L’aborto non fa tornare tutto come prima

16 febbraio 2009
La testimonianza che segue è tratta dal sito dell’associazione Il Dono che mi ha molto gentilmente concesso di riportarla per intero.

Il dono onlus

Aspettavo un bambino. Lui disse di non volerne sapere. All’improvviso mi sono trovata incinta e sola.
Ero spaventata, con la testa piena di parole e domande. Le poche persone con cui mi ero confidata facevano eco alle mie paure: sentivo di non potercela fare.
Una nuova vita sbocciava dentro di me, ma io avevo la sensazione che ne sarei stata annientata.
Ho visto nell’interruzione di quella gravidanza l’unica soluzione per far tornare tutto come prima.
Errore clamoroso.
L’aborto non ti riporta a prima della gravidanza. L’aborto non evita che tu diventi madre, dal momento del concepimento sei già madre, ti piaccia o no.
La verità è che l’aborto ti rende madre di un bambino morto.
L’avrei imparato bene, a caro prezzo.

Mi sono arresa.
Ricordo che in ospedale alla caposala dissi tra le lacrime “il fatto è che non voglio farlo, ma devo farlo”.
Qui sta l’inganno, l’imbroglio più grande che sta dietro alla non-scelta dell’aborto. Non-scelta perchè, in quel momento in chi la compie sembra l’unica via percorribile, e una scelta si fa quando si hanno diverse opzioni. A chi sceglie l’Interruzione di Gravidanza in quel momento quel gesto doloroso sembra davvero l’unica via possibile. Imbroglio perchè questo non è vero. C’è SEMPRE un’altra via. Ma non sempre si hanno occhi capaci di vederla.
Sono entrata in sala operatoria sola, confusa e spaventata.
Al risveglio, svanito ogni effetto dell’anestesia, mi sono ritrovata più sola, più confusa, più spaventata di prima. L’unica realtà era che il mio bambino era morto, ed ero stata io a volerlo. Davide… iniziai a chiamare quel bambino con un nome. Perché quel bambino era mio figlio, un figlio che non sarebbe mai nato.

Le settimane seguenti credevo di impazzire, pensavo che sarei morta a causa di un dolore che non credevo si potesse provare. Ma in fondo volevo morire. Volevo morire perchè pensavo che mi sarei riunita a mio figlio. Volevo morire perchè pensavo che neanche l’inferno potesse essere peggio che vivere così.
Ma il Signore aveva altri programmi per me, anche se non lo sapevo ancora.

La sofferenza per aver perso mio figlio era immensa, e a mio parere non avevo neanche il diritto di soffrire. Era una sofferenza silenziosa, e solitaria, incompresa anche dai pochi che sapevano.
Il dolore mi stava trascinando sempre più giù. E io non facevo niente per oppormi.
La cosa più faticosa era assistere alle cose belle, e scoprivo che il mondo ne era pieno. In tutto vedevo ciò che a mio figlio avevo negato, ciò che non avrebbe mai conosciuto. Inoltre, tutti i problemi che prima dell’aborto sembravano riempire l’universo, si erano fatti piccoli e insignificanti, e per ciascuno vedevo una soluzione. Ma era troppo tardi.
Alcune settimane dopo ho incontrato “per caso” (ma ora so che il caso non esiste…) un’associazione, unica nel suo genere, che si occupa di dare sostegno alle donne che si sono trovate al bivio della scelta. Donne che come me hanno scelto l’aborto, e soffrono per lo sbaglio commesso, e donne che davanti a una gravidanza indesiderata decidono nonostante le difficoltà di tenere il loro bambino. Due mondi in apparenza opposti si incontrano al Dono, così si chiama. E scoprono di non essere pianeti così lontani… E scelgono di andare avanti insieme. Ho iniziato un percorso con l’aiuto dei volontari e delle volontarie dell’associazione, in gran parte persone che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di un figlio inatteso.
Il cammino con l’associazione, e la vicinanza e il sostegno di persone speciali, mi ha portato, dopo alcuni mesi, ad affrontare il sacramento della Riconciliazione. Io posso dire che è nell’ora più buia che sono stata travolta dalla scoperta dello sconfinato amore di Dio per ogni uomo, dello sconfinato amore di Dio per me. Quella scoperta ha cambiato la mia vita.
Ora faccio parte dell’associazione. E desidero restituire ad altri quello che io ho gratuitamente ricevuto: una rinnovata speranza.

La speranza che vive in me viene dalle cose che ho imparato in questo tempo.

* Ho imparato che l’aborto è una scelta che viene da lontano. Che si abortisce un figlio, ma si possono allo stesso modo abortire tante altre cose. Si abortisce ciò che ci viene affidato, quando ci sentiamo in diritto di disporne a nostro piacimento. Si abortisce la propria stessa vita, quando si vive al ribasso, quando si chiudono le porte alle novità . Si abortisce la vita altrui quando non le si fa spazio nella propria, quando la si calpesta, coi gesti, con le parole, col rifiuto. Col giudizio.

* Ho imparato che la paura, la confusione, la solitudine, urlano forte e fanno un gran chiasso dentro di noi, l’amore e la speranza sussurrano, e bisogna fare silenzio per ascoltarli, e non è facile, ma si può reciprocamente aiutarsi a fare silenzio, e ,nel silenzio, a fare ordine.

* Ho imparato che quando qualcosa va diversamente da come immaginavamo o avevamo pianificato, non significa che sia peggio, è solo diverso.

* Ho imparato che la vita è un dono che va difeso sempre, a tutti i costi e che la prima vita che ci è stata data in custodia è la nostra, e dobbiamo averne cura. Piangersi addosso e arrendersi al dolore, alla rabbia, al senso di colpa non aggiusta le cose, e genera ingiusto dolore intorno a sé. E a volte c’è bisogno di qualcuno che ce lo ricordi.

* Ho imparato che il male non si paga con altro male, né a uno sbaglio si pone rimedio con altri sbagli, e che quando la morte chiama altra morte ci si può e ci si deve opporre con forza.

* Ho imparato che non ci sarebbe affidato qualcosa se non avessimo i mezzi per accoglierlo, e che se non vediamo questi mezzi non vuol dire che non ci siano o non arriveranno. E in quest’attesa è importante non essere soli. E chiedere aiuto non è un atto debole ma coraggioso.

* Ho imparato che non si muore né si vive invano, e che ogni vita ha un valore grande, ogni vita porta in sè un annuncio, ogni vita ha uno scopo. E che questo valore non dipende né dalla sua quantità né dalla sua qualità : una vita breve non vale meno di una lunga, una malata non meno di una sana, una difficile non meno di una facile. Lo so bene, perchè la vita di mio figlio è durata solo 7 settimane, eppure ha cambiato radicalmente la mia, e con la mia sta cambiando quella di tante altre persone…

* Ho imparato che in tutto, anche in quello che non possiamo modificare, abbiamo la possibilità di scegliere: di scegliere “come” stare dentro alle cose. Possiamo negare una sofferenza e uno sbaglio, dandogli il potere di consumarci poco a poco. Possiamo dare a un dolore il potere di schiacciarci, annientandoci nella sua morsa. Oppure possiamo affrontarlo, non come una lotta da vincere, ma come un mistero da vivere, luogo sconosciuto da attraversare passo dopo passo. Con lo sguardo rivolto al cielo.

Ma la Speranza che conosco è prima di tutto una persona: Cristo. Colui che è sceso fino al punto più profondo del mio inferno e del mio peccato e mi ha teso la mano, attraverso le persone che ha messo sulla mia strada. La Speranza che conosco ha il volto di quel Padre buono che mi ha offerto il suo perdono e mi ha chiamato a ripartire da dove io ho conosciuto la morte perchè proprio da lì nascesse nuova vita. La Speranza che conosco ha il volto di quel Dio che è sempre stato con me, e non ha smesso di esserci neanche nell’ora del mio tradimento, quel Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
La mia Speranza viene dalla fiducia certa che anche su mio figlio il male non ha avuto l’ultima parola. Ho imparato che la Verità ci rende liberi, e ho scelto di essere libera.

Libera dal mio dolore, libera dai miei sbagli, dalle mie povertà , che saranno sempre parte di me, ma non padroni di me. Io ho scelto di essere libera per amare.

So di avere una lunga lista di motivi per alzare gli occhi al cielo e ringraziare, e sono stupita e grata per i doni e i miracoli di cui ogni giorno è costellato, che ora riesco a vedere e che so bene di non meritare, ma d’altronde mi hanno insegnato che un dono non è il premio di una raccolta punti, non si merita, un dono si accoglie. E prego Dio che mi aiuti sempre a svuotare le mie mani, il mio cuore, il mio tempo di tutto ciò che non viene da Lui per far a Lui spazio.

Se ogni vita ha un senso, anche la mia deve averne uno. Non so quale sia, credo che lo si scopra pienamente solo “dopo”. Di certo so, che se la propria esistenza fosse qualcosa che si può dedicare, sulla prima pagina della mia sarebbe scritto: “A Davide. Con Amore. Mamma”.

testimonianza di Silvia

http://www.il-dono.org

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Aborto eugenetico? No grazie!

8 gennaio 2009
La testimonianza che segue, presa dal sito della Quercia Millenaria, parla da sola…

Claudia venne qui, da sola, nel 1992, a 18 settimane di gravidanza e mi disse:
– “Professor Noia, varie persone mi hanno fatto il suo nome, perchè lei mi può dire se questo bambino ha i reni o no.”
– “Va bene” – rispondo – “facciamo alcuni esami”.
E lei: “Fate tutto il necessario, perché io devo decidere”.
Fatti gli esami, il risultato era chiaro:
– “I colleghi che l’hanno inviata da noi avevano ragione, la mancanza di tutti e due i reni è confermata”.
E lei: “Che sarà di questo bambino?”.
– “Crescerà dentro di lei, lei si legherà a lui col suo amore, ma il bambino, non avendo la possibilità di urinare, non svilupperà il sistema che porta alla maturazione dei polmoni. Come conseguenza, dopo la nascita il bambino vivrà solo alcune ore”.
Claudia: “Allora, se è così, vado a fare l’aborto volontario”.


Una scomoda verità

24 dicembre 2008
La legge 194 ha legalizzato l’aborto quando la gravidanza comporti «un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica». Come la 194 italiana, così anche in altre nazioni si è utilizzata la foglia di fico della “salute” della donna per legittimare luccisione di un figlio. Ma davvero l’aborto tutela la salute della donna? Ogniqualvolta uno studio mostra come non solo l’aborto non sia per nulla curativo ma sia anche dannoso, si cerca di metterlo a tacere. Questo è quanto è accaduto anche per lo studio di cui si parla qui di seguito, che oltretutto è stato eseguito da un medico pro-choice ateo che si aspettava tutt’altri risultati…


Uno studio effettuato in Nuova Zelanda, che ha tenuto in osservazione approssimativamente 500 donne dalla nascita a 25 anni d’età, ha confermato che le donne che abortiscono sperimentano in seguito elevate percentuali di comportamenti suicidi, depressione, abuso di sostanze, ansia ed altri problemi mentali.
Significativamente i ricercatori, guidati dal professor David M. Fergusson, direttore del Christchurch Health and Development Study, hanno scoperto che il tasso più alto di problemi mentali non poteva essere spiegato da altre differenze pre-gravidanza nella salute mentale, che era stata regolarmente controllata nel corso dello studio, durato 25 anni.

Le scoperte sorprendono i ricercatori pro-choice

Secondo Fergusson, i ricercatori avevano affrontato lo studio aspettandosi di essere in grado di confermare il punto di vista per cui eventuali problemi dopo l’aborto siano riconducibili a problemi di salute mentale esistenti prima dell’aborto. I dati hanno mostrato che le donne che rimanevano incinte prima dei 25 anni andavano incontro con maggiore probabilità a problemi famigliari e di adattamento, avevano maggiori probabilità di andarsene di casa in giovane età e avevano maggiori probabilità di iniziare una relazione di convivenza.
Comunque, tenendo conto di questi ed altri fattori, la ricerca ha mostrato che le donne che avevano abortito avevano probabilità significativamente più alte di sperimentare problemi di salute mentale. Così, i dati contraddicevano l’ipotesi che le differenze potessero essere spiegate da precedenti malattie mentali o altri fattori “predisponenti”.
“Sappiamo come erano le persone prima che fossero incinte” – ha detto Fergusson a The New Zealand Herald. Abbiamo tenuto conto del loro background sociale, di istruzione, etnia, salute mentale precedente, esposizione alla violenza sessuale, e tutta una serie di fattori.
I dati conducevano persistentemente alla conclusione politicamente sgradita che l’aborto può da solo essere la causa di successivi problemi di salute mentale. Così Fergusson presentò i suoi risultati al Comitato di Supervisione dell’Aborto della Nuova Zelanda, che ha il compito di assicurare che gli aborti in quel paese vengano eseguiti in accordo con tutti i requisiti legali. Secondo il New Zealand Herald, il comitato disse a Fergusson che sarebbe stato “indesiderabile pubblicare i risultati nel loro stato ‘non chiarito’”.
Nonostante la propria posizione politica pro-choice, Fergusson rispose al comitato con una lettera affermando che sarebbe stato “scientificamente irresponsabile” sopprimere le scoperte solo perché toccavano un argomento politico esplosivo.
In un intervista ad una radio australiana riguardo alle scoperte, Fergusson ha affermato: “Rimango pro-choice. Non sono religioso. Sono ateo e razionalista. Le scoperte mi hanno sorpreso, ma i risultati appaiono molto solidi perché persistono lungo duna serie di disturbi e di età… L’aborto è un evento traumatico della vita, cioè implica perdita, implica lutto, implica difficoltà. Ed il trauma può, di fatto, predisporre le persone a sviluppare una malattia mentale”.

Le riviste rifiutano i risultati politicamente scorretti

Il gruppo di ricerca del Christchurch Health and Development Study è abituato a vedere accettati i propri studi sulla salute e sullo sviluppo umano dalle più importanti riviste mediche alla prima presentazione. Dopo tutto, la raccolta di dati dalla nascita all’età adulta di 1’265 bambini nati a Christchurch rappresenta, fra gli studi protratti nel tempo, uno dei più duraturi e di maggior valore. Ma questo studio era il primo, tra quelli compiuti dall’esperto gruppo di ricerca, che toccava il dibattuto tema dell’aborto.
Fergusson disse che il gruppo “andò da quattro riviste, cosa molto insolita per noi – normalmente veniamo accettati la prima volta”. Alla fine, il quarto giornale accettò di pubblicare lo studio.
Sebbene mantenga tuttora una visione pro-choice, Fergusson crede che le donne e i medici non dovrebbero accettare ciecamente la pretesa infondata che l’aborto è in genere senza danni o benefico per le donne. Sembra particolarmente seccato dalle false assicurazioni sulla sicurezza dell’aborto date dall’American Psychological Association (APA) (vedi questo post)
Nel 2005 l’APA asserì che “studi ben congegnati” avevano scoperto che “il rischio di danno psicologico è basso”. Nella discussione dei loro risultati, Fergusson e la sua squadra evidenziano che l’articolo sulla posizione dell’APA ignorava molti studi-chiave che provano il danno dell’aborto ed hanno osservato solo un saggio selezionato di studi che hanno gravi pecche metodologiche.
Fergusson ha detto ai giornalisti che “rasenta lo scandalo il fatto che una procedura chirurgica che viene effettuata su più di una donna su dieci sia stata così poco indagata e valutata, considerando i dibattiti sulle conseguenze psicologiche dell’aborto”.
In seguito alle lamentele di Fergusson sulla natura selettiva e fuorviante della dichiarazione fatta dall’APA nel 2005, l’APA ha rimosso la pagina dal proprio sito internet. La dichiarazione può tuttavia essere ancora reperita attraverso un archivio web.

Lo studio può avere una profonda influenza su medicina, legge e politica

La reazione alla pubblicazione dello studio di Christchurch sta surriscaldando il dibattito politico negli Stati Uniti. Lo studio è entrato nell’ambito ufficiale alle udienze di conferma del Senato per il giudice della Corte Suprema Samuel Alito. Anche un sottocomitato del Congresso USA presieduto dall’onorevole Mark Souder (repubblicano dell’Indiana) ha chiesto al National Institute of Health [NIH, Istituto Nazionale di Sanità] di rendicontare quali sforzi il NIH sta effettuando per confermare o respingere le scoperte di Fergusson.
L’impatto dello studio in altri paesi potrebbe essere persino più profondo. Secondo il New Zealand Herald, lo studio di Christchurch potrebbe richiedere ai medici neozelandesi di certificare molti meno aborti. Circa il 98% degli aborti in Nuova Zelanda è effettuato sotto una disposizione nella legge che consente l’aborto solo quando “il proseguimento della gravidanza comporterebbe un serio pericolo (non essendo il pericolo normalmente concomitante alla nascita) alla vita, o alla salute fisica o mentale della donna o ragazza.”
I medici che eseguono aborti in Gran Bretagna affrontano un simile problema legale. Tuttavia, la richiesta di giustificare un aborto è anche più frequente nella legge britannica. Si suppone che i medici là eseguano aborti quando il rischio di danno fisico o psicologico derivanti dal proseguimento della gravidanza sono “maggiori di quelli che si avrebbero che se la gravidanza fosse interrotta”.
Secondo il ricercatore Dr. David Reardon, che ha pubblicato più di una dozzina di studi effettuando ricerche sull’impatto dell’aborto sulle donne, lo studio di Fergusson rinforza un crescente insieme di letteratura che mostra che i medici in Nuova Zelanda, Gran Bretagna e altrove affrontano obblighi legali ed etici per scoraggiare o rifiutare aborti controindicati.
“Lo studio di Fergusson sottolinea il fatto che la medicina fondata sui fatti non sostiene la congettura che l’aborto protegga le donne da un ‘serio pericolo’ per la loro salute mentale” – ha detto Reardon – “invece, i migliori studi indicano che più probabilmente l’aborto aumenta il rischio di problemi di salute mentale. I medici che ignorano questo studio potrebbero non essere più “in grado di sostenere di agire in buona fede e potrebbero quindi essere in contrasto con la legge”.
“Studi basati su cartelle cliniche, effettuati in Finlandia e negli Stati Uniti hanno provato in modo conclusivo che il rischio per le donne di morire nell’anno che segue l’aborto è significativamente maggiore del rischio di morte se la gravidanza viene fatta continuare” – ha detto Reardon, che dirige l’Elliot Institute, un’organizzazione di ricerca con centro a Springfield nell’Illinois – “quindi l’ipotesi che i rischi fisici della nascita superino i rischi associati all’aborto non è più sostenibile. Ciò significa che la maggior parte di enti che effettuano aborti hanno dovuto considerare i vantaggi per la salute mentale per giustificare l’aborto rispetto alla nascita”.
Ma Reardon ora crede che l’alternativa per consigliare l’aborto non superi più nemmeno il vaglio scientifico.
“Questo studio della Nuova Zelanda, con i suoi controlli senza eguali per possibili spiegazioni alternative, conferma le scoperte di diversi studi recenti che mettono in collegamento l’aborto con maggiori percentuali di ricovero psichiatrico, depressione, disturbo da ansia generalizzata, abuso di sostanze, tendenze suicide, scarso legame e scarsa educazione di figli successivi e disturbi del sonno” – ha detto – “Questo dovrebbe inevitabilmente portare ad un cambiamento nello standard di cura offerto alle donne con gravidanze difficili”.

Alcune donne potrebbero essere a forte rischio

Reardon, studioso di bioetica, è un difensore della “medicina basata sulle prove” – un movimento nel tirocinio medico che incoraggia il mettere in discussione le “pratiche accettate, di routine” che non si sono rivelate utili nei test scientifici. Se si usano gli standard applicati nella medicina basata sui dati – dice Reardon – si può solo concludere che ci sono poche prove che sostengano il punto di vista per cui l’aborto è in genere benefico per la donna. Invece, sembra molto più probabile il contrario.
“È vero che la pratica della medicina è sia un’arte che una scienza,” – ha detto Reardon – “ma, considerando la ricerca attuale, i medici che effettuano l’aborto nella speranza che produca più bene che male per una donna possono giustificare le loro decisioni con riferimento all’arte della medicina, non alla scienza”.
Secondo Reardon, i migliori dati medici disponibili mostrano che è più facile per una donna adattarsi alla nascita di un figlio inatteso che adattarsi allo sconvolgimento emotivo causato da un aborto.
“Siamo esseri sociali, quindi per le persone è più facile adattarsi ad avere una nuova relazione nella propria vita che adattarsi alla perdita di una relazione;” – ha detto – “nel contesto dell’aborto, adattarsi alla perdita è difficile, specialmente se ci sono sentimenti irrisolti di attaccamento, lutto o colpa”.
Considerando fattori di rischio noti, le donne che sono a maggior rischio di gravi reazioni all’aborto potrebbero essere facilmente identificate, secondo Reardon. Se ciò fosse fatto, alcune donne che sono a maggior rischio di reazioni negative potrebbero optare per la nascita invece dell’aborto.
In un recente articolo pubblicato nel Journal of Contemporary Health Law and Policy, Reardon ha identificato approssimativamente 35 studi che hanno identificato fattori di rischio statisticamente identificati che predicono in modo molto affidabile quali donne hanno maggiori probabilità di riportare reazioni negative.
“I fattori di rischio per il disadattamento furono identificati per la prima volta in uno studio del 1973 pubblicato da Planned Parenthood,” – ha detto Reardon – “da allora, molti altri ricercatori hanno fatto compiere ulteriori progressi alla conoscenza dei fattori di rischio che dovrebbero essere considerati per vagliare le donne a maggior rischio. Questi ricercatori hanno sempre raccomandato che i fattori di rischio dovrebbero essere presi in considerazione dai medici per identificare le donne che beneficerebbero di ulteriore assistenza psicologica, sia perché possano evitare aborti controindicati sia perché possano ricevere migliori cure dopo l’intervento per aiutarle ad affrontare le reazioni negative”.
Sentirsi sotto pressione da parte di altri per acconsentire all’aborto, avere convincimenti morali per cui l’aborto è sbagliato o avere già sviluppato un forte attaccamento materno al bambino sono tre fra i più comuni fattori di rischio, dice Reardon.
Anche se fare screening è una cosa sensata, Reardon dice che in pratica lo screening per i fattori di rischio è raro per due motivi.
“Primo, nella legge ci sono aberrazioni che proteggono gli enti che effettuano aborti da ogni responsabilità per le complicazioni emotive successive all’aborto;” – ha detto – “questa falla nella legge significa che le cliniche per aborti possono risparmiare tempo e denaro fornendo un’assistenza psicologica ‘buona per tutti’ invece di uno screening individualizzato”.
“Il secondo ostacolo nella strada dello screening è ideologico. Molti enti che effettuano aborti insistono sul fatto che non è compito loro capire se un aborto porterà a ferire più probabilmente che aiutare una certa donna. Concepiscono il proprio ruolo come quello di assicurare che ogni donna che vuole abortire possa farlo”.
“Questa mentalità da ‘il compratore stia in guardia’ [caveat emptor] non è coerente con l’etica medica,” – ha detto Reardon – “in realtà l’etica che governa la maggior parte dei servizi degli enti che effettuano aborti non è in alcun modo diversa da quella degli abortisti: ‘Se hai il denaro eseguiamo l’aborto’. Le donne si meritano di meglio. Si meritano di avere medici che agiscano come medici. Questo significa medici che diano un buon consiglio medico basato sui migliori dati disponibili, applicati al profilo individuale di rischio di ogni paziente”.
Fergusson crede anche che le stesse regole che vengono applicate ad altri trattamenti medici dovrebbero essere applicate all’aborto. “Se parlassimo di un antibiotico o di un rischio d’asma e qualcuno riportasse reazioni avverse, la gente solleciterebbe ulteriori ricerche per valutare il rischio,” ha detto al New Zealand Herald – “non vedo nessun buon motivo per cui le stesse regole non debbano essere applicate all’aborto”.

Riferimenti bibliografici:

David M. Fergusson, L. John Horwood, and Elizabeth M. Ridder, “Abortion in young women and subsequent mental health” Journal of Child Psychology and Psychiatry 47(1): 16-24, 2006.

Tom Iggulden, “Abortion increases mental health risk: studyAM transcript.

Nick Grimm “Higher risk of mental health problems after abortion: report”, Australian Broadcasting Corporation, 03/01/2006

Ruth Hill, “Abortion Researcher Confounded by Study”, New Zealand Herald 1/5/06

Documento – poi ritirato – dell’APA sull’impatto dell’aborto sulle donne (web.archive.org)

Reardon DC. “The Duty to Screen: Clinical, Legal and Ethical Implications of Predictive Risk Factors of Post-Abortion MaladjustmentThe Journal of Contemporary Health Law & Policy. 2003 Winter;20(1):33-114.

Per altre informazioni visitate il sito web dell’Elliot Institute: www.afterabortion.org

http://www.afterabortion.org/news/Fergusson.htm
Breve sommario dello studio di Fergusson (inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sul British Journal of Psychiatry (PDF, inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sullo Psychiatric Bulletin (PDF, inglese)


Porterò sempre la cicatrice

26 ottobre 2008
Avevo un figlio di 20 mesi e mezzo e un altro di 6 mesi quando rimasi incinta per la terza volta. Tra il primo ed il secondo bambino avevo avuto problemi con l’occhio sinistro, istoplasmosi. In seguito fu curato con un laser e in pratica persi la visione centrale nell’occhio sinistro. In più avevo avuto la polmonite durante il primo trimestre della seconda gravidanza, mi diedero la tetraciclina, e quando scoprii di essere incinta ebbi timore riguardo alla salute del bambino che doveva nascere. Sono anche figlia di un alcolizzato. Aggiungendo questo ad altre pressioni, ero un caso disperato, la mia vita sembrava completamente fuori controllo, così decisi di abortire il mio terzo figlio. Mio marito lasciò fare a me, ma penso che fu sollevato. Il dottore che consultai a questo proposito era completamente d’accordo e acconsentì immediatamente ad eseguire l’aborto. Allora fu un sollievo prendere la decisione e metterla in atto.
Non ci fu nessun pensiero di alcun tipo riguardo all’umanità del nascituro. Per quanto mi riguardava, io, e chiunque conoscessi che sapesse, approvammo la decisione. Mi sembrava che nessuno avesse mai accennato che un feto è qualcosa di diverso da un ammasso di tessuto che aspettava un tempo indefinito che gli desse umanità. L’aborto per me allora era semplicemente una procedura chirurgica per darmi sollievo. Fui sedata, blandamente anestetizzata, ma percepivo il rumore dell’aspiratore. Questo fu fatto nell’ambulatorio di un ospedale e finì nel giro di due ore. Ero contenta che tutto fosse finito.
Dopo, però, mi sembrava di essere diventata una persona molto intollerante, scontenta del mio ruolo di casalinga, e molto critica nei confronti di mio marito perché non mi aiutava con i miei due figli. Il mio scontento fu alimentato dalle battaglie femministe dell’epoca (erano i primi anni ’70). I miei due figli erano troppo giovani per sapere dell’aborto e mio marito, normalmente una persona tollerante, si stava stancando delle mie arringhe!
Alla fine, per fortuna, circa 3 mesi dopo l’aborto, andai da una vicina per un incontro di preghiera. Quella sera ebbi un’incredibile esperienza di conversione, seguita dalla mia immersione nella Parola di Dio. Divenne una parola viva nel mio cuore e alla fine mi convinse del fatto che un bambino non ancora nato è proprio questo, un bambino non ancora nato, non un ammasso di tessuto. Questa convinzione mi portò naturalmente ad un grande lutto e dolore. L’amore ed il perdono di Dio hanno guarito la ferita, ma porterò sempre la cicatrice.
Sono diventata una paladina convinta dei nascituri, nelle parole e nelle azioni.

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudyproject/casestudy994.htm


Volevo solo rimettere il bambino dentro di me

13 ottobre 2008
Mi chiamo Theresa Bonopartis e sono post-abortiva. Come molte adolescenti che si ritrovano incinte, ho nascosto la gravidanza ai miei genitori per paura. Ero al quarto mese quando alla fine ne ho parlato a loro e, anche se non me lo aspettavo, mi cacciarono fuori di casa e mi dissero di scordarmi di essere loro figlia.
Nelle settimane seguenti mi trovai senza lavoro, denaro e posto in cui vivere. Alloggiando temporaneamente da un’amica, mio padre mi faceva chiamare al telefono tutti i giorni da mia sorella per dirmi che voleva che abortissi e che avrebbe pagato lui. Giorno dopo giorno continuavo a dire “no”, ma dopo un po’, sentendomi disperata e come se non avessi nessuna scelta, cedetti alla pressione e acconsentii ad uccidere il mio bambino non ancora nato. Oggi non riesco ancora a ricordare come andai all’ospedale dove venne eseguito l’aborto. Nessuno si preoccupò di parlarmi dei fatti. Non conoscevo lo sviluppo del mio bambino. Nessuno mi parlò della procedura o di cosa stava per succedermi. Essendo adolescente, fui messa in una stanza per essere sottoposta da sola ad una procedura orribile. Una procedura che non avevo mai voluto ma che mi avevano spinto a subire.
Ricordo ancora il medico che entrava nella stanza con un sguardo sadico in volto mentre mi iniettava nell’addome la soluzione salina. Poi cominciò l’orrore. Sebbene allora non fossi consapevole di ciò che stava succedendo, sentivo il mio bambino che si dibatteva dentro di me mentre veniva bruciato a morte dalla soluzione. Cominciarono le doglie per partorire poi un bambino maschio morto, nella stanza, da sola, dopo 12 ore. Ricordo che guardavo mio figlio che giaceva nel letto vicino al mio. Vedevo i suoi piedini e le sue manine e tutto ciò che riuscivo a pensare era quanto volevo rimetterlo dentro di me. Non riuscivo a credere a ciò che avevo appena fatto o che questo fosse permesso. Chiamai l’infermiera che venne nella stanza, prelevò mio figlio e lo scaricò in un grande barattolo di plastica etichettato “3A”. La mia vita cambiò per sempre a partire da quel momento.
Da quel giorno in poi cominciai a percorrere una spirale discendente perché soffrivo di depressione, ansia ed attacchi di panico e feci innumerevoli scelte sbagliate perché non credevo di meritare niente di meglio. Sebbene cercassi aiuto, nessuno voleva parlare del mio aborto. I psicoterapeuti professionisti mi dissero ripetutamente che dovevo andare avanti con la mia vita. Lo stesso messaggio che viene dato oggi a tante donne che cercano aiuto. Per nessuno era legittima la mia pena o riconoscere ciò che era avvenuto. Avevo ucciso il mio figlio non ancora nato. Mi avevano fatto sentire matta e sola pensando che fossi l’unica che soffriva delle conseguenze dell’aborto. La verità è che ci sono innumerevoli persone che soffrono.
Per anni ho vissuto la mia vita nell’infelicità. Feci una brutta scelta come marito, uno che abusava di droga e alcool. C’erano giorni in cui non ero nemmeno capace di alzarmi. Alla fine l’aborto incideva su ogni aspetto della mia vita, mentre la società ed i professionisti continuavano a dirmi che non aveva niente a che fare con l’aborto nonostante io continuassi a dire che non era così. Persino oggi ci si dà un gran daffare per liquidare lo stress post aborto come mostra un articolo del New York Times Magazine: “Esiste la sindrome post aborto?”. Quand’è che siamo diventati una società dove uccidere il tuo figlio non ancora nato e farsene tormentare è inaccettabile e negato? Non è per niente sensato.
Passarono molti anni prima che trovassi l’aiuto che cercavo per trovare la guarigione. Attraverso la mia fede e cercando un terapeuta che trattasse i problemi del post aborto, riuscii finalmente a guarire dal mio aborto. Oggi, se l’aborto infastidisce qualcuno, la società è svelta a dare la colpa alle credenze religiose di una persona che, dicono, instilla “senso di colpa e vergogna”. La mia fede non mi instilla senso di colpa e vergogna, la mia fede mi porta la misericordia di Dio, il suo perdono e la sua guarigione: è stato l’atto di uccidere mio figlio e vederlo morto sul letto accanto a me che mi ha instillato il senso di colpa e la vergogna.
La gente protegge il diritto di abortire perché crede alle bugie di cui noi, come società, siamo stati imbevuti negli anni. La mia speranza è che le donne a cui hanno fatto credere che l’aborto è una libertà, quando in realtà è una schiavitù, arriveranno a vedere, mentre sempre più donne dicono ad alta voce la verità, che la verità è ciò che ci rende liberi.
Grazie.

Theresa Bonopartis è il contatto per lo stato di New York di Operation Outcry ed è direttrice di Lumina/Hope & Healing after abortion, un servizio di indirizzamento post aborto. Ha due figli maschi, uno dei quali sta prestando servizio come marine.

http://64304.netministry.com/images/TheresaBonapartis-Sep2007_2_.pdf


Se è legale è OK

28 settembre 2008
Credevo nel diritto di abortire. Credevo che essendo legale doveva essere OK. Quando rimasi incinta ed esercitai quel diritto, non mi parlarono della devastazione che avrebbe causato. Mi dissero solo che tutto sarebbe andato a posto e che sarebbe finito prima che me ne accorgessi.
Per 12 anni ho vissuto con il tormento ed il dolore. Odiavo me stessa e mi sentivo immeritevole di qualsiasi cosa buona, persino della vita. Parlai ad assistenti e psichiatri di tutte le cose brutte che mi erano mai capitate, ma non volevo parlare loro di cosa veramente non andava. Mi vergognavo troppo.
Mi diedero tutti i tipi di antidepressivi. Mi aiutarono per un po’, ma il dolore continuava a tornare. Continuavo a reprimere il dolore dentro di me per paura d far venir fuori la vergogna, l’angoscia ed il lutto che riempivano il mio spirito ed erano proprio alla base del mio essere. Il dolore continuava a diffondersi, senza che i medicinali che prendevo avessero alcun effetto.
Ero drogata di lavoro. Facevo in modo di non avere tempo per sentire o riflettere. Sentivo di aver commesso un peccato così grande che non avrei mai potuto mai neanche pensare di perdonarmi, e pensavo di non poter chiedere a Dio di perdonarmi. Punivo me stessa essendo critica, impietosa, dura ed autodistruttiva, non mostrando alcuna pietà verso gli altri o verso me stessa, e questo feriva chi mi stava intorno. Facevo tutto ciò che era in mio potere per far stare tutto il dolore sotto la superficie, ma invano.
Indipendentemente dalle medicine che prendevo mi sentivo la stessa, così decisi di smettere di prenderle. Allora cominciai ad affrontare e sentire il dolore che avevo nascosto in tutti quegli anni.
Combattevo con l’amarezza e la mancanza di perdono perché non sapevo perdonare e mi sembrava di non avere nemmeno il diritto di chiedere a Dio di perdonarmi per ciò che avevo fatto. C’era un mucchio di cose nel mio passato che mi facevano male, cose fatte a me che mi sembravano imperdonabili. Compresi che dovevo perdonare gli altri per poter perdonare me stessa dell’aborto.
Poche settimane dopo avere smesso di prendere medicine, parlai ad una vicina che è un ministro ordinato. Le chiesi come perdonare quando sembrava impossibile perdonare nella mia mente. Mi disse che tutto è possibile a Dio, nulla è impossibile. Mi disse che dovevo lasciarmi andare e pregare Dio affinché mettesse amore e perdono nel mio cuore così che potessi amare e perdonare gli altri. È vero. Non puoi dare ciò che non hai. Fu da questo punto in poi che cominciai veramente a vedere Dio operare nella mia vita.
Il 6 luglio 2005 chiesi a Dio di aiutarmi a prendere le decisioni giuste nella mia vita, di conoscere la Sua volontà e di riempire il mio cuore di tenera misericordia, perdono ed amore per tutti.
Lo stesso giorno vidi la trasmissione televisiva Faces of Abortion con donne che raccontavano le storie del proprio dolore dopo l’aborto. Non potevo crederci. Fui così sollevata a sapere che non ero sola. Piansi per tutta la trasmissione.
Quel giorno seppi di un ritiro per aiutare le donne come me. Stampai le informazioni dal sito web ed andai a casa. Arrivai a casa e camminai avanti e indietro finché alla fine passai a mio marito Jeff le informazioni. Gli dissi di leggerlo ma di non dire nulla perché non ne potevo parlare. Andò fuori sotto il portico davanti a casa e lo lesse, poi tornò e disse: Arrivederci. Jeff mi è sempre stato di sostegno.
Dio sapeva esattamente ciò che stava facendo perché se lo avessi pianificato o avessi avuto tempo per cambiare idea o avessi saputo in cosa mi stavo mettendo, sarei rimasta a casa. Alcune donne là avevano passato la stessa tortura che avevo passato io per oltre 20 anni! Alcune avevano abortito più recentemente.
Il giorno dopo fu uno dei giorni più difficili della mia vita. Tutte noi raccontammo le nostre storie una alla volta. La storia di ognuna aveva lo stesso denominatore comune: dolore, vergogna e senso di colpa.
La cosa di cui proprio mi vergognavo di più, e di cui non riuscii a parlare, è quella che Dio userà per aiutare a guarire le altre. Ora so che Dio mi ha dato uno scopo. Mi ha affidato un servizio per aiutare a guarire le donne ferite.

Danelle Hallenbeck è State Contact per il North Carolina. Svolge volontariato in due centri di aiuto alla gravidanza e guida programmi di recupero dall’aborto. Si è laureata alla Iowa State University in sociologia ed ha lavorato come direttore di succursale per una società di prestiti, come capo ufficio finanziario e come paralegale.

http://64304.netministry.com/images/DanelleHallenback_NCJune08.pdf


Qualcosa si era impossessato di me

17 settembre 2008
Era il 1971. Avevo un matrimonio fallito con due bambini piccoli. L’uomo di cui ero innamorata mi rassicurava di non preoccuparmi di restare incinta perché ci saremmo sposati, così smisi di prendere la pillola. Quando rimasi incinta, lui andò nel panico e si rifiutò di sposarmi. Fece pressioni su di me affinché abortissi.
Mi portò in auto all’ospedale e tornò più tardi per portarmi a casa. Stavo emotivamente male. Anche se mi avevano detto che non era un bambino ma solo un pezzo di tessuto, qualcosa si era impossessato del mio corpo e della mia mente, qualcosa che non avevo mai provato prima. Ero nel fondo di un pozzo oscuro e non riuscivo ad uscirne. Odiavo me stessa ed odiavo di più il padre. Era stato il mio cavaliere con l’armatura lucente. Era stato tutto per me ed ora io lo detestavo.
Per qualche tempo non volli vederlo. Dopo un po’ cedetti alle sue insistenze di sposarlo e lo feci. Non mi fidavo di lui e la vita non fu facile. La nostra relazione non fu rispettosa. Ci facevamo del male a vicenda. Avemmo altri figli ed uno in particolare era un maschietto con la sindrome di Down. Il pediatra suggerì che mettessero la sua culla a fianco della nursery e non lo nutrissero. Fu in questa occasione che mio marito si è redento ai miei occhi perché amava nostro figlio e lo difendeva dal male. Gli diede il suo nome ed i sei anni seguenti furono pieni di medici, ricoveri in ospedale ed interventi chirurgici. Per tutto il tempo la nostra famiglia veniva spinta insieme più vicino e diventava più sana attraverso il “bambino molto speciale del cielo”; un bambino imperfetto agli occhi del mondo, ma amore puro ai nostri occhi. Avemmo cinque figli e la vita migliorò.
Avevo represso quelle sensazioni tanti anni prima ed il mio comportamento distruttivo si era dissipato. Divenni per difesa pro-choice. Dieci interventi chirurgici avevano aiutato a rendere integro il nostro figlio speciale. Quando rimasi incinta per l’ottava volta mi chiesi se sarei riuscita ancora a farcela. Feci l’impensabile, quanto era convenzionalmente buon senso, ed abortii. Tutti erano molto comprensivi. Pensavano che fosse una buona idea. Mi feci persino legare le tube.
Negli istanti dell’operazione chirurgica mi ritrovai ancora in quel buco oscuro, nero. Improvvisamente ricordai quelle sensazioni di odio per me stessa di otto anni prima. Erano collegate! Il tempo era passato ed ancora spingevo giù quelle sensazioni. Il mio cuore si era indurito.
Il 16 marzo 1993 il nostro figlio speciale stava camminando con i suoi amici a scuola attorno alla palestra, quando ebbe un pesante attacco di cuore ed improvvisamente morì. Aveva diciannove anni. In quell’istante la mia vita cambiò. Le scaglie mi caddero lentamente via dagli occhi. Vidi i miei aborti come peccati reali ed andai in pellegrinaggio in un posto veramente santo. Andai al sacramento della confessione e cominciai il mio viaggio spirituale. Mi offrii al Signore perché mi usasse per ciò che Egli vedesse adatto a me. Compresi che tutto della vita è prezioso, ad ogni stadio.
Mi unii ad un gruppo religioso di laici, ebbi un consigliere spirituale e la mia vita divenne molto centrata su Dio. Dio sta operando potentemente e tutto ciò che abbiamo dovuto fare è dire la verità. Sì, la donna post abortiva è il profeta di oggi: ascoltatela.

Missy Smith è direttrice di Operation Outcry per lo stato di Washington DC ed è un’attivista pro-life a tempo pieno che ha fondato WAKEUP – Woman Against the Killing and Exploitation of Unprotected Persons (Donne contro l’uccisione e lo sfruttamento di persone non protette, però l’acronimo WAKEUP in inglese significa svegliarsi, svégliati). Oggi WAKEUP ha un programma di castità di nome “Castità, la nuova rivoluzione sessuale” e parla agli studenti a scuola. WAKEUP ha cominciato anche un programma per gli uomini a Fort Royal (Virginia) che percorre le parrocchie per far ritornare gli uomini ad essere veri uomini per condurre, proteggere e provvedere. Missy fa anche assistenza alle donne che stanno pensando all’aborto, davanti alle cliniche abortiste, parlando dei danni fisici, emotivi e spirituali prodotti dall’aborto ed è riuscita a salvare donne e bambini stando lì e pregando.

http://64304.netministry.com/images/MissySmith-Oct2007.pdf