In quello studio morì una parte di me

30 luglio 2008
Alla giovane età di 15 anni mi ritrovai incinta e spaventata. Ero completamente sola, almeno nei miei pensieri: il mio ragazzo ed io avevamo rotto e non potevo dirlo ai miei genitori. Mia madre mi portò all’ospedale perché ero stata male per un po’ di tempo. Quel giorno presero la decisione di “aiutarmi” e fare ciò era “meglio” per tutti. La decisione avrebbe cambiato le nostre vite per sempre, ma non per il meglio.
Mio padre chiese in prestito il denaro e mia madre mi portò alla clinica per aborti. L’edificio non aveva insegne per far capire alla gente che tipo di attività ospitasse. Quando vi entrai, sembrava lo studio di un medico, ma l’atmosfera era molto più fredda. Chiesero il denaro a mia madre. La cifra di soli 250 dollari era tutto ciò che valeva per loro la vita di mio figlio.
Mentre venivo presa per la procedura, non ero ancora del tutto sicura su ciò che fosse davvero l’aborto. Nessuno si preoccupava, nessuno mi chiese mai se questo era ciò che volevo o se avevo delle domande. Ero sdraiata sul tavolo quando il medico abortista entrò. Accese la macchina per succhiare letteralmente la vita dal mio corpo. Dopo un attimo il medico cominciò ad imprecare e a chiedere perché avessi mentito. Non poteva effettuare la procedura perché ero troppo avanti. Non avevo mentito, nessuno mi aveva chiesto niente. Disse a mia madre che ero almeno di sei mesi. La clinica per aborti ci indirizzò ad un’altra clinica che effettuava aborti tardivi. Non ci fu alcun rimborso perché dissero che non erano stati ben informati – ironia della sorte – così bisognava pagare l’aborto una seconda volta.
Due giorni dopo arrivammo ad ancora un’altra clinica per aborti in un’altra città. Questa volta era lo studio di un medico. Andammo il primo giorno per la medicazione. Poi il secondo giorno quando entrai mi mandarono nel retro e mi misero in un altro tavolo. Udii accendersi la macchina aspiratrice e gridavo perché il dolore era molto intenso. Mentre l’infermiera mi spingeva il cuscino sulla faccia mi disse: “Stai tranquilla, la gente potrebbe pensare che qui stiamo uccidendo qualcuno”. Che cosa diceva? Lui stava uccidendo qualcuno, il mio figlio non ancora nato.
Nessuno mi aveva detto che sarebbe morta una parte di me in quello studio, non solamente il mio bambino. Cominciai a bere ed a far uso di droga. Tutto quello che potevo fare per attenuare il dolore nel mio cuore. Tentai il suicidio e ho lottato con la depressione.
A 21 anni, divorziata e madre di due bambini piccoli, mi trovai sola ed ancora incinta. Non avevo nessun aiuto dal loro padre e a malapena sopravvivevo economicamente. Entro un’ora da quando avevo scoperto di essere incinta, ero tornata nella stessa clinica per aborti in cui ero stata sei anni prima. Non era cambiato niente. Dava ancora le stesse fredde sensazioni mentre entravi. Diedi il mio denaro, compilai la scheda, e fui accompagnata nel retro. Mentre ero sdraiata sul tavolo il medico abortista entrò e non disse mai una parola. Né mi guardò mai. Solo si sedette, accese la macchina aspiratrice e cominciò il suo compito raccapricciante. Mentre piangevo senza controllo, l’infermiera mi accompagnò ad un stanza piena di ragazze, sedute su poltrone reclinabili, che si stavano “riprendendo”. In quel preciso istante giurai a me stessa che non sarei MAI più entrata in quell’edificio.
Andai a casa e chiamai il mio capo per dirgli che avrei tardato un po’ al lavoro. Feci la doccia poi andai al lavoro. Quel giorno cominciai a mentire a tutti; a dir loro che stavo “bene” mentre morivo dentro. Non avrei parlato della mia decisione a nessuno per anni. Nascondevo la mia vergogna ed il mio senso di colpa a tutti. Tante volte avrei voluto che qualcuno mi avesse detto che la peggior decisione che avrei mai preso nella vita avrebbe avuto conseguenze così a lungo termine sulla mia vita. Nessuno alla clinica per aborti mi parlò del dolore emotivo e psicologico che avrei sofferto da sola per anni.
Rimpiangerò per sempre di aver posto fine alle vite dei miei figli. Il loro ricordo sarà sempre nel mio cuore. Non posso cambiare questo fatto, ma posso informare altre donne degli orribili postumi dell’aborto.
Gesù è l’unica sorgente di pace che ho per le decisioni che ho preso. Egli mi ha perdonata e guarita dall’autodistruzione. Mi ha di nuovo resa integra. Ora voglio che tutti sappiano che l’aborto ferisce le donne ed ha ferito me. Non si ferma alle sole donne che abortiscono, ma colpisce tutta la gente di cui si prende cura e quelli che si prendono cura di lei.

Yolanda Austin è la direttrice di Operation Outcry per l’Alabama. Yolanda è assistente e dirige il servizio post-abortivo in un centro di aiuto alla gravidanza. Parla nelle chiese ed ai gruppi giovanili per far conoscere gli effetti che ha l’aborto sulle vite della gente. È felicemente sposata con tre figli viventi ed un meraviglioso nipotino.

http://64304.netministry.com/images/YolandaAustin-Sep2007.pdf

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Non potevamo mai usare la parola “bambini”

26 luglio 2008
Anche oggi la testimonianza di un’infermiera che prestava assistenza agli aborti.
Alcune parti di quanto segue potrebbero darvi molto fastidio, leggete solo se vi sentite preparati.

Salve a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che c’è una sola cosa sbagliata nell’aborto: è un omicidio.
Nel 1982 cominciai a lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia nell’area di Livonia (Michigan). Amavo molto i bambini e i neonati, e mi sembrava che il modo migliore per stare con loro fosse lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia. Era veramente entusiasmante vedere la crescita dei bambini da quando vengono concepiti fino al parto. In seguito vedevo i bambini quando li riportavano nello studio. Era veramente entusiasmante. Di fatto, frequentavo la Fiera del Michigan e c’era una bancarella Pro-Life e avevo comprato i miei piedini [una spilla a forma di piedini, grandi come quelli di un bambino a 10 settimane dal concepimento ndT], non comprendendo in che cosa mi stavo mettendo io stessa allora. Mostravo i piedini a tutte le donne, e non mi è mai passato per la testa che quei piedini rappresentavano i bambini morti che venivano abortiti.
Avevamo parecchie donne che passavano per le cliniche che venivano indirizzate ad abortire. Tre dei dottori con cui lavoravo in quella clinica avevano un’attività in proprio e loro avevano quattro studi in tutta l’area. Lì venivano indirizzate le donne.
Dopo un po’, volli andar via dalla clinica semplicemente perché non mi pagavano abbastanza. Un medico mi offrì un incarico in un suo studio privato a Livonia, così accettai l’incarico. Mi spiegò che effettuavano aborti ma, ancora, non ci pensai molto. Allora ero pro-choice, o pro-aborto come direi oggi, e non pensavo molto a ciò che è l’aborto. Pensavo all’aborto come qualcosa che elimina un problema, non che uccide un bambino.
Le donne che venivano allo studio venivano perlopiù per abortire. Noi soli ne effettuavamo quattro al giorno, non era come in una tipica clinica per aborti, ma ne facevamo più della nostra quota. Le donne facevano gli esami di routine del sangue e della pressione, e confermavamo la gravidanza con un test delle urine. Non ebbi esperienza di nessuna donna che abortiva che non fosse incinta, sebbene questo sarebbe potuto capitare. Non ne ero semplicemente consapevole.
Le ragioni che le donne adducevano per abortire erano completamente irreali. Ora lo capisco; ma allora il lavaggio del cervello mi aiutava a capire perché dovessero abortire. Ci avevano detto che come assistenti medici eravamo lì per aiutare le donne, qualunque fossero le ragioni. Molte donne non potevano permettersi finanziariamente di avere bambini, così usavamo esempi, come il prezzo delle scarpine, dei vestitini, quanto costa tirare su un figlio. Se non avevano finito gli studi, l’ostacolo che avrebbe avuto sugli studi, come avrebbero trovato un baby-sitter: chi si sarebbe preso cura di quel bambino per loro? Trovavamo le loro debolezze e lavoravamo su di esse.
Dopo le domande di base, veniva detto loro brevemente che cosa sarebbe accaduto loro dopo la procedura. Tutto ciò che veniva detto loro sulla procedura era che avrebbero avuto dei lievi crampi simili ai crampi mestruali, e tutto finiva lì. Non si parlava loro dello sviluppo del bambino. Non si parlava loro del dolore che il bambino avrebbe provato o degli effetti fisici o degli effetti emotivi che avrebbe avuto su di loro. Non avevano idea di chi le avrebbe aiutate quando sarebbero andate in pezzi in seguito. Venivano portate nella stanza e, come ho detto, non veniva offerta nessuna assistenza psicologica. Queste donne fondamentalmente non avevano idea in che cosa si stavano mettendo dentro. Veniva detto loro solo di sdraiarsi sul tavolo; erano svestite.
Alcune donne ne erano un po’ preoccupate. Ci avevano detto che nel parlare a loro non potevamo mai usare la parola “bambini”. Era sempre del tessuto, tessuto o cellule o grumi di cellule o prodotti del concepimento. Poi cominciavamo la procedura.
C’erano tre procedure fondamentalmente che usavamo, e andrò un po’ più nel dettaglio al riguardo.
Metodo di suzione
La prima è la procedura utilizzata più comunemente, ovvero il raschiamento per aspirazione. Da alcune ricerche che sono state fatte, è stato spiegato che la suzione di queste macchine è 49 volte più forte di quella del vostro aspirapolvere. Comprendo che molti di voi hanno familiarità con molte delle procedure che effettuiamo, ed alcuni forse non lo sono. Ma per quelli che lo sono, vi prego di sopportarmi e pensare soltanto a quello che sto dicendo. Io l’ho visto, e sono qui per riaffermare ciò che avete udito, perché tutto quello che ne leggete è la verità. Niente di tutto questo è una bugia. Non stiamo facendo alcuna esagerazione.
Il raschiamento ad aspirazione normalmente viene eseguito tra 6 e 8 settimane di gravidanza. Lo strumento è inserito nell’utero della donna ed il bambino viene risucchiato fuori dall’utero. Lei prova dolore ed il bambino viene spinto nel barattolo. Lo tiravamo fuori dalla piccola sacca e lo mettevamo nella bacinella. Il medico veniva ad esaminarlo. Se gli sembrava che fosse abbastanza tessuto, prendevamo il bambino, lo mettevamo in un barattolo e lo mandavamo al laboratorio se la madre aveva l’assicurazione. Se non aveva l’assicurazione, il bambino veniva semplicemente gettato via per lo smaltimento rifiuti.
Metodo di smembramento (D&E)
La seconda procedura comune a cui ho assistito è la D&E, cioè dilatazione (dilation) e svuotamento (evacuation). Questa è eseguita normalmente tra le 9 e 16 settimane di gravidanza. Ho notato molte volte che si parla di laminaria nella descrizione. Ma, nella mia esperienza, non usavamo sempre la laminaria. L’usavamo a volte. La laminaria veniva inserita il giorno prima, ed il giorno dopo le donne ritornavano per subire la procedura. Tuttavia, su quelle che non avevano la laminaria, usavamo strumenti che sono come lunghe aste di metallo e ogni estremità è un po’ più larga dell’ultima che era stata inserita nella cervice per aiutare a dilatarla. Naturalmente, durante la procedura, la donna sente parecchio dolore. Le viene fatta un’endovena di Valium o di Sublimaze per aiutarla a rilassarsi, ma lei è sveglia durante tutta la procedura.
La procedura comincia con l’aspirazione del fluido, poi il medico usa il forcipe per entrare e fare a pezzi gli arti del bambino. Avvenne un incidente in cui venne fuori un pezzo bianco e chiesi più tardi al medico che cos’era, ed era il cranio del bambino. Le donne sentono dolore. Non è che soltanto dopo la procedura che comprendono che cosa capita al loro bambino o a loro stesse. Il novanta percento di queste donne cominciano a piangere dopo, e non per il dolore
Iniezione salina
Il terzo tipo di aborto è quello salino, che viene effettuato dopo 16 settimane di gravidanza. Questo deve essere fatto in ospedale per via delle complicazioni che possono insorgere: non che non possano insorgere le altre volte, ma di più in questo metodo. Il liquido salino è iniettato nel grembo della donna, ed il bambino la inghiottisce. È una soluzione di sale. Il bambino comincia a morire di una morte lenta, violenta. La madre sente ogni cosa. Molte volte è a questo punto che capisce, o è davanti alla realtà, che ha in realtà un bambino vivo dentro di lei, perché il bambino comincia a lottare violentemente per la sua vita. Corre e lotta dentro perché sta bruciando. Potete immaginare il dolore? Versatevi un po’ di acido sul dito e capirete quanto dolore deve provare quel bambino, solo che lui ce l’ha in tutto il corpo. Questa non è una piccola percentuale degli aborti. Avviene molto frequentemente.
Alle donne non venivano mai date alternative all’aborto. Si assumeva automaticamente che loro sapevano ciò che volevano. Non si parlava mai loro delle agenzie per l’adozione. Non si parlava mai della gente là fuori che era desiderosa di aiutarle a dar loro case in cui vivere, di prendersi cura di loro e persino dare loro sostegno finanziario. Gli eufemismi che sono usati – ammasso di cellule, prodotti del concepimento, o solo semplice tessuto – sono tutte bugie.
Io ci sono stata, e ho visto questi bambini completamente formati già a 10 settimane, lunghi cinque centimetri e senza un braccio o con la testa staccata. Queste sono cose con cui dovrò vivere ora. So che il Signore mi ha perdonata, ma non potrò mai cancellare queste cose dalla mia mente. Il suono di quelle ossa che si rompono, la vista di quei bambini. Mi sembra che più vado avanti a lavorare con la gente pro-life, più mi colpisce. Capisco la realtà di un bambino dentro di te, un bambino completo che sta crescendo.
Tra 18 e 24 giorni il cuore del bambino comincia a battere. Prima ancora che la donna sappia di essere incinta, il cuore di questo bimbo sta battendo. A sei settimane si possono rilevare le onde cerebrali. I suoi braccini e i le sue gambine si muovono intorno. Ad 8 settimane ha già un palmo ed impronte digitali. Il suo sistema nervoso è sviluppato ad 8 settimane. Questo è quando tutti gli aborti vengono effettuati. Ditemi che questo bambino non sente nulla: io vi dirò diversamente.
A 10 settimane si possono contare tutte le dita, ogni dito dei piedi ed anche le piccole costole. Ho visto le piccole gabbie toraciche, ed è così chiaro. A 12 settimane ha tutti gli organi e stanno tutti funzionando. Può dormire; ha l’udito; ha il gusto. Stiamo aspettando che cresca. È esattamente come siete voi ora, solo minuscolo.
Una delle famose frasi che la moglie del medico era solita usare dopo la procedura, quando andava dalle donne che piangevano e dava loro delle pacche sulle spalle era: “È tutto a posto, cara, tutti facciamo errori, ecco perché le matite hanno le gomme.” Come fai a cancellare quel pensiero dalla mente? Dove sarà lei quando quella donna è a rischio di suicidio perché capisce di aver ucciso suo figlio e niente glielo porterà indietro? Dove sarà allora? Lei sarà altrove, a contare il suo denaro ed a comprare auto nuove, o qualcos’altro. A lei non importa.
Mentre ero a Nuremberg (Pennsylvania), mi sono imbattuta in una storia interessante, che ripeto sempre quando parlo, sul piccolo Josh. Sua madre aveva divorziato ed aveva avuto una storia poco dopo. Rimase incinta e fu costretta ad abortire. In seguito, continuò a sentire dolore, così andò dal medico. Non aveva avuto altre storie dopo quella. Così sapeva di non poter essere ancora incinta perché aveva abortito e non aveva avuto altre relazioni. Quel medico le disse che ciò che era successo era a causa dell’aborto, aveva sviluppato un tumore e che avrebbero dovuto farle una isterectomia. Era sul tavolo, pronta per l’operazione quando il medico fece un altro esame e scoprì che non era un tumore. Di fatto lei era ancora incinta. Proseguì la gravidanza ed il piccolo Josh fu di per sé un miracolo. Al programma aveva una felpa con scritto: “Sono sopravvissuto all’olocausto dell’aborto”. Purtroppo, a causa della procedura, aveva una cicatrice da un lato del capo ed era leggermente limitato nell’udito e nella vista. Quello che pensano sia successo è che avrebbe potuto avere un gemello che fu, in realtà, abortito.
Ci sono diversi punti con cui controbattevo, quando lavoravo alle cliniche, alla gente pro-life, come lo stupro. Che dire a proposito di un caso di stupro, quando una ragazza viene sequestrata e, contro il suo volere, concepisce un bambino? Innanzitutto, il dato di fatto è che solo l’1% di tutti i casi di stupro finiscono con una gravidanza. Se sapete qualcosa di genetica o dello sviluppo di queste cose, saprete che quando il corpo di una donna subisce un’esperienza traumatica, come uno stupro, il corpo ovulerà o rilascerà un ovulo molto raramente. Perciò, la gravidanza avviene molto raramente. Ma è questa percentuale molto piccola che la gente pro-aborto ama usare come parte delle proprie tesi. Non credo proprio che l’1% sia abbastanza per giustificare l’uccisione di tutti quei bambini innocenti. Il bambino non ha niente a che fare con lo stupro. È una vittima innocente. Se ti senti così contraria alla gravidanza, c’è gente pronta ad aiutarti. Puoi sempre dare il tuo bambino in adozione e dare una buona casa al bambino.
L’altro argomento famoso sono gli abusi sull’infanzia. Sapevate che la maggioranza dei casi di abusi su bambini riguardano tutti gravidanze volute? Cercate di usare questo dato a vostro favore la prossima volta che qualcuno parla di abusi sull’infanzia. L’aborto è l’estremo abuso sull’infanzia.
Avevamo un gruppo piuttosto interessante di persone fuori dalla nostra clinica: quelli che facevano picchettaggio. Erano là fuori ogni giorno con le loro insegne, a camminare avanti e indietro, e ci apparivano veramente ridicoli. Ci avevano detto di ignorarli perché erano sciocchi, non sapevano che cosa stavano facendo. Non capivano le giustificazioni di queste donne e, naturalmente, io ci credevo. Così quando andavo alla macchina, ogni giorno che erano lì, guardavo in basso, non li guardavo per niente. Temevo quello che avrebbero potuto dirmi. Ma scoprii che erano tutte persone veramente amorevoli. Una in particolare è Lynn Mills. Lei è la direttrice di Pro-Life Action League del Michigan. Da allora siamo divenute grandi amiche.
Un giorno decidemmo d’incontrarci in un ristorante del posto con una delle mie colleghe, e lei aveva portato con sé una delle sue amiche. Dibattemmo tutte quelle questioni che pensavo facessero sì fosse una cosa giusta abortire. Lynn aveva una ragione od una risposta per ogni domanda che le facevo. Tornai. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine centrò il segno. E più di questo, penso che ci fosse il Signore che lavorava su di me allora. Penso davvero che mi ha dato la forza di sopportare tutto quello che vidi in quella clinica. Stetti lì solo per sei mesi, ma penso che c’era una ragione per questo, perché ora posso andar fuori e raccontare a tutti ciò che ho visto.
Sapevate che nel 1973 l’aborto ha ucciso quasi due milioni di bambini? Ci sono stati più bambini uccisi dall’aborto di tutta la gente uccisa in tutte le nostre guerre.
Ci sono alcune esperienze di cui voglio parlare prima che me ne dimentichi. Ci fu l’incidente di un bambino che era circa di 16 settimane. Una delle ragazze mi aveva chiamato nel laboratorio mentre stava ripulendo, e all’estremità della cannula, cioè lo strumento all’estremità del tubo, c’era il piedino di un bambino. Era lungo circa un centimetro. Questo piede era perfettamente formato. Non potevo crederci. Fui così sorpresa dal vederlo. Era tutto nero e blu. Quando lasci cadere qualcosa sul tuo piede ed il tuo piede rimane livido, generalmente è a causa del dolore. Il corpo del bambino era stato completamente fatto a pezzi dall’aborto.
In un altro incidente, il tubo si separò con uno scoppio dalla macchina e il sangue ci schizzò tutto addosso. La povera donna era sdraiata e piangeva. Era troppo tardi per ognuno di noi per fare qualsiasi cosa. Il bambino era morto.
Mi hanno detto che uno dei problemi dei pro-life è che parliamo troppo dei bambini che vengono fatti a pezzi [questo non sembra essere un “problema” italiano, ndT]. Mostriamo queste terribili immagini, indugiamo troppo su di esse. Cosa dovremmo fare? Questa è la realtà dell’aborto. Dovremmo dire: Oh, non andare ad abortire, il tuo feto o tessuto, diverrà deceduto? Non ha senso. Tu dici loro la verità, i fatti. Sì, i bambini appaiono così dopo l’aborto. E sì, fa male al tuo bambino e, più di tutto, colpisce le donne.
Ci fu l’incidente di una ragazza quattordicenne la scorsa primavera, era incinta. Sua madre la costrinse ad abortire. Il medico fece un pasticcio e adesso lei è sterile. Quella madre cosa risponderà alla ragazza quando crescerà e capirà che non potrà mai avere un bambino?
Ci fu il caso di una signora che venne alla clinica, era sposata con uno straniero. Questo fu molto interessante perché ancora, ancora oggi, non capisco come esistesse questo matrimonio. Lui non parlava inglese e lei non parlava la sua lingua. Immagino che ci fosse una qualche comunicazione, ma non abbastanza. Lei gli disse che voleva fare un bambino. Lui non sapeva che cosa stava facendo ed alla fine lei rimase incinta. Quando lei gli disse che aspettavano un bambino, lui si arrabbiò. Non voleva un bambino. Non sapeva che era questo ciò che stava facendo. Allora, lei venne ed abortì. Così, senza ragione. Non voleva un bambino adesso. Tutto qui.
Venne un’altra donna alla clinica per il suo nono aborto. Aveva circa 40 anni. Nove! Non c’è giustificazione per questo. Proprio non lo capisco. Rimango a volte sbigottita a ripensarci [meglio non parlarle del caso della donna italiana che ha abortito 40 volte ndT].
Vorrei sollevare un punto interessante riguardo al picchettaggio presso le case dei medici che è anche davvero imbarazzante per me. La prima esperienza di picchettaggio che ho mai fatto fu quando Lynn mi trascinò alla casa del mio medico. Per tutta la strada ero in lacrime. Me ne stavo con le mani in mano: Ti prego Signore, fammi andare via, fa’ che passi, fa’ che non sia a casa. Non voglio proprio vedere questo tipo. Ed eccoci lì, facendo picchettaggio. La gente stava venendo a parlare con noi. Improvvisamente uscì un vicino e disse che non viveva più lì, si era trasferito in California. Tutto quanto per nulla!
I nostri medici erano soliti lavorare anche nel campo degli uteri in affitto, cosa che sta diventando molto diffusa per i pazienti sterili. Non potevo capire come poteva andare in una stanza ed uccidere un bambino, e poi andare nella stanza vicina e sforzarsi al massimo per cercare di fecondare un’altra donna per una coppia che non può avere bambini. Era ancora più strano perché una volta ogni tanto ricevevamo una lettera da, ad esempio, una coppia della California che non poteva avere bambini. Mandavano lettere a diversi studi, sperando di ottenere una risposta da una donna incinta che volesse dare il suo bambino in adozione a loro. Il medico non considerava per niente tutto questo. Gliene accennai. Dissi che questa coppia era così bella, una bella foto, una bella casa, e facevano dei bei soldi. Potevano offrire tutto a un bambino. Chiesi al medico: Perché non indirizziamo una delle nostre donne a loro? Mi disse che non potevamo farlo, le donne erano lì perché questo è ciò che vogliono e non dovevamo interferire con la loro decisione. Questa era risposta che ci veniva sempre data.
È apparso un articolo su un giornale di Livonia un po’ di tempo fa. La clinica per cui avevo lavorato era stata evidentemente venduta ad un altro medico, e aveva messo un annuncio sul giornale con un tagliando per uno sconto sugli aborti. Prendemmo il telefono e cominciammo proprio ad insistere. Dovemmo fare del nostro meglio. L’annuncio fu tolto la settimana dopo e non lo rimisero più.
Probabilmente la cosa più efficace che mi ha fatto cambiare idea fu un incubo che feci una notte, poco dopo avere incontrato Lynn. Feci questo sogno in cui ero nella stanza per gli esami con il medico, ed avevamo appena terminato un aborto. Accanto al tavolo c’era un altro piccolo tavolo ed avevamo un piccolo bambino circa altrettanto lungo. Non ho mai veramente fatto questa esperienza, ma questo bambino era nato. Era sdraiato al bordo del tavolo. La sua gambina stava penzolando fuori dal bordo ed il suo corpo era coperto con un panno di carta. La madre lo guardò e disse: “Devo stare sdraiata qui e guardare questo bambino?”. Il medico mi chiese di portare il bambino al laboratorio. Presi il bambino, era uno di quei sogni in qui c’è un salone senza fine, vai avanti, avanti, e non raggiungi mai la tua destinazione. Tutto quello che sentivo nella mano era questo bambino grande. Mi svegliai, piangevo ed ero sudata. Niente nella mia vita mi ha mai scosso di più. È stata l’esperienza più terribile che abbia mai fatto. Per la prima volta della mia vita compresi che ero implicata nell’uccisione di bambini innocenti. Non effettuavo l’aborto in sé, ma avrei ugualmente potuto farlo. Diedi quegli strumenti al medico. Ho ancora incubi, non così frequenti e non tanti, ma penso sia un promemoria per ricordarmi che devo andare avanti per quei bambini e, con l’amore ed il sostegno che ho dai miei nuovi amici pro-life, sono in grado di farlo.
Spero che qui nel nostro convegno ci siano degli infiltrati perché ciò che dico è vero. Voglio che ci pensiate. Quando andate a casa ed avete degli incubi su quei bambini morti, è perché li state uccidendo. Questo è quanto. L’aborto è un omicidio. Non c’è altro modo di girarla. Speriamo che chiamerete uno di noi e, vi garantisco, noi saremo a braccia aperte per salutarvi ed aiutarvi in questa terribile esperienza.

Questa testimonianza fu data da Deborah Henry originariamente ad un seminario/laboratorio “Meet the Abortion Providers” (ti presento gli abortisti) sponsorizzato dalla Pro-Life Action League di Chicago, diretta da Joe Scheidler. Priests for Life offrono il loro video “Inside the Abortion Industry” (dentro l’industria degli aborti), contenente brani delle testimonianze di diversi ex-abortisti.

http://www.priestsforlife.org/testimony/henry.htm


La Festa della Mamma è una giornata difficile per me

24 luglio 2008
Nel 1986 ero una ragazza madre, quando seppi di essere ancora incinta. Avevo vent’anni, ed avevo una figlia di due anni. Il padre del mio bambino mi disse che dovevo sbarazzarmi del “problema”. La mia migliore amica decise di aiutarmi prendendomi un appuntamento per abortire. Mi portò in auto alla clinica per aborti.
Anche il padre e la mia amica pagarono l’intervento, ma io sono andata avanti. Sono stata responsabile per la decisione finale. La cosa strana è che durante il processo decisionale, nessuno ha mai chiamato il “problema” un bambino. Usavano termini come “interrompere la gravidanza”, “sbarazzarsi del problema” e “risolvere la situazione”. Nessuno parlò con me degli stadi dello sviluppo fetale dal primo istante del concepimento.
Il dolore dell’aborto deve essere stato troppo grande perché la mia mente ed il mio cuore lo affrontassero. L’ho tagliato fuori per 13 anni e non avevo nessun ricordo dell’aborto. Comunque ho sofferto di una grave depressione per anni e ho avuto molti attacchi d’ansia.
Ho accettato il Signore nella mia vita e nel mio cuore nel 1996. Nel 1998 stavo ascoltando un programma alla radio chiamato “Tilly”. Anche se ne ho sentito solo più o meno i primi dieci minuti, ho capito rapidamente che era su un bambino abortito. Ho cominciato ad urlare a Dio e a dirgli: “NO, è impossibile che io l’abbia fatto. È impossibile che io possa mai affrontarlo”. Ma mentre ascoltavo, il cuore cominciò a farmi male, e mi sembrava come se un coltello mi avesse perforato il cuore. Il dolore era insopportabile. Cominciai a piangere e caddi sul pavimento. Non riuscivo neanche a stare in piedi o respirare.
Non sapevo che cosa fare, provavo un grande dolore fisico, emotivo e mentale. Pensavo che sarei morta. Poi alla fine del programma, dissero che le donne che erano state ferite dall’aborto avrebbero dovuto chiamare il più vicino centro di aiuto alla gravidanza. Per prima cosa lunedì mattina feci così. Erano così premurosi e di sostegno. Non mi giudicavano. Pensavo che avrebbero dovuto odiarmi per quello che avevo fatto perché in quel momento mi odiavo; ed ero sicura che anche Dio mi odiava.
Ma scoprii presto, attraverso un meraviglioso corso biblico per riprendersi dall’aborto, che Gesù mi ama ancora, ed è morto per me. Mi ha perdonato i peccati, persino l’aborto. Ho appreso che mia figlia è col Signore ed un giorno staremo insieme.
Mentre attraversavo il processo di guarigione e cominciavo a raccontare la mia storia, cominciai ad apprendere quante donne sono state ferite dall’aborto. Nove persone su dieci a cui ho raccontato la mia storia hanno o abortito o sono il padre di un bimbo abortito.
Sono passati 18 anni da quando ho abortito, e mio figlio si diplomerebbe al liceo questo giugno. Sto cominciando ad avere effetti collaterali sulla mia salute a causa dell’aborto.
L’aborto ha influenzato la mia famiglia ed i miei amici, ma nessuno di loro vuole parlare della terribile natura dell’aborto. Ma noi dobbiamo parlarne. L’aborto deve finire. L’aborto ferisce le donne e toglie la vita a un bel bambino, un dono di Dio. Le donne devono sapere che possono essere guarite, perdonate e liberate.
La Festa della Mamma è una giornata difficile per me. Sentire un bambino piangere mi provoca un dolore improvviso e acuto al cuore. Doverlo spiegare ai miei figli vivi è stata una cosa difficile da fare. Anche dirlo ai miei genitori e ai fratelli è stato difficile. Sono stati tutti comprensivi e di sostegno, ma so di avere cambiato anche le loro vite.
L’aborto divenne legale quando avevo sette anni. La Corte Suprema prese una decisione per la quale non ebbi voce in capitolo, ma che avrebbe influenzato la mia vita per sempre. Ora ho più anni, ed ho la voce che userò per dire chiaramente: “L’aborto ferisce le donne”.
Il mio consiglio per le altre che hanno sperimentato la crudeltà dell’aborto: Fate sentire le vostre voci. Dateci il permesso di parlare dei vostri aborti. Usciamo dalla vergogna, dal dolore e dalla pena. Gesù può guarirvi così che voi possiate aiutare altre a guarire.

Maureen Messersmith è direttrice di zona di Pittsburgh, Pennsylvania per Operation Outcry: Silent No More. Aiuta a raccogliere fondi per l’assistenza al post-aborto come volontaria nel locale centro di aiuto alla gravidanza. Parla nelle chiese e in diversi gruppi ed è impiegata come segretaria di chiesa ed è direttrice dello sviluppo per un programma di doposcuola. Vive a Coraopolis, Pennsylvania col marito Ernie e quattro figli.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29195


Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi

21 luglio 2008
Quel giorno seppi che avevo tolto la vita all’unico bambino che avrei mai portato in grembo. Avevo venticinque anni e stavo impazzendo quando seppi di essere incinta. Il padre del mio bambino era andato via, ed io ero sola e disperata. Non lo dissi a nessuno tranne alla mia migliore amica che mi portò in auto alla clinica per aborti di Planned Parenthood a Nashville nel 1984. Scelsi la via d’uscita più facile, così pensavo all’epoca.
Ricorderò quel giorno per il resto della mia vita. La stanza era fredda come lo staff. Non c’era empatia, assistenza, o attenzione medica personale.
Mi sentivo come un pezzo di carne in una catena di montaggio mentre le ragazze venivano trasferite dentro e fuori dalla stanza. Non mi fecero nessuna anestesia, né medicazione, né mi diedero una mano da tenere.
Seppi di avere fatto un errore non appena udii il rumore di aspirazione della macchina, ma era troppo tardi per cambiare idea.
Ricordo di aver guardato il barattolo e di averlo visto riempirsi di pelle, sangue e tessuto del mio bambino. Dissi all’infermiera che stavo per rimettere e lei mi disse: “Basta che stai tranquilla”. Non sono mai stata più la stessa.
Alcuni giorni dopo, mentre ero al lavoro, cominciai ad avere crampi, sanguinamenti e febbre, tutto dovuto all’aborto incompleto. Dovetti lasciare il lavoro immediatamente per cercare assistenza medica.
Erano rimaste parti del bambino dentro di me, provocando una grave infezione, e un raschiamento d’urgenza raschiò via i resti dal mio utero.
Un anno dopo, attorno alla data dell’aborto, cominciarono gli attacchi di panico. Stavo uscendo di senno. Divenni molto depressa e cercai di uccidermi prendendo un’intera bottiglia di pillole antidolorifiche, e rimasi incosciente per tre giorni. Ero a casa da sola.
Un terapeuta ha lavorato con me per un anno, ma non toccò mai l’esperienza dell’aborto.
Dopo anni di droga, alcool e sesso promiscuo, sapevo che la mia vita doveva cambiare. Andai via dalla città, sposai un uomo meraviglioso; frequentavamo la chiesa e abbiamo dato i nostri cuori a Gesù.
Cercammo di avere un bambino, ma qualcosa non funzionava. La clinica per la fertilità determinò che ero sterile a causa del danno provocato dall’enorme cicatrice lasciata dall’aborto.
Volevo morire. Non potevo stare attorno ai bambini o andare a una festa per una mamma incinta. Mi sembrava di stare scavando una buca e di morire. Caddi in una profonda depressione clinica. Nessuno mi aveva detto che mi sarei mai sentita così.
Rifiutai di pensare all’adozione fino ad un giorno in cui stavo piangendo all’altare ed una piccola bambina di due anni mi mise le braccia attorno e mi disse che mi amava. In quel momento seppi che potevo amare il figlio di qualcun altro come fosse mio. Cominciò la guarigione… Dio però non aveva ancora finito con me.
Una sera ad una conferenza di donne, Dio mi purificò e liberò da ogni senso di colpa e vergogna. Egli mi diede libertà e perdono, facendomi uscire dalla mia prigione personale.
Dopo la metamorfosi spirituale, tornai a casa per ricevere una chiamata dall’ufficio adozioni e la mia bella figlia di cinque mesi e bi-razziale, Arabella, venne a casa a vivere con noi. La gioia fu indescrivibile. Giunsi a capire che, nella sorprendente sovranità di Dio, Egli vede il quadro completo quando noi vediamo solo un’istantanea.
Poco dopo la mia guarigione, divenni assistente in un centro di aiuto alla gravidanza ed ora dirigo il servizio di recupero dall’aborto a Murfreesboro, nel Tennessee.
Voglio dire alle donne danneggiate dall’aborto: C’è speranza. Dio vuole guarirvi e liberarvi.

Testimonianza di Jackie Bullard, Murfreesboro, Tennessee

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29193


L’aborto ferisce, inganna e distrugge!

18 luglio 2008
In un giorno piovoso e ventoso del marzo 1978, mi mentirono in una clinica per aborti di Atlanta. Fui informata che ero troppo avanti nella gravidanza per avere un aborto D&C (dilatazione e raschiamento) e che avrei dovuto partorire un bambino morto. Mentre stavo uscendo, avendo cambiato idea sull’aborto, mi dissero che avevano commesso un errore, che potevano prendersi cura del mio “problema” e che sarei potuta tornare alla normalità in breve.
Diverse settimane più tardi, quando chiamai la clinica per aborti perché stavo sanguinando abbondantemente, mi informarono che era normale.
Quindi le Donne acconsentono all’aborto perché siamo spaventate a morte e ci manca l’informazione, la preoccupazione ed un saggio consiglio. Abbiamo paura di dirlo ai genitori o ai mariti, paura di non poter mantenere un figlio, paura che i nostri matrimoni falliscano, paura di dover smettere con la scuola o rinunciare alla carriera, paura che le nostre vite non continuino come avevamo progettato.
Come molte donne, credevo alla bugia che l’aborto è sicuro, veloce e fa andar via il problema. Credevo di non avere altra scelta. Feci la “scelta” disperata dell’aborto come ultima risorsa, non perché volessi veramente abortire. I termini usati dai medici abortisti sono molto fuorvianti. Parole come interruzione della gravidanza, estrazione mestruale, prodotti del concepimento e masse di tessuto. Contribuiscono solo alla nostra confusione. Tutti questi termini disumanizzano ciò che viene distrutto per ingannarci, e così inganniamo le altre. L’aborto ferisce, inganna e distrugge!
Andando dal dentista per farsi togliere i denti del giudizio, ci parlano delle possibili complicazioni che possono avvenire. Non mi parlarono dei possibili rischi per la salute fisica, della vita di depressione, paura, ansia, lutto, senso di colpa, e del rimorso o della vergogna. Non mi parlarono delle complicazioni che potevano provocare la sterilità.
Mi ci vollero oltre 24 anni per permettere a Dio di insegnarmi a perdonarmi. Non mi sembrava di meritare di essere perdonata. Meritavo una vita di punizione. Dopo aver completato un corso molto intenso di studi biblici, ho imparato a cominciare a guarire. Non fate lo sbaglio, la strada per la guarigione può essere lunga e dura. Ho fatto la scelta e ne ho pagato il prezzo, ma Gesù Cristo porta il mio fardello ora.
Dopo 24 anni sono libera. Cristo è la risposta per le donne in lutto per liberarle dal passato. Egli ha l’attività di prendere le vite spezzate e renderle integre. Ora so che c’è pace e guarigione per le donne ferite dall’aborto. Ora sono profondamente interessata a come si sentono le altre donne forzate a fare ciò che io feci. Non starò “Mai Più Zitta”.

Julie Thomas è di Atlanta, in Georgia. È da molto tempo impiegata in una grande compagnia aerea. È una madre single di due figli: una figlia che insegna nella zona di Atlanta ed un figlio di 14 anni. Fa parte della Chiesa Battista Sharon a McDonough, in Georgia.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29197


Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe dovuto esserci

15 luglio 2008
Quando avevo 17 anni, scoprii di essere incinta. Uno dei miei genitori mi portò da un medico privato che eseguì su di me un aborto per suzione del primo trimestre. L’aborto era stato preorganizzato e fu pagato con la cifra insanguinata di 250 dollari.
Mi dissero che la procedura era molto semplice con dolore minimo, e che tutto sarebbe finito nel giro di qualche minuto. Mi dissero anche che non ci sarebbe stato nulla da preoccuparsi dopo che fosse finito.
Non fui avvisata del fatto che ci sono rischi fisici, mentali ed emotivi legati alla procedura abortiva. Non mi mostrarono nessuna immagine dello sviluppo fetale né mi dissero niente sullo sviluppo fetale. Piuttosto, mi dissero che il mio bambino era solo “un ammasso di tessuto”.
Il giorno del mio aborto, il medico mi chiese se volevo procedere. Dissi “NO”. Mi informò che avrei dovuto parlare al genitore che mi aveva portato. Il mio genitore mi stava facendo pressioni perché abortissi e aveva già organizzato tutto, così mi sentii come un animale spaventato e in trappola che era stato messo in un angolo. Vennero pressioni per farmi abortire anche dallo studio del medico quando mi dissero che eseguivano la procedura fino a 12 settimane di gravidanza. Ero di 11 settimane.
La cosiddetta semplice procedura fu molto dolorosa per me, avendomi fatto solo un’iniezione per darmi una leggera sonnolenza. Gridai al suono della macchina aspiratrice, solo per farmi mettere giù da tre infermiere e farmi dire che avevo bisogno di stare tranquilla per non disturbare le altre che aspettavano fuori dalla stanza.
Quel giorno uscii sentendomi vuota, fatta a pezzi, maltrattata e totalmente violentata. Immediatamente dopo l’aborto, un dolore ed una tristezza immensi mi sopraffecero, pensai al suicidio per la “mia scelta” di piegarmi alle pressioni.
Due anni dopo sposai il padre del bambino abortito, sebbene la relazione avesse avuto molti segnali negativi di maltrattamento. Dopo il matrimonio rimasi incinta, solo per poi abortire spontaneamente a 12 settimane. Non fui mai informata del rischio di aborti spontanei in seguito ad un aborto.
La nascita del mio primo figlio vivo fu molto difficile perché non ero capace di legare con lui e mi ritrovai ad essere molesta verso di lui come bambino.
L’aborto mi ha influenzato in diverse aree: nell’area fisica attraverso l’aborto spontaneo, disfunzione sessuale, malessere ogni anno in coincidenza con la data dell’aborto, abitudini autodistruttive di perdita di peso e nessuna cura o preoccupazione per il mio aspetto. Divenni lavoro-dipendente così non dovevo pensare all’aborto.
Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe potuto esserci e avrebbe dovuto esserci. Non andrà mai via. L’aborto ferisce e vittimizza le donne. L’aborto ha ferito me, e mi rifiuto di stare zitta. L’America deve sapere la verità sulla devastazione dell’aborto e come ferisca le donne e gli altri.
Molte zone della mia vita erano in disordine e spezzate. Non sapevo come rimetterle a posto fino a quando decisi di far prendere controllo della mia vita a Gesù Cristo. Egli è l’unica e definitiva Persona che può guarire una donna dal dolore e dalla distruzione dell’aborto. Gesù può liberare chiunque dal dolore del maltrattamento e della schiavitù, ed Egli è fedele alla Sua Parola. Egli è il guaritore e restauratore di tutte le cose.

Tammy Holly è direttrice di Operation Outcry per il Michigan ed è coordinatrice di un servizio di recupero dall’aborto in un centro locale di aiuto alla gravidanza, in cui ha anche prestato servizio come direttrice per sei anni e volontaria per ventun anni.

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Non si può descrivere la profondità della mia disperazione

10 luglio 2008
“Sei fortunata, al giorno d’oggi hai una scelta!” – Queste parole vennero da un’infermiera che stava nella sala degli esami come osservatrice. Come potevo conoscere l’impatto che avrebbe avuto sulla mia vita? Avevo appena scoperto di essere incinta a 39 anni. Le mie due figlie erano quasi adulte, ed avevo un’attività in crescita che richiedeva il mio tempo e mi offriva riconoscimenti e prestigio. Che cosa avrei fatto con un bambino? Così mi attaccai alle sue parole e, dopo aver discusso (convincendolo) con mio marito, presi l’appuntamento, comprai la loro FACILE via di uscita. La mia assistenza psicologica consistette in: “Tuo marito lo sa?” e “Hai firmato la liberatoria? Mettiti la gonna, la troverai là nella stanza”.
Sono grata di non avere ricordi dell’aborto, ma nell’istante in cui udii il corpo indifeso del mio bambino colpire la scatola della spazzatura, SEPPI! Avevo appena ucciso la mia carne ed il mio sangue, una vita innocente. Fui presa dal panico, l’infermiera mi disse in modo insensibile di “calmarmi, tra pochi giorni tutto tornerà alla normalità”.
Fortunata? Normale? Nessuno mi aveva preavvertita delle ripercussioni di un aborto. Era stata una semplice procedura di rimozione di “tessuto”, e allora perché il dolore, l’improvviso senso di vuoto? Mi svegliavo, notte dopo notte, al suono di grida, erano le mie! Ora so che le mie figlie le sentivano dalle loro stanze solo per tirarsi su le coperte sulla testa. Volevo parlare col mio pastore, ma che cosa avrebbe pensato di me? Sedevo settimanalmente nel coro, e tuttavia avevo ucciso il mio bambino. Pensai alla mia migliore amica, ma era cristiana. Avrebbe sentito ripugnanza e sarebbe andata via? E a quelli che sapevo non essere cristiani, ma molto probabilmente mi avrebbero detto di riprendermi! Cercavo di farlo. Sembrava che non ci fosse un’anima con qui parlarne. Tenevo tutto dentro.
Gli incubi continuavano, la depressione si faceva più profonda, e mi trovai distaccata da tutti e da tutto. Pregavo per un’altra possibilità, un altro bambino, ed entro l’anno seguente Dio ci diede un bambino bello e sano. Ero sicura che il senso di colpa fosse dietro di me; Dio mi aveva dato una seconda possibilità. Le grida cessarono, ma l’incubo della mia “scelta” era lontano dall’essere finito. Uscivo dalla stanza quando si parlava di aborto, la gente terrorizzata lo vedeva sul mio volto. Trovavo che la comunità della chiesa era troppo di “santarellini” per me, così smisi. La Chiesa era per gente buona.
L’aborto mi seguì per i seguenti 16 anni, portando isolamento, cattive scelte, divorzio orribilmente brutto, vergogna indicibile, solitudine terribile, e una depressione profonda, così ne negai l’esistenza.
Alla fine, quando il mio bambino di rimpiazzo ebbe 16 anni, Dio, nella sua misericordia, mi fece inginocchiare. Quando la mia colpa cominciò a venire alla superficie, mentre ero al lavoro un giorno, dissi che stavo male ed andai a casa. Non ci sono parole per esprimere il profondo buco nero in cui mi trovavo, nessuna frase per descrivere la profondità della mia disperazione. Dio la mise nel mio cuore per guidarmi direttamente dal mio medico, che mi fece andare di corsa in una stanza privata per esami. Allora feci il primo passo per la guarigione “parlando”. Mi prescrisse un alto dosaggio di Prozac ed un terapeuta cristiano che cominciò a vedermi immediatamente e quasi giornalmente per i successivi tre mesi e mezzo.
Mi ci volle ogni grammo di energia che potevo tirar fuori per dire il mio brutto segreto al nuovo pastore. Giornalmente, rivisitavo il dolore della mia “scelta fortunata” e del “rimedio rapido” che avevo scelto anni prima. Fu allora che riscoprii la sovrabbondante Grazia e Misericordia di Dio persino per me, una che aveva ucciso la sua propria carne! Furono rimosse montagne di senso di colpa e furono tolte tonnellate di vergogna. Non ero più sola. Fu allora che promisi di aiutare altre donne nella loro lotta e che non sarei stata “Più Zitta”.

Kay Painter è nata da un fattore e da sua moglie, in una piccola comunità rurale nei pressi di Portland, nell’Oregon. Ha due figlie ed un figlio. Kay ha lavorato per anni nell’industria floreale, fino a circa tre anni fa, quando ha promesso a Dio che avrebbe parlato della sua esperienza di aborto per aiutare altre donne. Da allora ha sempre parlato pubblicamente. È assistente al locale Centro di Aiuto alla Gravidanza e lavora localmente con i gruppi Generation Life e Idaho Chooses Life.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29194