tutti i condannati a morte

29 giugno 2008
Mi chiamo Janice Lewis, e sono una donna ferita dall’aborto.
All’età di 18 anni, ho tolto la vita al mio primo figlio. Sebbene la maggior parte di questa esperienza sia offuscata nei miei ricordi, ricordo bene la sequenza di pensieri che hanno portato alla mia decisione. Ricordo di aver pensato: “Se posso farlo entro questo limite di tempo, non è ancora un bambino”. Avevo comprato la bugia che mio figlio era meno che umano.
La Bibbia ha molto da dire sull’aborto.
Giacomo 5,6 dice: Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza.
Proverbi 24,11 ci istruisce dicendo: Libera quelli che sono condotti alla morte e salva quelli che sono trascinati al supplizio. La verità è ciò che tratterrà queste donne, ma dobbiamo parlare chiaro e raggiungerle.
Il verso immediatamente successivo dice: Se dici: «Ecco, io non ne so nulla», forse colui che pesa i cuori non lo comprende? Colui che veglia sulla tua vita lo sa.
È responsabilità di tutti noi lottare per le vite dei nascituri.
Proverbi 31,8 dice: Apri la bocca in favore del muto, in difesa di tutti i condannati a morte.
Per i pastori, so che questo può essere un argomento delicato e scomodo da affrontare. Voglio incoraggiarvi a farvi aiutare da Operation Outcry. Possiamo dire la verità nelle vostre chiese come voci d’esperienza, conoscendo di persona che l’aborto non è una soluzione. Possiamo aiutarvi a favorire la guarigione per gli uomini e le donne delle vostre congregazioni che stanno soffrendo in silenzio con il lutto e la vergogna degli aborti passati. Siamo qui per aiutarvi, per raggiungerli, se scegliete di aprirci le porte ed invitarci.
In onore del mio bambino, di cui porto con me la perdita ogni giorno, continuerò a parlare chiaramente e a dire la verità: l’aborto non ha solo derubato mio figlio della vita, ma ha derubato il mondo di mio figlio.

Janice Lewis è stata, fino a poco tempo fa, direttrice di Operation Outcry per l’Illinois. Il discorso sopra riportato è stato tenuto ad un pranzo di sostegno per Operation Outcry e mi è stata da lei gentilmente inviata per email con permesso di pubblicazione.

Operation Outcry


Lo spettro del bambino non ancora nato era sempre presente

27 giugno 2008

Questa testimonianza è di un uomo ferito dall’aborto.

Trentacinque anni fa ero il capo di un’agenzia governativa responsabile della costruzione di tutte le installazioni del governo per la contea di Suffolk, stato di New York, una contea con circa un milione e mezzo di persone, ed ero molto conosciuto.
Ero anche sposato con sei bambini ma separato legalmente dalla mia prima moglie; lei ha avuto una lunga storia di gravi episodi di disturbi mentali, aveva rifiutato di concedermi il divorzio perché eravamo cattolici.
In questo periodo incontrai Dianne, madre di due bambini. Lei era separata e nel mezzo della separazione. Ci siamo innamorati ed abbiamo cominciato una relazione. Dopo un po’ abbiamo scoperto che era incinta. Mi sono spaventato! Che cosa dobbiamo fare? Avevo paura dello scandalo e dell’imbarazzo che avrebbe causato. Anche se ero “religioso” non ero credente e mi interessava più la mia posizione nella comunità che la mia posizione nei confronti di Dio. Avevo un amico avvocato che mi convinse che l’aborto era l’unica opzione. Dopo tutto il feto era solo un p.d.c. un prodotto del concepimento… un ammasso di cellule.
Grandi bugie vengono propugnate dal manipolo dei fautori dell’aborto, e nella mia ignoranza ho accettato questo come un fatto. Allora ho convinto Dianne ad abortire, senza mai considerare quanto avrebbe influenzato la sua salute fisica e psicologica, né tantomeno la vita del bambino non ancora nato. In seguito ho percepito un cambiamento sfuggente nel nostro rapporto. Eravamo comunque innamorati ma sentivo il suo risentimento verso quella che ho capito essere stata una decisione insensibile ed egoista da parte mia, presa senza considerare i suoi sentimenti sull’argomento.
Poco dopo, mia moglie separata concesse finalmente il divorzio. Dianne accettò la mia proposta di matrimonio ed appena il divorzio fu definitivo ci sposammo e ci trasferimmo in una casa con i suoi due bambini ed i miei più piccoli. I più grandi erano già fuori casa e indipendenti. Noi eravamo una famiglia abbastanza felice, ma lo spettro del bambino non ancora nato era sempre presente, soprattutto intorno all’anniversario dell’aborto. Dianne diventava triste e risentita ed io avevo dei sensi di colpa.
Ma Dio ci ha riservato una sorpresa. Quando la nostra figlia più giovane aveva sedici anni, ci ha informato di essere incinta. Questa volta sapevamo che cosa fare. Siamo stati d’accordo ad aiutarla a portare avanti la gravidanza e a sostenerla per il bambino. Alla fine ha partorito una bella bambina, ha finito la scuola e si è diplomata al liceo. Ci siamo presi cura della bambina come fosse nostra, fino a quando nostra figlia non si è sistemata come ragazza madre in modo indipendente. Dio aveva riempito un vuoto nei nostri cuori.
In quel periodo vivevamo nello stato di New York dove avevo uno studio da architetto. Non avevamo nessuna chiesa e Dio non era una parte importante della nostra vita. Poi mi si è manifestata la coronaropatia. Ho rinunciato alla mia attività e ci siamo trasferiti prima in Florida e poi in Georgia dove viviamo adesso.
In Georgia abbiamo iniziato a cercare una chiesa e gli amici ci hanno condotti alla locale chiesa presbiteriana che abbiamo frequentato per più di dieci anni. Ma io non avevo accettato Gesù Cristo come Dio e Salvatore. Poi attraverso una serie di circostanze insolite che solo Dio poteva disporre, mi sono trovato ad una crociata di Benny Hinn dove sono stato condotto al Signore. Ho accettato Gesù Cristo come mio Signore e mio Salvatore.
Ora Dianne è impegnata in un centro locale di aiuto alla gravidanza dove l’avevano assistita e a suo turno ha cominciato ad assistere altre donne che avevano abortito e ha condotto dei corsi biblici. Questo l’ha condotta a “The Justice Foundation” e “Operation Outcry”, suo impegno attuale. Io ho seguito la sua guida per essere “perdonato e liberato”
Non abbiamo mai dimenticato il nostro figlio non ancora nato, un maschietto, che abbiamo chiamato Davide, e non vedo l’ora di riunirmi a lui in Paradiso. Consiglierei a qualsiasi uomo che abbia preso parte ad un aborto di cercare il Signore ed accettare il suo perdono. Io sono stato finalmente in grado di perdonarmi con il Suo aiuto.

Don Donaudy, figlio di genitori di origine francese e ligure, risiede con la moglie Dianne in Florida. Don e la moglie Dianne hanno partecipato ad iniziative per la vita anche in Italia, Francia ed Israele. Questa testimonianza mi è stata da lui molto gentilmente inviata per e-mail con il permesso di pubblicazione.

http://www.operationoutcry.org
Testimonianza di Dianne Donaudy


È stata la decisione che più ho rimpianto

24 giugno 2008
Avevo 29 anni, ero madre nubile di due figli piccoli e lavoravo a tempo pieno per mantenerci. Avevo una relazione con un uomo da circa sei mesi, quando rimasi incinta. Avevo avuto problemi nel concepire i miei primi due figli, e siccome amavo quest’uomo, ero felice.
Il padre del mio bambino non lo era, e non voleva che lo avessi. I pochi amici che conoscevano la situazione concordarono che avrei dovuto abortire. Una persona (un legale), mi suggerì che se avessi deciso di avere il bambino, avrebbero potuto dichiararmi madre non idonea e farmi perdere la custodia degli altri miei due figli. Che cosa c’entra l’uccidere con l’essere una madre idonea?
Ero stata da un ginecologo e l’organizzazione fu fatta in un ospedale locale. Mentre mi portavano sulla barella per la sala cominciai a piangere, ed il medico mi disse: “Dianne, non devi fare così”, e la mia unica risposta fu: “sì, devo”. È stata la decisione che più ho rimpianto. Quel giorno, così tanto tempo fa, ha creato in me un buco che non si sarebbe mai riempito.
Tutti dicevano che era solo un grumo di sangue, un pezzo di tessuto. Ma io sapevo che era un bambino che stava crescendo dentro di me, ed io volevo disperatamente il mio bambino. Ogni giorno vorrei aver cercato aiuto e non aver ceduto alla vergogna ed alla disperazione: perché ci lasciamo spingere da altri a prendere una decisione che ci segnerà per la vita?
Gli ani passavano, ma il dolore no. Seppellii questa cosa così profondamente dentro che non ne ho mai parlato per quasi 25 anni. Il momento del cocktail divenne un rituale importante: trovavo che l’alcool era eccezionale per offuscare le emozioni. Sognavo di camminare in una stanza o uno sgabuzzino e di trovare il mio bambino e di non ricordare se avevo dato da mangiare o cambiato il bambino. Fu difficile quando nacquero i miei nipotini: il pensiero del mio figlio mancante mi faceva così male. Tutto questo era sepolto dentro. Fuori ero la moglie, nonna, impiegata ed amica impegnata e di buona reputazione.
Com’è che questo diritto della donna a “scegliere”, per cui tanto combattono i fautori dell’aborto, ferisce così tanti, così profondamente, così a lungo? Alcuni anni fa vidi un annuncio in un nostro giornale locale e andai ad un incontro organizzativo di un centro di aiuto alla gravidanza. Per la prima volta ho trovato speranza con la nascita di quel centro. Ho trovato un modo per affrontare le mie emozioni sepolte. Ho frequentato un corso biblico di recupero dall’aborto dove ho trovato il perdono di Dio. Ho anche trovato libertà dall’impedimento che avevo ad aprire la mia bocca e a parlare della mia esperienza. È nato anche un sogno in me e quel sogno è vedere la fine di questo olocausto che è l’aborto.
Anche il mio rapporto con il mio Signore e Salvatore, Gesù Cristo, è stato riparato, ed è per Sua grazia che posso parlare francamente. C’è perdono e c’è libertà dalla schiavitù dell’aborto. Rimpiango di avere abortito. L’aborto ferisce le donne! Ogni giorno donne e ragazze sono incoraggiate a sottoporsi ad una procedura che le segnerà a vita. Ascoltatemi, non siamo straniere e non siamo mere statistiche. Siamo figlie, sorelle e madri. Non possiamo e non staremo più zitte. Le donne si meritano qualcosa di meglio dell’aborto. Dobbiamo andare oltre al rendere raro l’aborto, dobbiamo renderlo non necessario ed impensabile. L’aborto ferisce le donne e non starò MAI PIÙ ZITTA.

Dianne Donaudy risiede con suo marito Donald nella contea rurale di Jackson, Florida. Don e Dianne hanno otto figli tra di loro e quattordici nipotini. Lei ha condotto un corso biblico per donne post-abortive ed ha prestato servizio nel direttivo del locale centro d’aiuto alla gravidanza. Ora presta servizio nel comitato pro-life della Tavola Rotonda dei Governatori ed è la direttrice di Operation Outcry per la Georgia.

http://www.trinityzone.org/operationoutcryga/p3a.html
http://www.silentnomoreawareness.org/signaturead/ad.pdf
http://www.operationoutcry.org
Testimonianza di Don Donaudy


Il più grande rimpianto della mia vita è di non aver seguito il mio cuore

22 giugno 2008
Sono nata a Saipan, isola dell’Oceano Pacifico, quando mio padre lavorava per la CIA. Mentre era incinta di me, mia madre fu esposta alla rosolia e le fecero un vaccino che causò la mia quasi completa cecità alla nascita. Comunque, sono sempre stata trattata come gli altri figli. Andavo a scuola normalmente e ho sempre creduto di poter fare tutto quello che gli altri potevano fare.
Mia madre ed io avevamo un rapporto tempestoso; a 16 anni andai via di casa per vivere con un’amica. Una notte mia madre mi chiamò dopo aver bevuto. Disse che era molto triste per me perché pensava che non avrei mai trovato l’amore e che non mi sarei mai sposata, e che nessuno mi avrebbe voluta. Mi arrabbiai molto per le sue parole, ne fui profondamente influenzata e passai molti anni della mia giovinezza a provare che aveva torto. Questo mi portò a relazioni autodistruttive, impossibili.
Nel 1981 avvennero due eventi che cambiarono la mia vita: rimasi incinta, ed abortii. Quando scoprii di essere incinta ebbi due diverse reazioni. Inizialmente scoppiavo di gioia ed ero piena di meraviglia perché stavo portando mio figlio. Poi mi sentii in colpa e mi vergognai perché il bambino era la conseguenza di una breve storia con un uomo sposato.
Quando parlai ad alcune persone della mia gravidanza, mi consigliarono di abortire. Mi sentii in dovere di dirlo al padre del bambino, non perché mi aspettassi niente da lui, ma perché credevo che avesse il diritto di sapere. Era molto turbato e mi supplicò di interrompere la gravidanza. Disse che il sapere che aveva un figlio in giro gli avrebbe rovinato la vita.
Nel mio cuore volevo profondamente avere il bambino, ma non volevo essere responsabile dell’infelicità di qualcun altro. Decisi di procedere con l’aborto ma cambiai idea alla clinica per aborti ed uscii. Sentii un enorme senso di sollievo, ma dovetti fare i conti con la gente che mi incoraggiava ad abortire, incluso il padre del bambino.
Lacerata dalla decisione che mi si prospettava, vidi uno psichiatra/abortista che pure mi disse che l’aborto sarebbe stata la miglior soluzione in quelle circostanze. Alla fine soccombetti alle pressioni.
Ricordo nitidamente i suoni, il dolore, la sensazione di avere mio figlio strappato dal corpo, ed il vuoto immediato. Il più grande rimpianto della mia vita è di non aver seguito il mio cuore e di non avere avuto il coraggio, attraverso le mie convinzioni, di far nascere il mio bambino.
Per anni ho cercato di reprimere questo ricordo. Non parlavo mai di questo “segreto” del mio passato. Facevo sogni, a volte incubi, e a volte riguardavano la mia bambina viva, che parlava, ed abbastanza avanti per la sua età.
Dopo alcune relazioni autodistruttive con uomini, mi impegnai a rinunciare agli uomini e per tanti anni continuai a non avere relazioni strette. Recitavo sempre il ruolo del consigliere, li aiutavo con i loro problemi ma stando molto cauta riguardo a me stessa.
Cominciai la mia via di guarigione quando udii un’amica che raccontava la storia del suo aborto in una radio su internet. Questo ebbe un profondo effetto su di me ed in seguito seguii un programma di recupero dall’aborto attraverso la Vigna di Rachele.
Attualmente rispondo ad un telefono verde nazionale per la Vigna di Rachele di sera e nei fine settimana. Faccio anche volontariato per il telefono nazionale due giorni alla settimana. Ricevo centinaia di telefonate su entrambe le linee da donne e uomini di tutto il paese che raccontano le loro tragiche storie di aborto e che cercano qualcuno che li ascolti, capisca e in molti casi li aiuti a portare il proprio peso. Indirizziamo queste donne e questi uomini a programmi di recupero dall’aborto per cercare di alleviare il loro peso, ma il loro dolore non se ne va mai davvero via. Dopo aver lavorato per aziende private per diversi anni, ho deciso di dedicare la mia vita a dire la verità e ad insegnare alla gente che l’aborto ferisce le donne, gli uomini e le famiglie.

Tracy Reynolds è produttrice di Faces of Abortion e Media Liaison per The Justice Foundation. Fa anche volontariato per una linea nazionale di recupero dall’aborto. Ha anche una egregia carriera in Risorse Umane ed ha lavorato come assistente per interventi in situazioni critiche per organizzazioni no-profit.

http://64304.netministry.com/images/TRACYREYNOLDSSep07.doc
http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=27784


Non c’è niente che causi più vergogna e dolore alle donne dell’aborto

21 giugno 2008
All’età di 24 anni scoprii di essere incinta. Il mio ragazzo mi chiese immediatamente di non tenere “questa cosa”. Tutti i miei amici dicevano che non avrei dovuto tenere “questa cosa”. Dato che ero già madre di un figlio, sola e senza sostegno da parte di suo padre, credetti sinceramente di non avere opzioni. Mi sentivo molta pressione addosso e non mi sembrava di avere vie d’uscita.
Pensavo che altre avevano abortito in passato, quindi non lo vedevo come un granché. Incinta di otto settimane, la mia amica, che io avevo accompagnato ad abortire anni prima, ora stava accompagnando me.
Firmai ed aspettai insieme ad altre cinque donne. Una alla volta, chiesero ad ognuna di noi se questo era ciò che volevamo. Una donna era lì per il sesto aborto. Ricordo di aver pensato: “Come ha potuto continuare a farlo?”
Poi mi fecero un’ecografia. Quando chiesi di vederla mi dissero che non era una buona idea. Dissi che andava bene, volevo solo vedere. L’assistente girò il monitor verso di me e mi mostrò un piccolo punto sullo schermo. Ricordo di aver pensato che “questa cosa” non era proprio niente, non capendo che non mi stava facendo vedere il mio bambino.
Dopo che mi posizionarono sul tavolo, entrò l’abortista. Quando lo guardai, rimasi senza fiato quando capii di conoscerlo. Era un cliente dell’ufficio legale dove lavoravo. Volevo morire proprio lì. La vergogna che mi venne addosso era insopportabile; tuttavia, non mi guardò mai. Non mi esaminò mai, non guardò mai la mia cartella, e non mi fece mai domande.
L’assistente mi diede una maschera con del medicinale e mi sussurrò che dovevo stare completamente ferma. L’abortista disse che avrei sentito un piccolo disagio mentre mi somministrava l’anestetico. Ci fu un dolore molto più grande di un piccolo disagio.
Poi partì l’aspiratore. Quello fu il momento più lungo della mia vita. Mi sembrava di essere scossa violentemente fuori dal tavolo. L’infermiera mi urlò di stare ferma. Scendevano lacrime dal mio volto. Sapevo che stavo facendo il più grande errore della mia vita, ma era troppo tardi. L’unico gesto compassionevole che ricevetti fu dall’assistente che mi dava delle pacche sulla testa e mi diceva di continuare a piangere, che era una cosa buona piangere. Sembrò un’eternità. Quando si sarebbe fermata la macchina? Pensavo veramente di stare per morire.
Dopo l’aborto, sentii il rumore metallico degli strumenti, lo schiocco dei guanti dell’abortista, mi schiaffeggiò sulla coscia dicendo “Buona fortuna” ed uscì senza mai guardarmi. Fui sollevata perché provavo vergogna, ma comprendo ora quanto fu freddo ed irrispettoso e che non ci fu nessun rapporto medico-paziente.
Fui condotta in una stanza con poltrone reclinabili dove le ragazze si rannicchiavano in posizione fetale, piangendo e soffrendo. Quando fui dimessa mi diedero una ricetta per antibiotici e mi dissero di tornare per una visita di controllo. Ricordo di aver pensato: “Non tornerò mai più qui”.
Il mio ragazzo venne per “assicurarsi che stessi bene”. Ero rannicchiata sul divano e non riuscivo neanche a vederlo. La nostra relazione finì poco dopo.
Quella sera cominciai ad indossare una maschera per nascondere la mia vergogna, maschera che durò anni. La vergogna era così forte che non volli compilare la ricetta per gli antibiotici. Non volevo che nessuno sapesse che cosa avevo fatto. Il dolore che soffrivo fu il peggiore dolore fisico e psicologico che abbia mai provato. Mi sentivo ingannata e violentata. Non avevo idea di cosa mi avrebbe fatto l’aborto. Se qualcuno mi avesse solo messa in guardia, il mio bambino ed io avremmo potuto essere salvarci.
Dopo l’aborto cominciai a bere fortemente. Provai la droga e passavo la maggior parte del mio tempo libero nei night club. Ero una buona madre quando avevo bisogno di esserlo, e poi avevo il “mio” tempo quando potevo essere cattiva quanto pensavo di esserlo. Non avevo autostima. Tutte le cose che dicevo che non avrei mai fatto, ora le facevo. Furono pochi i peccati che non commisi, ma la mia famiglia non era al corrente che ci fosse mai stato un problema.
In seguito all’aborto, ebbi periodi di pianto incontrollabile, dormivo troppo, sentivo dolore al petto e facevo fatica a respirare. Il mio medico mi diagnosticò attacchi di panico e depressione, per i quali dovetti prendere delle medicine. Non avevo mai avuto questi problemi prima. Non ho mai parlato a nessun medico del mio aborto.
Se l’aborto non fosse stato legale, non sarei mai andata in quella clinica per aborti quel giorno. Non avrei avuto anni di dolore ed ansia per aver tolto la vita a mio figlio. Non c’è niente che causi più vergogna e dolore alle donne dell’aborto. Una donna se lo porta nel cuore per il resto della vita. L’aborto porta solo dolore, pena e rimorso. Per via delle prove scientifiche che ora abbiamo, per via delle tante testimonianze di donne su quanto l’aborto le abbia ferite, poiché ora sappiamo che non è una cosa buona per le donne e che non è una scelta in realtà, l’aborto non dovrebbe più essere legale.

Lisa Dudley è la direttrice di Outreach per Operation Outcry ed è assistente legale per The Justice Foundation. Parla della sua storia nelle chiese e davanti ai parlamenti di tutta la nazione. Ha tre figli ed una figlia.

http://64304.netministry.com/images/LisaDudley-May2007.pdf
http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=27784


Sono una sopravvissuta all’aborto e non posso più rimanere zitta

20 giugno 2008
Un giorno, quando ero in terza elementare, mia mamma e mio papà mi chiesero di sedermi per parlare. Cominciarono col dirmi che, siccome ero molto piccola, i miei genitori mi trovavano che dormivo rannicchiata strettamente in posizione fetale, sepolta sotto le coperte e sempre in un lato del letto. Avevo l’incubo ricorrente di essere intrappolata in una stanza con una finestra bloccata da un coltello e dicevano di trovarmi spesso a parlare al mio “altro sé”. Mia mamma disse di pensare che questi erano segni che la invitavano a confessarmi qualcosa che aveva fatto e sperava che l’avrei perdonata.
Mi parlò di quando, a 39 anni, con cinque figli già grandi (il minore aveva 19 anni e due erano al college) si era trovata incinta. Aveva ricevuto pressioni da un’amica in particolare di abortire perché era troppo vecchia e sarebbe stato “ridicolo” avere un bambino alla sua età. Questo accadeva nel 1952, e la sua amica le insegnò un metodo per abortire da sola. Lei rimandò il suo aborto fino alla fine di giugno, al compleanno di Elliott, il figlio maggiore. Era incinta di circa tre mesi.
Cominciò a piangere e mi disse di non credere quando ti raccontano che non è un bambino, ma solo un ammasso di tessuto. Faceva fatica a continuare. “Era un maschietto perfetto”. Pianse disperatamente sul freddo pavimento del bagno e chiese a Dio di perdonarla e Gli promise che, se mai fosse rimasta incinta, non avrebbe MAI abortito il bambino. Fece andare il suo piccolo figlio giù per il water e disse che stette sdraiata sul freddo pavimento fino ad essere stordita.
Nessuno lo sapeva, tranne lei e la sua cosiddetta “amica”. Poi, sentì ancora di essere incinta. Il medico disse che io ero probabilmente un tumore o un’ulcera. E, agli inizi di settembre, le diedi un calcio! Il medico fu sorpreso che io fossi stata una gemella nascosta e fossi sopravvissuta al tentativo di aborto. Mia mamma non parlò con nessuno della sua gravidanza se non con mio padre, ed in seguito con il mio fratello più giovane Fred, che aveva 19 anni.
Avrei dovuto nascere il 21 gennaio 1953, però indussero il parto un mese prima, il 19 dicembre 1952 e, dopo tre giorni di travaglio, nacqui nell’Ora della Misericordia, alle 15,30 di domenica 21 dicembre 1952. Lei mi chiese di perdonarla. Le chiesi se mi amava ADESSO perché non mi conosceva allora. Lei continuò a singhiozzare e disse: “Sì, ti amo come la mia vita”. Dissi: “OK” e, dirigendomi dalla sala verso la mia camera, continuavo a sentire i suoi singhiozzi che mi spezzavano il cuore. Quando mio papà si affrettò a prendermi il braccio mi sussurrò: “Non l’ho fatto io”, ed indicando la mamma disse: “È stata lei”. E credo che lo Spirito Santo, attraverso di me, gli disse: “Ma il tuo amore avrebbe dovuto farla sentire sicura di avermi”. Queste parole colpirono il suo cuore e gli impedirono di venire ancora. (Nota: non ho mai più dormito rannicchiata o avuto incubi dopo quel giorno).
Gli anni passarono. La “malattia” senza nome di mia mamma era ciclica e la facevano stare a letto dalla fine di giugno all’inizio di settembre. A volte aveva accessi d’ira, o girava in casa di notte, o andava a fare spese pazze. Soffriva di paranoia, e s’ingozzava delle pillole prescritte dal medico. Questo la portò ad essere ricoverata in ospedali psichiatrici, imbottita di farmaci psicotropi e sottoposta a dolorosi elettroshock. Parte della terapia consisteva nel dirle che era una vergogna – l’aborto allora non era legale – perché avrebbe potuto andare al college, fare carriera… e non sprecare i suoi talenti. Ricordo quando guardai in profondità nei suoi occhi drogati e le dissi in un giorno d’estate: “So che mia mamma c’è da qualche parte, ed un giorno quando sarò cresciuto scoprirò che cos’è questa malattia!”. Tutti noi soffrivamo. Attorno a me vedevo altre mamme con problemi ed ossessioni simili. Ora viviamo nei giorni di Roe v. Wade [la sentenza che ha legalizzato l’aborto negli USA]. Pensate alla vastità del dolore di mia mamma dovuta ad un solo tentativo di abortire, ed ora le donne abortiscono diverse volte! Tre mesi prima che mia mamma morisse, le chiesi perché tutti gli esaurimenti capitavano da giugno a settembre ogni anno. Perché? Scoppiò a piangere e disse che fu nel giorno del compleanno di Elliott (fine di giugno) che lei aveva abortito mio fratello e, quando Elliott morì tragicamente a 27 anni, lei sentì di aver causato la morte del suo primogenito quando aveva abortito il suo ultimogenito. A settembre lei si ricordava del giorno in cui l’avevo calciata e di quanto era felice, e questo la faceva uscire dalla depressione. Non poteva fidarsi di se stessa e si odiava per aver abortito suo figlio! Come poteva perdonarla Dio? Era una forma di autopunizione per un crimine che sentiva non potesse essere perdonato. Le dissi che per questo Gesù era morto e che Dio l’aveva perdonata quando lei aveva scoperto di essere incinta di me. Egli si era fidato di lei per darmi la vita. Non ci aveva mai pensato fino al giorno in cui glielo dissi. Tre mesi dopo morì, ma in pace, e perdonata.
Allora ed adesso, col silenzio dal pulpito, le comunità mediche e psichiatriche continuano a far andare questa industria di morte. Ora abbiamo un nome per la “malattia”. È la sindrome post aborto. Ma i medici ed i cosiddetti “gruppi per i diritti” delle donne non la riconoscono nemmeno. Tante donne soffrono in silenzio, cercando aiuto. Tuttavia viviamo in un’epoca in cui i gruppi di Progetto Rachele, i ritiri dei Ministri di San Raffaele e le organizzazioni pro-life stanno facendo breccia nella barriera di silenzio ed aiutando tutte le vittime dell’aborto a trovare guarigione attraverso la croce di Gesù ed i sacramenti che danno vita, specialmente la Riconciliazione.
Non posso più rimanere zitta. Sono una sopravvissuta all’aborto. La vita non è mai uno sbaglio; la vita è sempre una benedizione di Dio. Ogni persona ha una missione divina che lei sola può compiere.
La Bibbia dice: “…e un fanciullo li guiderà”. È il peggiore dei tempi per il grande peccato, ma è il migliore dei tempi per l’abbondanza della grazia di Dio. L’amore è decisione. Decidiamo di non stare più zitti.
Audrey

http://www.priestsforlife.org/testimony/audreytestimony.html