Volevo solo rimettere il bambino dentro di me

13 ottobre 2008
Mi chiamo Theresa Bonopartis e sono post-abortiva. Come molte adolescenti che si ritrovano incinte, ho nascosto la gravidanza ai miei genitori per paura. Ero al quarto mese quando alla fine ne ho parlato a loro e, anche se non me lo aspettavo, mi cacciarono fuori di casa e mi dissero di scordarmi di essere loro figlia.
Nelle settimane seguenti mi trovai senza lavoro, denaro e posto in cui vivere. Alloggiando temporaneamente da un’amica, mio padre mi faceva chiamare al telefono tutti i giorni da mia sorella per dirmi che voleva che abortissi e che avrebbe pagato lui. Giorno dopo giorno continuavo a dire “no”, ma dopo un po’, sentendomi disperata e come se non avessi nessuna scelta, cedetti alla pressione e acconsentii ad uccidere il mio bambino non ancora nato. Oggi non riesco ancora a ricordare come andai all’ospedale dove venne eseguito l’aborto. Nessuno si preoccupò di parlarmi dei fatti. Non conoscevo lo sviluppo del mio bambino. Nessuno mi parlò della procedura o di cosa stava per succedermi. Essendo adolescente, fui messa in una stanza per essere sottoposta da sola ad una procedura orribile. Una procedura che non avevo mai voluto ma che mi avevano spinto a subire.
Ricordo ancora il medico che entrava nella stanza con un sguardo sadico in volto mentre mi iniettava nell’addome la soluzione salina. Poi cominciò l’orrore. Sebbene allora non fossi consapevole di ciò che stava succedendo, sentivo il mio bambino che si dibatteva dentro di me mentre veniva bruciato a morte dalla soluzione. Cominciarono le doglie per partorire poi un bambino maschio morto, nella stanza, da sola, dopo 12 ore. Ricordo che guardavo mio figlio che giaceva nel letto vicino al mio. Vedevo i suoi piedini e le sue manine e tutto ciò che riuscivo a pensare era quanto volevo rimetterlo dentro di me. Non riuscivo a credere a ciò che avevo appena fatto o che questo fosse permesso. Chiamai l’infermiera che venne nella stanza, prelevò mio figlio e lo scaricò in un grande barattolo di plastica etichettato “3A”. La mia vita cambiò per sempre a partire da quel momento.
Da quel giorno in poi cominciai a percorrere una spirale discendente perché soffrivo di depressione, ansia ed attacchi di panico e feci innumerevoli scelte sbagliate perché non credevo di meritare niente di meglio. Sebbene cercassi aiuto, nessuno voleva parlare del mio aborto. I psicoterapeuti professionisti mi dissero ripetutamente che dovevo andare avanti con la mia vita. Lo stesso messaggio che viene dato oggi a tante donne che cercano aiuto. Per nessuno era legittima la mia pena o riconoscere ciò che era avvenuto. Avevo ucciso il mio figlio non ancora nato. Mi avevano fatto sentire matta e sola pensando che fossi l’unica che soffriva delle conseguenze dell’aborto. La verità è che ci sono innumerevoli persone che soffrono.
Per anni ho vissuto la mia vita nell’infelicità. Feci una brutta scelta come marito, uno che abusava di droga e alcool. C’erano giorni in cui non ero nemmeno capace di alzarmi. Alla fine l’aborto incideva su ogni aspetto della mia vita, mentre la società ed i professionisti continuavano a dirmi che non aveva niente a che fare con l’aborto nonostante io continuassi a dire che non era così. Persino oggi ci si dà un gran daffare per liquidare lo stress post aborto come mostra un articolo del New York Times Magazine: “Esiste la sindrome post aborto?”. Quand’è che siamo diventati una società dove uccidere il tuo figlio non ancora nato e farsene tormentare è inaccettabile e negato? Non è per niente sensato.
Passarono molti anni prima che trovassi l’aiuto che cercavo per trovare la guarigione. Attraverso la mia fede e cercando un terapeuta che trattasse i problemi del post aborto, riuscii finalmente a guarire dal mio aborto. Oggi, se l’aborto infastidisce qualcuno, la società è svelta a dare la colpa alle credenze religiose di una persona che, dicono, instilla “senso di colpa e vergogna”. La mia fede non mi instilla senso di colpa e vergogna, la mia fede mi porta la misericordia di Dio, il suo perdono e la sua guarigione: è stato l’atto di uccidere mio figlio e vederlo morto sul letto accanto a me che mi ha instillato il senso di colpa e la vergogna.
La gente protegge il diritto di abortire perché crede alle bugie di cui noi, come società, siamo stati imbevuti negli anni. La mia speranza è che le donne a cui hanno fatto credere che l’aborto è una libertà, quando in realtà è una schiavitù, arriveranno a vedere, mentre sempre più donne dicono ad alta voce la verità, che la verità è ciò che ci rende liberi.
Grazie.

Theresa Bonopartis è il contatto per lo stato di New York di Operation Outcry ed è direttrice di Lumina/Hope & Healing after abortion, un servizio di indirizzamento post aborto. Ha due figli maschi, uno dei quali sta prestando servizio come marine.

http://64304.netministry.com/images/TheresaBonapartis-Sep2007_2_.pdf

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Continuavo ad essere in lutto per la perdita del bambino

28 agosto 2008
Il 28 agosto 1977 mi ritrovai faccia a faccia con il mio bambino abortito, e non sono mai più stata la stessa.
Come studentessa dell’ultimo anno del liceo, che si era diplomata con lode e giudicata la più brava della classe, ero così concentrata sugli obiettivi della mia carriera che ho semplicemente ignorato tutti i segnali della mia gravidanza. Quando smisi di negare la realtà, la mia famiglia insistette sul fatto che non avevamo i soldi per un’altra bocca da sfamare.
Quando mancava una settimana al college cominciai ad andare nel panico. Permisi a mia madre di portarmi fuori dallo stato in una clinica per aborti segnalataci dal nostro medico di famiglia. Dopo essere stata rifiutata da tre cliniche perché ero troppo avanti, fui indirizzata ad un ospedale universitario che avrebbe potuto prendersene cura.
Prima della procedura, lo staff medico mi rassicurò che non era ancora un bambino, solo “tessuto fetale”. Ma, guardando indietro, il mio cuore e la mia coscienza mi dicevano qualcos’altro. Mentre mi preparavano per l’intervento cominciai a sentirmi poco bene e dissi all’infermiera che avevo cambiato idea. Mentre cominciavo a strisciare fuori dal freddo tavolo metallico, lei mi spinse indietro e mi disse che era troppo tardi e mi fece addormentare.
Il giorno dopo mi svegliai in una stanza d’ospedale, con forti crampi. Non capivo che le iniezioni fattemi il giorno prima stavano forzando il mio corpo ad un travaglio violento e prematuro. Ero completamente impreparata a partorire un bambino morto da sola, ma anche il trauma della procedura impallidiva confrontato al rimorso immediato e profondo che provai dopo, desiderando di poter far tornare indietro il tempo e riportare indietro il mio bambino.
Per anni ho oscillato tra lo stordimento silenzioso e periodi di pianto e disperazione. Non potevo cancellare l’immagine del mio bambino dai miei ricordi, e continuavo ad essere in lutto per la sua perdita e per ciò che sarebbe potuto essere. Il mio sacrificio della sua vita per proteggere la mia dalla vergogna e dalla scomodità mi fece entrare in uno stato di stordimento emotivo che durò molti anni.
Anche se nessun altro mi condannava, il mio cuore batteva la verità: quel bambino era unico e non lo si poteva rimpiazzare. Persino la nascita di due altri figli non rimpiazzò il senso di perdita per il mio bimbo abortito. La scelta che era sembrata così semplice – uscire dalla mia difficoltà e andare avanti con la mia vita – mi consegnò invece ad una spirale depressiva che metteva a rischio la mia stessa vita.
Lottando per superare il mio dolore segreto, alla fine frequentai un ritiro di guarigione per donne post-abortive dove ricevetti una guarigione ed un perdono più profondi di quanto pensassi possibile. Dare un nome al mio figlio non nato mi ha fatto mettere a fuoco il mio dolore e riconoscerlo (il bambino), attraverso alcune semplici parole di dedica in una cerimonia in memoria, ha rotto le catene del mio dolore personale, ha portato una conclusione al mio lutto e mi ha liberata.
Attraverso la grazia di Dio, adesso non vedo l’ora di abbracciare il mio figlio abortito, un giorno in Cielo. Fino ad allora, sarò la sua voce per arrivare ad altre donne post-abortive che stanno ancora soffrendo in silenzio, per far sapere loro che non sono sole nel loro dolore e che Dio è colui che guarisce i cuori spezzati dall’aborto.
Comprendendo che mio figlio non era un errore, ma un dono di Dio, mi ha fatto comprendere che nessuno di noi è un errore. Egli ha un piano speciale per ognuno di noi.

Kathy Rutledge è referente del Kentucky per Operation Outcry. È anche presidentessa del Kentucky Memorial for the Unborn, fondato per dare un luogo sacro di conclusione e guarigione per coloro che hanno perso un nascituro, è coordinatrice regionale del Kentucky per Silent No More Awareness Campaign, e una co-facilitatrice di gruppi di sostegno della chiesa per donne che soffrono dopo l’aborto. Madre di due meravigliosi ragazzi adolescenti, è ragioniera abilitata, appassionata giocatrice di tennis e vive a Lexington nel Kentucky.

http://64304.netministry.com/images/KathyRutledge-Sep07.pdf


Quando vidi portar via i resti del mio bambino compresi con orrore che era troppo tardi

20 agosto 2008
Il silenzio è stato mio compagno per circa 14 anni, fino a quando non trovai il coraggio per affrontare la verità. I flashback del giorno dell’aborto riempivano il mio cuore e la mia mente. Ero stordita. Non ero un’adolescente ignorante ma una quarantenne sposata adulta ignorante. Non volevo essere lì, ma pensai che doveva essere giusto dato che era legale. La paura ebbe il sopravvento sulla ragione. Mi dissero che potevo morire durante il parto. Come potevamo permetterci un bambino con uno al college, e che dire della pensione? Tutte le ragioni erano egoistiche.
Alla clinica per aborti, piangevo lacrime che venivano dal profondo di me e che non avrebbero cessato di scorrere. Mi chiesero: “Perché piangi?”. I miei singhiozzi mi impedivano di rispondere, ma mi chiedevo perché non lo sapessero. “È per la gente che protesta? Per la polizia? Per l’ago?” Ogni volta facevo cenno di no. Alla fine mi chiesero: “È per l’interruzione di gravidanza?” Non usarono mai la parola “aborto”. Annuii. Risposero: “Siamo qui per aiutarti”, ma non mi chiesero mai: “Sei sicura di voler procedere?”
In seguito compresi che l’aborto non aveva risolto niente; aveva semmai creato problemi nuovi e duraturi che saranno sempre con me. Il dolore dell’aborto mi fece odiare me stessa. Mi sentivo sola, piangevo dentro di me, volevo cercare aiuto ma non sapevo dove trovarlo. Ero arrabbiata con me stessa, con i mass-media, col governo, con la chiesa e coi parenti che mi avevano riempito di bugie su come l’aborto fosse una risposta sicura e facile ad una gravidanza inattesa. Il peggio fu che avevo creduto ad una bugia ed avevo permesso l’impensabile, la cosa più innaturale da fare per una madre. Acconsentii a che mio figlio fosse strappato dalla protezione del mio grembo. Quando vidi portar via i resti del mio bambino in un freddo contenitore metallico, compresi con orrore che era troppo tardi. Non avrei mai potuto fare tornare indietro da questa “scelta”.
L’aborto sarà con me per sempre. Sto ancora subendo le conseguenze di questa decisione. Anche i miei figli ne hanno sofferto. La mia figlia adolescente ha avuto degli incubi dopo che gliel’ho detto. Anche io ho avuto degli incubi. La mia seconda figlia lo scoprì diversi anni dopo, senza che io lo sapessi, quando era al college. Si arrabbiò e mi chiese con le lacrime che le inondavano le guance: “Perché hai ucciso mio fratello?” Noi, naturalmente, non conoscevamo il sesso del bambino, ma penso che fosse un maschio e l’ho chiamato Adam James. Il dolore di spiegare un aborto ad una figlia è indescrivibile.
Ho una terza figlia che ora ha 13 anni, nata quattro anni dopo l’aborto per riempire le mie “braccia vuote”. Alcuni la chiamano “figlia di espiazione”. Io la chiamo dono di Dio. L’aborto non uccide solo un figlio: ferisce la madre, la famiglia, e in successione ferisce la società. Per questo motivo non posso più stare zitta. Devo essere una voce per chi non ha voce. Vi prego di aiutarmi a zittire le bugie dicendo la verità.

Karen Hartman è volontaria al Centro di aiuto alla gravidanza di Wickenburg (Arizona) e presidente di Right to Life di Wickenburg. È madre di tre figlie ed ha tre nipotini. Ama cavalcare nel deserto che circonda la sua casa con il suo border collie che l’avverte dei serpenti a sonagli. Fa parte della Chiesa Battista del Calvario.

http://64304.netministry.com/images/KarenHartman01-08.pdf


L’aborto non fa andare via il bambino, lo rende semplicemente un bambino morto

12 agosto 2008
Abortii una volta quando avevo 16 anni e quando ne avevo 20. Ho avuto lo stesso ragazzo per quasi sei anni, da 14 a 20 anni. Aveva 3 anni più di me, era studente di psicologia e sapeva che il mio patrigno mi odiava. Mi prendeva e mi diceva quanto mi amava e che voleva sposarmi, ma non quando rimasi incinta. Allora disse che non voleva più vedermi e avrebbe detto a tutti che non erano suoi e diede a mia madre il denaro per pagare gli aborti. Mia madre prese l’appuntamento per il primo e mi portò. Alla fine questa relazione finì quando presi la mia auto e me ne andai dallo stato di New York e me ne andai nel Wyoming subito dopo il secondo aborto.
(L’aborto) fu una sorpresa dolorosa e infelice. Piangevo nella sala d’aspetto prima dell’aborto, allora mi misero in una stanza separata perché dissero che stavo spaventando le altre ragazze.
(Seguirono) terribili dolori emotivi e vergogna, di cui all’inizio non avevo idea. L’aborto divenne legale immediatamente prima che io abortissi, ed il mio ragazzo usò quest’argomento per farlo sembrare OK. Disse che queste leggi sono fatte da gente intelligenti, non avrebbero detto che era tutto a posto se non lo fosse stato.
Andai ad un gruppo di studi biblico della PACE [Post Abortion Counseling ad Education] dopo che il mio secondo figlio nacque con la malattia della membrana ialina, ed è sordo di conseguenza. Sentivo che Dio era particolarmente arrabbiato con me per il secondo aborto. Quando nacque sano il terzo figlio (maschio) fu la sensazione più meravigliosa di tutta la mia vita. Non andai alla PACE che dopo che nacque il mio terzo figlio, nove anni dopo il secondo aborto. Fino ad allora mi sembrava solo di avere un terribile segreto e come se stessi facendo finta di essere rispettabile e non penso che piacerò mai a me stessa quanto avrei potuto. So che Dio mi ha perdonata. So che il sesso in sé non è amore, specialmente se è distruttivo, ed insegnerò ai miei figli l’astinenza.
Grazie per fermare la gente che vuole abortire. Non ci fu opposizione di alcun tipo quando abortii io. Tutto ciò che ebbi fu il senso di colpa per essere stata cattiva e la sensazione che questo (l’aborto) l’avrebbe sistemato. Nessuno fa notare che quale che sia la strada percorsa dalla persona, è una decisione che rimane con lei per tutta la vita. Penso che potrei vivere con me stessa molto più serena se avessi fatto adottare mio figlio. L’aborto non fa andare via il bambino, lo rende semplicemente un bambino morto.
Desidero davvero che questa attività ci insegni ad astenerci fino al matrimonio. Uomini e ragazzi inclusi. Non penso che si debba insegnare ai ragazzi di farsi tutte le ragazze, perché le ragazze non pensano mai questo di se stesse. So anche che ero innamorata e che se non “lo avessi fatto con lui”, qualcun’altra lo avrebbe fatto. Crescendo nello stato di New York negli anni ’70, al liceo c’erano molte più ragazze che l’avrebbero fatto, rispetto a quelle che non lo avrebbero fatto. Le ragazze non dovrebbero essere tirate su con le storie di Cenerentola perché ci rende più vulnerabili allo sfruttamento. Dobbiamo insegnare ai nostri figli che il sesso è biologico e non deve essere confuso con l’amore (è una piccola parte dell’amore). Penso anche che se avessi avuto i bambini sarei cresciuta un po’ prima. Sento la mia vita fortemente alterata.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudyproject/casestudy854.htm


Due giornate che vorrei rivivere

1 agosto 2008
Mia sorella rimpiange ancora oggi il ruolo che ha avuto nel mio aborto. I suoi sentimenti sono cambiati da quando è diventata cristiana ed ha scoperto la verità sull’aborto.
Mia mamma ha chiuso l’argomento e non vuole affrontarlo. Non era consapevole della realtà dell’aborto e sapeva solo ciò che ne dicevano i mass-media liberali. Le ho scritto delle lettere su che cos’è veramente l’aborto e sui suoi effetti su di me personalmente, ma non ho mai avuto risposta.
Come affronto il mio aborto? Nell’unica maniera che può portare pace e perdono. È stato contro Dio che ho peccato, e solo Egli ha la facoltà di dirmi: “Sei perdonata, va’ e non peccare più”. Andare da assistenti e psicologi non aiuta. Anche se ti giudicano “non colpevole” o cercano di aiutarti ad affrontare “l’elaborazione del lutto”, non allevia il problema di base né risponde all’unico capace di liberarti. La mia risposta è di rivolgermi a Dio, pregare, gridare, finché Egli non ti liberi dalla colpa e dal dolore. Allora perché piangere ancora? In pentimento e rimorso, ed Egli è lì con il mio “spirito in pezzi”.
Quanto segue è una copia della lettera al redattore di un giornale locale, a cui ho scritto. Hanno anche chiesto che i resoconti della storia dell’aborto rimangano anonimi. Invece di rifarlo – perché è traumatico scrivere nero su bianco i particolari dell’uccisione di tuo figlio – vi mando la copia.

Avevo diciotto anni ed ero al primo anno di college. Ero lontana da casa per la prima volta nella vita, e prendevo le mie prime decisioni da “adulta”. Ci sono due giornate che in tutta l’eternità vorrei rivivere ma non potrò mai: il giorno che rimasi incinta ed il giorno in cui assassinai brutalmente il mio figlio innocente.
Dissi a mia madre della gravidanza e lei inizialmente mi disse che mi avrebbe aiutata e mi avrebbe aiutata a tirare su il bambino. Poi parlò a mia sorella che le parlò di un’amica che aveva abortito e disse quanto era facile. Se il governo non l’avesse reso legale, il mio bambino sarebbe vivo oggi perché i miei genitori hanno sempre rispettato la legge.
Chiamai il mio ragazzo che pure mi disse di abortire. Non lo vidi più.
Andai da Planned Parenthood che mi esaminò per essere sicuri che fossi incinta e scoprire quanto fossi avanti. Dissero che non vedevano altre alternative per me tranne l’aborto e che bisognava effettuarlo il prima possibile (non mi fu data alcuna spiegazione ma ero vicina ai tre mesi e gli aborti per suzione hanno complicazioni tanto più grandi quanto più si è avanti). Programmarono l’aborto alla clinica e mi portarono là con un’altra ragazza che avevano programmato.
Loro (Planned Parenthood) programmarono anche il mio incontro con un assistente il giorno prima dell’aborto, che pure non discusse in profondità altre opzioni attuabili, tranne l’aborto. L’intera seduta durò da cinque a dieci minuti.
Tenere il “bambino” (sebbene mi dissero di non chiamarlo “bambino”, era un feto – mi dissero)? “Tu non vuoi prendere i sussidi ed essere una ragazza madre” (anche se ero diplomata a pieni voti con genitori che avrebbero potuto aiutarmi, se avessi deciso di tenere il bambino).
Adozione? “Potresti vivere non sapendo mai niente del tuo bambino?” L’adozione può essere aperta o chiusa sulle informazioni scambiate tra la ragazza ed i genitori adottivi. Ci sono ragazze e genitori adottivi che vivono insieme finché nasce il bambino e affrontano la nascita insieme. Ci sono quelli che si scrivono lettere tra di loro.
L’aborto fu presentato come fosse avere un aborto spontaneo. In un aborto spontaneo il bambino non è sviluppato al punto di essere in grado di sopravvivere dopo la nascita, laddove questo minuscolo bambino di dodici settimane che stavo portando doveva solo aumentare di peso per nascere normalmente. Tutti i suoi sistemi erano già formati. Il cuore del bambino stava battendo e poteva essere udito dallo stetoscopio di un medico, ma non lo fu.
L’aborto per suzione fa letteralmente a pezzi il bambino, e non muore istantaneamente senza dolore. Il bambino morirà per lo shock, dissanguamento, emorragia cerebrale o solo per l’essere fatto a pezzi. Il bambino cercherà di scappare da questo aspiratore, che è più potente di un aspirapolvere domestico. I fatti non mi furono mai detti.
Non si parlò mai dei rischi per la mia salute fisica dopo l’aborto.
Le “infermiere” ci misero circa 45 minuti per trovare la pressione sanguigna. Fu un tale shock per me. Quando più tardi mi misi a piangere, era tutto ciò che potevo fare, il lutto era tanto grande. Sto ancora piangendo.
Non c’era nessuno dopo che tutto era avvenuto. Non ci fu alcun esame dopo neanche per vedere se ero a posto fisicamente. Planned Parenthood aveva avuto il suo denaro ed ero solo un’altra cifra nei loro libri. Chi mi poteva aiutare per liberarmi dal senso di colpa? Chi poteva capire il lutto che mi sopraffaceva?
Ora sono sposata con due figli ed uno è in arrivo. Ogni volta che rimango incinta mi chiedo quale sarebbe il costo dell’aborto di questa gravidanza, se tutto andrà bene.
Questo mese sono quattordici anni che ho abortito. Questo mese sono quattordici anni che ho ucciso mio figlio. E piango ancora.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudyproject/casestudy977.htm


Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe dovuto esserci

15 luglio 2008
Quando avevo 17 anni, scoprii di essere incinta. Uno dei miei genitori mi portò da un medico privato che eseguì su di me un aborto per suzione del primo trimestre. L’aborto era stato preorganizzato e fu pagato con la cifra insanguinata di 250 dollari.
Mi dissero che la procedura era molto semplice con dolore minimo, e che tutto sarebbe finito nel giro di qualche minuto. Mi dissero anche che non ci sarebbe stato nulla da preoccuparsi dopo che fosse finito.
Non fui avvisata del fatto che ci sono rischi fisici, mentali ed emotivi legati alla procedura abortiva. Non mi mostrarono nessuna immagine dello sviluppo fetale né mi dissero niente sullo sviluppo fetale. Piuttosto, mi dissero che il mio bambino era solo “un ammasso di tessuto”.
Il giorno del mio aborto, il medico mi chiese se volevo procedere. Dissi “NO”. Mi informò che avrei dovuto parlare al genitore che mi aveva portato. Il mio genitore mi stava facendo pressioni perché abortissi e aveva già organizzato tutto, così mi sentii come un animale spaventato e in trappola che era stato messo in un angolo. Vennero pressioni per farmi abortire anche dallo studio del medico quando mi dissero che eseguivano la procedura fino a 12 settimane di gravidanza. Ero di 11 settimane.
La cosiddetta semplice procedura fu molto dolorosa per me, avendomi fatto solo un’iniezione per darmi una leggera sonnolenza. Gridai al suono della macchina aspiratrice, solo per farmi mettere giù da tre infermiere e farmi dire che avevo bisogno di stare tranquilla per non disturbare le altre che aspettavano fuori dalla stanza.
Quel giorno uscii sentendomi vuota, fatta a pezzi, maltrattata e totalmente violentata. Immediatamente dopo l’aborto, un dolore ed una tristezza immensi mi sopraffecero, pensai al suicidio per la “mia scelta” di piegarmi alle pressioni.
Due anni dopo sposai il padre del bambino abortito, sebbene la relazione avesse avuto molti segnali negativi di maltrattamento. Dopo il matrimonio rimasi incinta, solo per poi abortire spontaneamente a 12 settimane. Non fui mai informata del rischio di aborti spontanei in seguito ad un aborto.
La nascita del mio primo figlio vivo fu molto difficile perché non ero capace di legare con lui e mi ritrovai ad essere molesta verso di lui come bambino.
L’aborto mi ha influenzato in diverse aree: nell’area fisica attraverso l’aborto spontaneo, disfunzione sessuale, malessere ogni anno in coincidenza con la data dell’aborto, abitudini autodistruttive di perdita di peso e nessuna cura o preoccupazione per il mio aspetto. Divenni lavoro-dipendente così non dovevo pensare all’aborto.
Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe potuto esserci e avrebbe dovuto esserci. Non andrà mai via. L’aborto ferisce e vittimizza le donne. L’aborto ha ferito me, e mi rifiuto di stare zitta. L’America deve sapere la verità sulla devastazione dell’aborto e come ferisca le donne e gli altri.
Molte zone della mia vita erano in disordine e spezzate. Non sapevo come rimetterle a posto fino a quando decisi di far prendere controllo della mia vita a Gesù Cristo. Egli è l’unica e definitiva Persona che può guarire una donna dal dolore e dalla distruzione dell’aborto. Gesù può liberare chiunque dal dolore del maltrattamento e della schiavitù, ed Egli è fedele alla Sua Parola. Egli è il guaritore e restauratore di tutte le cose.

Tammy Holly è direttrice di Operation Outcry per il Michigan ed è coordinatrice di un servizio di recupero dall’aborto in un centro locale di aiuto alla gravidanza, in cui ha anche prestato servizio come direttrice per sei anni e volontaria per ventun anni.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29198


Apri la bocca in favore del muto, in difesa di tutti i condannati a morte

29 giugno 2008
Mi chiamo Janice Lewis, e sono una donna ferita dall’aborto.
All’età di 18 anni, ho tolto la vita al mio primo figlio. Sebbene la maggior parte di questa esperienza sia offuscata nei miei ricordi, ricordo bene la sequenza di pensieri che hanno portato alla mia decisione. Ricordo di aver pensato: “Se posso farlo entro questo limite di tempo, non è ancora un bambino”. Avevo comprato la bugia che mio figlio era meno che umano.
La Bibbia ha molto da dire sull’aborto.
Giacomo 5,6 dice: Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza.
Proverbi 24,11 ci istruisce dicendo: Libera quelli che sono condotti alla morte e salva quelli che sono trascinati al supplizio. La verità è ciò che tratterrà queste donne, ma dobbiamo parlare chiaro e raggiungerle.
Il verso immediatamente successivo dice: Se dici: «Ecco, io non ne so nulla», forse colui che pesa i cuori non lo comprende? Colui che veglia sulla tua vita lo sa.
È responsabilità di tutti noi lottare per le vite dei nascituri.
Proverbi 31,8 dice: Apri la bocca in favore del muto, in difesa di tutti i condannati a morte.
Per i pastori, so che questo può essere un argomento delicato e scomodo da affrontare. Voglio incoraggiarvi a farvi aiutare da Operation Outcry. Possiamo dire la verità nelle vostre chiese come voci d’esperienza, conoscendo di persona che l’aborto non è una soluzione. Possiamo aiutarvi a favorire la guarigione per gli uomini e le donne delle vostre congregazioni che stanno soffrendo in silenzio con il lutto e la vergogna degli aborti passati. Siamo qui per aiutarvi, per raggiungerli, se scegliete di aprirci le porte ed invitarci.
In onore del mio bambino, di cui porto con me la perdita ogni giorno, continuerò a parlare chiaramente e a dire la verità: l’aborto non ha solo derubato mio figlio della vita, ma ha derubato il mondo di mio figlio.

Janice Lewis è stata, fino a poco tempo fa, direttrice di Operation Outcry per l’Illinois. Il discorso sopra riportato è stato tenuto ad un pranzo di sostegno per Operation Outcry e mi è stata da lei gentilmente inviata per email con permesso di pubblicazione.

Operation Outcry