Una scomoda verità

24 dicembre 2008
La legge 194 ha legalizzato l’aborto quando la gravidanza comporti «un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica». Come la 194 italiana, così anche in altre nazioni si è utilizzata la foglia di fico della “salute” della donna per legittimare luccisione di un figlio. Ma davvero l’aborto tutela la salute della donna? Ogniqualvolta uno studio mostra come non solo l’aborto non sia per nulla curativo ma sia anche dannoso, si cerca di metterlo a tacere. Questo è quanto è accaduto anche per lo studio di cui si parla qui di seguito, che oltretutto è stato eseguito da un medico pro-choice ateo che si aspettava tutt’altri risultati…


Uno studio effettuato in Nuova Zelanda, che ha tenuto in osservazione approssimativamente 500 donne dalla nascita a 25 anni d’età, ha confermato che le donne che abortiscono sperimentano in seguito elevate percentuali di comportamenti suicidi, depressione, abuso di sostanze, ansia ed altri problemi mentali.
Significativamente i ricercatori, guidati dal professor David M. Fergusson, direttore del Christchurch Health and Development Study, hanno scoperto che il tasso più alto di problemi mentali non poteva essere spiegato da altre differenze pre-gravidanza nella salute mentale, che era stata regolarmente controllata nel corso dello studio, durato 25 anni.

Le scoperte sorprendono i ricercatori pro-choice

Secondo Fergusson, i ricercatori avevano affrontato lo studio aspettandosi di essere in grado di confermare il punto di vista per cui eventuali problemi dopo l’aborto siano riconducibili a problemi di salute mentale esistenti prima dell’aborto. I dati hanno mostrato che le donne che rimanevano incinte prima dei 25 anni andavano incontro con maggiore probabilità a problemi famigliari e di adattamento, avevano maggiori probabilità di andarsene di casa in giovane età e avevano maggiori probabilità di iniziare una relazione di convivenza.
Comunque, tenendo conto di questi ed altri fattori, la ricerca ha mostrato che le donne che avevano abortito avevano probabilità significativamente più alte di sperimentare problemi di salute mentale. Così, i dati contraddicevano l’ipotesi che le differenze potessero essere spiegate da precedenti malattie mentali o altri fattori “predisponenti”.
“Sappiamo come erano le persone prima che fossero incinte” – ha detto Fergusson a The New Zealand Herald. Abbiamo tenuto conto del loro background sociale, di istruzione, etnia, salute mentale precedente, esposizione alla violenza sessuale, e tutta una serie di fattori.
I dati conducevano persistentemente alla conclusione politicamente sgradita che l’aborto può da solo essere la causa di successivi problemi di salute mentale. Così Fergusson presentò i suoi risultati al Comitato di Supervisione dell’Aborto della Nuova Zelanda, che ha il compito di assicurare che gli aborti in quel paese vengano eseguiti in accordo con tutti i requisiti legali. Secondo il New Zealand Herald, il comitato disse a Fergusson che sarebbe stato “indesiderabile pubblicare i risultati nel loro stato ‘non chiarito’”.
Nonostante la propria posizione politica pro-choice, Fergusson rispose al comitato con una lettera affermando che sarebbe stato “scientificamente irresponsabile” sopprimere le scoperte solo perché toccavano un argomento politico esplosivo.
In un intervista ad una radio australiana riguardo alle scoperte, Fergusson ha affermato: “Rimango pro-choice. Non sono religioso. Sono ateo e razionalista. Le scoperte mi hanno sorpreso, ma i risultati appaiono molto solidi perché persistono lungo duna serie di disturbi e di età… L’aborto è un evento traumatico della vita, cioè implica perdita, implica lutto, implica difficoltà. Ed il trauma può, di fatto, predisporre le persone a sviluppare una malattia mentale”.

Le riviste rifiutano i risultati politicamente scorretti

Il gruppo di ricerca del Christchurch Health and Development Study è abituato a vedere accettati i propri studi sulla salute e sullo sviluppo umano dalle più importanti riviste mediche alla prima presentazione. Dopo tutto, la raccolta di dati dalla nascita all’età adulta di 1’265 bambini nati a Christchurch rappresenta, fra gli studi protratti nel tempo, uno dei più duraturi e di maggior valore. Ma questo studio era il primo, tra quelli compiuti dall’esperto gruppo di ricerca, che toccava il dibattuto tema dell’aborto.
Fergusson disse che il gruppo “andò da quattro riviste, cosa molto insolita per noi – normalmente veniamo accettati la prima volta”. Alla fine, il quarto giornale accettò di pubblicare lo studio.
Sebbene mantenga tuttora una visione pro-choice, Fergusson crede che le donne e i medici non dovrebbero accettare ciecamente la pretesa infondata che l’aborto è in genere senza danni o benefico per le donne. Sembra particolarmente seccato dalle false assicurazioni sulla sicurezza dell’aborto date dall’American Psychological Association (APA) (vedi questo post)
Nel 2005 l’APA asserì che “studi ben congegnati” avevano scoperto che “il rischio di danno psicologico è basso”. Nella discussione dei loro risultati, Fergusson e la sua squadra evidenziano che l’articolo sulla posizione dell’APA ignorava molti studi-chiave che provano il danno dell’aborto ed hanno osservato solo un saggio selezionato di studi che hanno gravi pecche metodologiche.
Fergusson ha detto ai giornalisti che “rasenta lo scandalo il fatto che una procedura chirurgica che viene effettuata su più di una donna su dieci sia stata così poco indagata e valutata, considerando i dibattiti sulle conseguenze psicologiche dell’aborto”.
In seguito alle lamentele di Fergusson sulla natura selettiva e fuorviante della dichiarazione fatta dall’APA nel 2005, l’APA ha rimosso la pagina dal proprio sito internet. La dichiarazione può tuttavia essere ancora reperita attraverso un archivio web.

Lo studio può avere una profonda influenza su medicina, legge e politica

La reazione alla pubblicazione dello studio di Christchurch sta surriscaldando il dibattito politico negli Stati Uniti. Lo studio è entrato nell’ambito ufficiale alle udienze di conferma del Senato per il giudice della Corte Suprema Samuel Alito. Anche un sottocomitato del Congresso USA presieduto dall’onorevole Mark Souder (repubblicano dell’Indiana) ha chiesto al National Institute of Health [NIH, Istituto Nazionale di Sanità] di rendicontare quali sforzi il NIH sta effettuando per confermare o respingere le scoperte di Fergusson.
L’impatto dello studio in altri paesi potrebbe essere persino più profondo. Secondo il New Zealand Herald, lo studio di Christchurch potrebbe richiedere ai medici neozelandesi di certificare molti meno aborti. Circa il 98% degli aborti in Nuova Zelanda è effettuato sotto una disposizione nella legge che consente l’aborto solo quando “il proseguimento della gravidanza comporterebbe un serio pericolo (non essendo il pericolo normalmente concomitante alla nascita) alla vita, o alla salute fisica o mentale della donna o ragazza.”
I medici che eseguono aborti in Gran Bretagna affrontano un simile problema legale. Tuttavia, la richiesta di giustificare un aborto è anche più frequente nella legge britannica. Si suppone che i medici là eseguano aborti quando il rischio di danno fisico o psicologico derivanti dal proseguimento della gravidanza sono “maggiori di quelli che si avrebbero che se la gravidanza fosse interrotta”.
Secondo il ricercatore Dr. David Reardon, che ha pubblicato più di una dozzina di studi effettuando ricerche sull’impatto dell’aborto sulle donne, lo studio di Fergusson rinforza un crescente insieme di letteratura che mostra che i medici in Nuova Zelanda, Gran Bretagna e altrove affrontano obblighi legali ed etici per scoraggiare o rifiutare aborti controindicati.
“Lo studio di Fergusson sottolinea il fatto che la medicina fondata sui fatti non sostiene la congettura che l’aborto protegga le donne da un ‘serio pericolo’ per la loro salute mentale” – ha detto Reardon – “invece, i migliori studi indicano che più probabilmente l’aborto aumenta il rischio di problemi di salute mentale. I medici che ignorano questo studio potrebbero non essere più “in grado di sostenere di agire in buona fede e potrebbero quindi essere in contrasto con la legge”.
“Studi basati su cartelle cliniche, effettuati in Finlandia e negli Stati Uniti hanno provato in modo conclusivo che il rischio per le donne di morire nell’anno che segue l’aborto è significativamente maggiore del rischio di morte se la gravidanza viene fatta continuare” – ha detto Reardon, che dirige l’Elliot Institute, un’organizzazione di ricerca con centro a Springfield nell’Illinois – “quindi l’ipotesi che i rischi fisici della nascita superino i rischi associati all’aborto non è più sostenibile. Ciò significa che la maggior parte di enti che effettuano aborti hanno dovuto considerare i vantaggi per la salute mentale per giustificare l’aborto rispetto alla nascita”.
Ma Reardon ora crede che l’alternativa per consigliare l’aborto non superi più nemmeno il vaglio scientifico.
“Questo studio della Nuova Zelanda, con i suoi controlli senza eguali per possibili spiegazioni alternative, conferma le scoperte di diversi studi recenti che mettono in collegamento l’aborto con maggiori percentuali di ricovero psichiatrico, depressione, disturbo da ansia generalizzata, abuso di sostanze, tendenze suicide, scarso legame e scarsa educazione di figli successivi e disturbi del sonno” – ha detto – “Questo dovrebbe inevitabilmente portare ad un cambiamento nello standard di cura offerto alle donne con gravidanze difficili”.

Alcune donne potrebbero essere a forte rischio

Reardon, studioso di bioetica, è un difensore della “medicina basata sulle prove” – un movimento nel tirocinio medico che incoraggia il mettere in discussione le “pratiche accettate, di routine” che non si sono rivelate utili nei test scientifici. Se si usano gli standard applicati nella medicina basata sui dati – dice Reardon – si può solo concludere che ci sono poche prove che sostengano il punto di vista per cui l’aborto è in genere benefico per la donna. Invece, sembra molto più probabile il contrario.
“È vero che la pratica della medicina è sia un’arte che una scienza,” – ha detto Reardon – “ma, considerando la ricerca attuale, i medici che effettuano l’aborto nella speranza che produca più bene che male per una donna possono giustificare le loro decisioni con riferimento all’arte della medicina, non alla scienza”.
Secondo Reardon, i migliori dati medici disponibili mostrano che è più facile per una donna adattarsi alla nascita di un figlio inatteso che adattarsi allo sconvolgimento emotivo causato da un aborto.
“Siamo esseri sociali, quindi per le persone è più facile adattarsi ad avere una nuova relazione nella propria vita che adattarsi alla perdita di una relazione;” – ha detto – “nel contesto dell’aborto, adattarsi alla perdita è difficile, specialmente se ci sono sentimenti irrisolti di attaccamento, lutto o colpa”.
Considerando fattori di rischio noti, le donne che sono a maggior rischio di gravi reazioni all’aborto potrebbero essere facilmente identificate, secondo Reardon. Se ciò fosse fatto, alcune donne che sono a maggior rischio di reazioni negative potrebbero optare per la nascita invece dell’aborto.
In un recente articolo pubblicato nel Journal of Contemporary Health Law and Policy, Reardon ha identificato approssimativamente 35 studi che hanno identificato fattori di rischio statisticamente identificati che predicono in modo molto affidabile quali donne hanno maggiori probabilità di riportare reazioni negative.
“I fattori di rischio per il disadattamento furono identificati per la prima volta in uno studio del 1973 pubblicato da Planned Parenthood,” – ha detto Reardon – “da allora, molti altri ricercatori hanno fatto compiere ulteriori progressi alla conoscenza dei fattori di rischio che dovrebbero essere considerati per vagliare le donne a maggior rischio. Questi ricercatori hanno sempre raccomandato che i fattori di rischio dovrebbero essere presi in considerazione dai medici per identificare le donne che beneficerebbero di ulteriore assistenza psicologica, sia perché possano evitare aborti controindicati sia perché possano ricevere migliori cure dopo l’intervento per aiutarle ad affrontare le reazioni negative”.
Sentirsi sotto pressione da parte di altri per acconsentire all’aborto, avere convincimenti morali per cui l’aborto è sbagliato o avere già sviluppato un forte attaccamento materno al bambino sono tre fra i più comuni fattori di rischio, dice Reardon.
Anche se fare screening è una cosa sensata, Reardon dice che in pratica lo screening per i fattori di rischio è raro per due motivi.
“Primo, nella legge ci sono aberrazioni che proteggono gli enti che effettuano aborti da ogni responsabilità per le complicazioni emotive successive all’aborto;” – ha detto – “questa falla nella legge significa che le cliniche per aborti possono risparmiare tempo e denaro fornendo un’assistenza psicologica ‘buona per tutti’ invece di uno screening individualizzato”.
“Il secondo ostacolo nella strada dello screening è ideologico. Molti enti che effettuano aborti insistono sul fatto che non è compito loro capire se un aborto porterà a ferire più probabilmente che aiutare una certa donna. Concepiscono il proprio ruolo come quello di assicurare che ogni donna che vuole abortire possa farlo”.
“Questa mentalità da ‘il compratore stia in guardia’ [caveat emptor] non è coerente con l’etica medica,” – ha detto Reardon – “in realtà l’etica che governa la maggior parte dei servizi degli enti che effettuano aborti non è in alcun modo diversa da quella degli abortisti: ‘Se hai il denaro eseguiamo l’aborto’. Le donne si meritano di meglio. Si meritano di avere medici che agiscano come medici. Questo significa medici che diano un buon consiglio medico basato sui migliori dati disponibili, applicati al profilo individuale di rischio di ogni paziente”.
Fergusson crede anche che le stesse regole che vengono applicate ad altri trattamenti medici dovrebbero essere applicate all’aborto. “Se parlassimo di un antibiotico o di un rischio d’asma e qualcuno riportasse reazioni avverse, la gente solleciterebbe ulteriori ricerche per valutare il rischio,” ha detto al New Zealand Herald – “non vedo nessun buon motivo per cui le stesse regole non debbano essere applicate all’aborto”.

Riferimenti bibliografici:

David M. Fergusson, L. John Horwood, and Elizabeth M. Ridder, “Abortion in young women and subsequent mental health” Journal of Child Psychology and Psychiatry 47(1): 16-24, 2006.

Tom Iggulden, “Abortion increases mental health risk: studyAM transcript.

Nick Grimm “Higher risk of mental health problems after abortion: report”, Australian Broadcasting Corporation, 03/01/2006

Ruth Hill, “Abortion Researcher Confounded by Study”, New Zealand Herald 1/5/06

Documento – poi ritirato – dell’APA sull’impatto dell’aborto sulle donne (web.archive.org)

Reardon DC. “The Duty to Screen: Clinical, Legal and Ethical Implications of Predictive Risk Factors of Post-Abortion MaladjustmentThe Journal of Contemporary Health Law & Policy. 2003 Winter;20(1):33-114.

Per altre informazioni visitate il sito web dell’Elliot Institute: www.afterabortion.org

http://www.afterabortion.org/news/Fergusson.htm
Breve sommario dello studio di Fergusson (inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sul British Journal of Psychiatry (PDF, inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sullo Psychiatric Bulletin (PDF, inglese)

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Volevo solo rimettere il bambino dentro di me

13 ottobre 2008
Mi chiamo Theresa Bonopartis e sono post-abortiva. Come molte adolescenti che si ritrovano incinte, ho nascosto la gravidanza ai miei genitori per paura. Ero al quarto mese quando alla fine ne ho parlato a loro e, anche se non me lo aspettavo, mi cacciarono fuori di casa e mi dissero di scordarmi di essere loro figlia.
Nelle settimane seguenti mi trovai senza lavoro, denaro e posto in cui vivere. Alloggiando temporaneamente da un’amica, mio padre mi faceva chiamare al telefono tutti i giorni da mia sorella per dirmi che voleva che abortissi e che avrebbe pagato lui. Giorno dopo giorno continuavo a dire “no”, ma dopo un po’, sentendomi disperata e come se non avessi nessuna scelta, cedetti alla pressione e acconsentii ad uccidere il mio bambino non ancora nato. Oggi non riesco ancora a ricordare come andai all’ospedale dove venne eseguito l’aborto. Nessuno si preoccupò di parlarmi dei fatti. Non conoscevo lo sviluppo del mio bambino. Nessuno mi parlò della procedura o di cosa stava per succedermi. Essendo adolescente, fui messa in una stanza per essere sottoposta da sola ad una procedura orribile. Una procedura che non avevo mai voluto ma che mi avevano spinto a subire.
Ricordo ancora il medico che entrava nella stanza con un sguardo sadico in volto mentre mi iniettava nell’addome la soluzione salina. Poi cominciò l’orrore. Sebbene allora non fossi consapevole di ciò che stava succedendo, sentivo il mio bambino che si dibatteva dentro di me mentre veniva bruciato a morte dalla soluzione. Cominciarono le doglie per partorire poi un bambino maschio morto, nella stanza, da sola, dopo 12 ore. Ricordo che guardavo mio figlio che giaceva nel letto vicino al mio. Vedevo i suoi piedini e le sue manine e tutto ciò che riuscivo a pensare era quanto volevo rimetterlo dentro di me. Non riuscivo a credere a ciò che avevo appena fatto o che questo fosse permesso. Chiamai l’infermiera che venne nella stanza, prelevò mio figlio e lo scaricò in un grande barattolo di plastica etichettato “3A”. La mia vita cambiò per sempre a partire da quel momento.
Da quel giorno in poi cominciai a percorrere una spirale discendente perché soffrivo di depressione, ansia ed attacchi di panico e feci innumerevoli scelte sbagliate perché non credevo di meritare niente di meglio. Sebbene cercassi aiuto, nessuno voleva parlare del mio aborto. I psicoterapeuti professionisti mi dissero ripetutamente che dovevo andare avanti con la mia vita. Lo stesso messaggio che viene dato oggi a tante donne che cercano aiuto. Per nessuno era legittima la mia pena o riconoscere ciò che era avvenuto. Avevo ucciso il mio figlio non ancora nato. Mi avevano fatto sentire matta e sola pensando che fossi l’unica che soffriva delle conseguenze dell’aborto. La verità è che ci sono innumerevoli persone che soffrono.
Per anni ho vissuto la mia vita nell’infelicità. Feci una brutta scelta come marito, uno che abusava di droga e alcool. C’erano giorni in cui non ero nemmeno capace di alzarmi. Alla fine l’aborto incideva su ogni aspetto della mia vita, mentre la società ed i professionisti continuavano a dirmi che non aveva niente a che fare con l’aborto nonostante io continuassi a dire che non era così. Persino oggi ci si dà un gran daffare per liquidare lo stress post aborto come mostra un articolo del New York Times Magazine: “Esiste la sindrome post aborto?”. Quand’è che siamo diventati una società dove uccidere il tuo figlio non ancora nato e farsene tormentare è inaccettabile e negato? Non è per niente sensato.
Passarono molti anni prima che trovassi l’aiuto che cercavo per trovare la guarigione. Attraverso la mia fede e cercando un terapeuta che trattasse i problemi del post aborto, riuscii finalmente a guarire dal mio aborto. Oggi, se l’aborto infastidisce qualcuno, la società è svelta a dare la colpa alle credenze religiose di una persona che, dicono, instilla “senso di colpa e vergogna”. La mia fede non mi instilla senso di colpa e vergogna, la mia fede mi porta la misericordia di Dio, il suo perdono e la sua guarigione: è stato l’atto di uccidere mio figlio e vederlo morto sul letto accanto a me che mi ha instillato il senso di colpa e la vergogna.
La gente protegge il diritto di abortire perché crede alle bugie di cui noi, come società, siamo stati imbevuti negli anni. La mia speranza è che le donne a cui hanno fatto credere che l’aborto è una libertà, quando in realtà è una schiavitù, arriveranno a vedere, mentre sempre più donne dicono ad alta voce la verità, che la verità è ciò che ci rende liberi.
Grazie.

Theresa Bonopartis è il contatto per lo stato di New York di Operation Outcry ed è direttrice di Lumina/Hope & Healing after abortion, un servizio di indirizzamento post aborto. Ha due figli maschi, uno dei quali sta prestando servizio come marine.

http://64304.netministry.com/images/TheresaBonapartis-Sep2007_2_.pdf


Se è legale è OK

28 settembre 2008
Credevo nel diritto di abortire. Credevo che essendo legale doveva essere OK. Quando rimasi incinta ed esercitai quel diritto, non mi parlarono della devastazione che avrebbe causato. Mi dissero solo che tutto sarebbe andato a posto e che sarebbe finito prima che me ne accorgessi.
Per 12 anni ho vissuto con il tormento ed il dolore. Odiavo me stessa e mi sentivo immeritevole di qualsiasi cosa buona, persino della vita. Parlai ad assistenti e psichiatri di tutte le cose brutte che mi erano mai capitate, ma non volevo parlare loro di cosa veramente non andava. Mi vergognavo troppo.
Mi diedero tutti i tipi di antidepressivi. Mi aiutarono per un po’, ma il dolore continuava a tornare. Continuavo a reprimere il dolore dentro di me per paura d far venir fuori la vergogna, l’angoscia ed il lutto che riempivano il mio spirito ed erano proprio alla base del mio essere. Il dolore continuava a diffondersi, senza che i medicinali che prendevo avessero alcun effetto.
Ero drogata di lavoro. Facevo in modo di non avere tempo per sentire o riflettere. Sentivo di aver commesso un peccato così grande che non avrei mai potuto mai neanche pensare di perdonarmi, e pensavo di non poter chiedere a Dio di perdonarmi. Punivo me stessa essendo critica, impietosa, dura ed autodistruttiva, non mostrando alcuna pietà verso gli altri o verso me stessa, e questo feriva chi mi stava intorno. Facevo tutto ciò che era in mio potere per far stare tutto il dolore sotto la superficie, ma invano.
Indipendentemente dalle medicine che prendevo mi sentivo la stessa, così decisi di smettere di prenderle. Allora cominciai ad affrontare e sentire il dolore che avevo nascosto in tutti quegli anni.
Combattevo con l’amarezza e la mancanza di perdono perché non sapevo perdonare e mi sembrava di non avere nemmeno il diritto di chiedere a Dio di perdonarmi per ciò che avevo fatto. C’era un mucchio di cose nel mio passato che mi facevano male, cose fatte a me che mi sembravano imperdonabili. Compresi che dovevo perdonare gli altri per poter perdonare me stessa dell’aborto.
Poche settimane dopo avere smesso di prendere medicine, parlai ad una vicina che è un ministro ordinato. Le chiesi come perdonare quando sembrava impossibile perdonare nella mia mente. Mi disse che tutto è possibile a Dio, nulla è impossibile. Mi disse che dovevo lasciarmi andare e pregare Dio affinché mettesse amore e perdono nel mio cuore così che potessi amare e perdonare gli altri. È vero. Non puoi dare ciò che non hai. Fu da questo punto in poi che cominciai veramente a vedere Dio operare nella mia vita.
Il 6 luglio 2005 chiesi a Dio di aiutarmi a prendere le decisioni giuste nella mia vita, di conoscere la Sua volontà e di riempire il mio cuore di tenera misericordia, perdono ed amore per tutti.
Lo stesso giorno vidi la trasmissione televisiva Faces of Abortion con donne che raccontavano le storie del proprio dolore dopo l’aborto. Non potevo crederci. Fui così sollevata a sapere che non ero sola. Piansi per tutta la trasmissione.
Quel giorno seppi di un ritiro per aiutare le donne come me. Stampai le informazioni dal sito web ed andai a casa. Arrivai a casa e camminai avanti e indietro finché alla fine passai a mio marito Jeff le informazioni. Gli dissi di leggerlo ma di non dire nulla perché non ne potevo parlare. Andò fuori sotto il portico davanti a casa e lo lesse, poi tornò e disse: Arrivederci. Jeff mi è sempre stato di sostegno.
Dio sapeva esattamente ciò che stava facendo perché se lo avessi pianificato o avessi avuto tempo per cambiare idea o avessi saputo in cosa mi stavo mettendo, sarei rimasta a casa. Alcune donne là avevano passato la stessa tortura che avevo passato io per oltre 20 anni! Alcune avevano abortito più recentemente.
Il giorno dopo fu uno dei giorni più difficili della mia vita. Tutte noi raccontammo le nostre storie una alla volta. La storia di ognuna aveva lo stesso denominatore comune: dolore, vergogna e senso di colpa.
La cosa di cui proprio mi vergognavo di più, e di cui non riuscii a parlare, è quella che Dio userà per aiutare a guarire le altre. Ora so che Dio mi ha dato uno scopo. Mi ha affidato un servizio per aiutare a guarire le donne ferite.

Danelle Hallenbeck è State Contact per il North Carolina. Svolge volontariato in due centri di aiuto alla gravidanza e guida programmi di recupero dall’aborto. Si è laureata alla Iowa State University in sociologia ed ha lavorato come direttore di succursale per una società di prestiti, come capo ufficio finanziario e come paralegale.

http://64304.netministry.com/images/DanelleHallenback_NCJune08.pdf


Lancet sfida l’APA sul bisogno di psicoterapie dopo l’aborto

8 settembre 2008

LONDRA, 2 settembre 2008 (LifeSiteNews.com) – The Lancet, una delle più accreditate riviste mediche, ha pubblicato un rapporto che si oppone alla negazione del trauma psicologico collegato all’aborto, e ritiene che l’assistenza psicologica post-aborto sia parte importante della cura del paziente, secondo quanto riporta BioEdge.org.
Lancet afferma che “Il fatto che alcune donne sperimentino problemi psicologici dopo un aborto non dovrebbe essere banalizzato… Alle donne che scelgono di abortire occorre fornire un pacchetto accurato di cure successive, che include assistenza psicologica quando necessario.”
L’articolo del 23 agosto è stato pubblicato in risposta ad un recente rapporto dell’Associazione Psicologica Americana (APA) che affermava che non ci sono legami significativi tra aborto ed un successivo trauma psicologico. Il rapporto di 90 pagine affermava che l’aborto al primo trimestre di un bambino “indesiderato” aveva le stesse probabilità di causare danni psicologici quanto portare la gravidanza a termine (vedi LifeSiteNews.com).
Le critiche all’APA, che risaputamente e da lungo tempo difende l’aborto come diritto civile, hanno evidenziato che la maggior parte dei membri del comitato dietro al rapporto erano pubblicamente pro-aborto (vedi LifeSiteNews.com).
La ricerca pubblicata dall’Elliot Institute sostiene la richiesta di Lancet di cure post-abortive mettendo in evidenza che le donne sperimentano frequentemente diversi problemi psicologici dopo l’aborto, compresi disturbo da stress post-traumatico, disfunzioni sessuali, pensieri suicidi, abuso di alcool e droghe e disturbi alimentari.
Per altre informazioni visitate il sito web dell’Elliot Institute: www.afterabortion.org


Kathleen Gilbert

Articolo originale di The Lancet (occorre registrarsi)
http://www.lifesitenews.com/ldn/2008/sep/08090206.html


Continuavo ad essere in lutto per la perdita del bambino

28 agosto 2008
Il 28 agosto 1977 mi ritrovai faccia a faccia con il mio bambino abortito, e non sono mai più stata la stessa.
Come studentessa dell’ultimo anno del liceo, che si era diplomata con lode e giudicata la più brava della classe, ero così concentrata sugli obiettivi della mia carriera che ho semplicemente ignorato tutti i segnali della mia gravidanza. Quando smisi di negare la realtà, la mia famiglia insistette sul fatto che non avevamo i soldi per un’altra bocca da sfamare.
Quando mancava una settimana al college cominciai ad andare nel panico. Permisi a mia madre di portarmi fuori dallo stato in una clinica per aborti segnalataci dal nostro medico di famiglia. Dopo essere stata rifiutata da tre cliniche perché ero troppo avanti, fui indirizzata ad un ospedale universitario che avrebbe potuto prendersene cura.
Prima della procedura, lo staff medico mi rassicurò che non era ancora un bambino, solo “tessuto fetale”. Ma, guardando indietro, il mio cuore e la mia coscienza mi dicevano qualcos’altro. Mentre mi preparavano per l’intervento cominciai a sentirmi poco bene e dissi all’infermiera che avevo cambiato idea. Mentre cominciavo a strisciare fuori dal freddo tavolo metallico, lei mi spinse indietro e mi disse che era troppo tardi e mi fece addormentare.
Il giorno dopo mi svegliai in una stanza d’ospedale, con forti crampi. Non capivo che le iniezioni fattemi il giorno prima stavano forzando il mio corpo ad un travaglio violento e prematuro. Ero completamente impreparata a partorire un bambino morto da sola, ma anche il trauma della procedura impallidiva confrontato al rimorso immediato e profondo che provai dopo, desiderando di poter far tornare indietro il tempo e riportare indietro il mio bambino.
Per anni ho oscillato tra lo stordimento silenzioso e periodi di pianto e disperazione. Non potevo cancellare l’immagine del mio bambino dai miei ricordi, e continuavo ad essere in lutto per la sua perdita e per ciò che sarebbe potuto essere. Il mio sacrificio della sua vita per proteggere la mia dalla vergogna e dalla scomodità mi fece entrare in uno stato di stordimento emotivo che durò molti anni.
Anche se nessun altro mi condannava, il mio cuore batteva la verità: quel bambino era unico e non lo si poteva rimpiazzare. Persino la nascita di due altri figli non rimpiazzò il senso di perdita per il mio bimbo abortito. La scelta che era sembrata così semplice – uscire dalla mia difficoltà e andare avanti con la mia vita – mi consegnò invece ad una spirale depressiva che metteva a rischio la mia stessa vita.
Lottando per superare il mio dolore segreto, alla fine frequentai un ritiro di guarigione per donne post-abortive dove ricevetti una guarigione ed un perdono più profondi di quanto pensassi possibile. Dare un nome al mio figlio non nato mi ha fatto mettere a fuoco il mio dolore e riconoscerlo (il bambino), attraverso alcune semplici parole di dedica in una cerimonia in memoria, ha rotto le catene del mio dolore personale, ha portato una conclusione al mio lutto e mi ha liberata.
Attraverso la grazia di Dio, adesso non vedo l’ora di abbracciare il mio figlio abortito, un giorno in Cielo. Fino ad allora, sarò la sua voce per arrivare ad altre donne post-abortive che stanno ancora soffrendo in silenzio, per far sapere loro che non sono sole nel loro dolore e che Dio è colui che guarisce i cuori spezzati dall’aborto.
Comprendendo che mio figlio non era un errore, ma un dono di Dio, mi ha fatto comprendere che nessuno di noi è un errore. Egli ha un piano speciale per ognuno di noi.

Kathy Rutledge è referente del Kentucky per Operation Outcry. È anche presidentessa del Kentucky Memorial for the Unborn, fondato per dare un luogo sacro di conclusione e guarigione per coloro che hanno perso un nascituro, è coordinatrice regionale del Kentucky per Silent No More Awareness Campaign, e una co-facilitatrice di gruppi di sostegno della chiesa per donne che soffrono dopo l’aborto. Madre di due meravigliosi ragazzi adolescenti, è ragioniera abilitata, appassionata giocatrice di tennis e vive a Lexington nel Kentucky.

http://64304.netministry.com/images/KathyRutledge-Sep07.pdf


In quello studio morì una parte di me

30 luglio 2008
Alla giovane età di 15 anni mi ritrovai incinta e spaventata. Ero completamente sola, almeno nei miei pensieri: il mio ragazzo ed io avevamo rotto e non potevo dirlo ai miei genitori. Mia madre mi portò all’ospedale perché ero stata male per un po’ di tempo. Quel giorno presero la decisione di “aiutarmi” e fare ciò era “meglio” per tutti. La decisione avrebbe cambiato le nostre vite per sempre, ma non per il meglio.
Mio padre chiese in prestito il denaro e mia madre mi portò alla clinica per aborti. L’edificio non aveva insegne per far capire alla gente che tipo di attività ospitasse. Quando vi entrai, sembrava lo studio di un medico, ma l’atmosfera era molto più fredda. Chiesero il denaro a mia madre. La cifra di soli 250 dollari era tutto ciò che valeva per loro la vita di mio figlio.
Mentre venivo presa per la procedura, non ero ancora del tutto sicura su ciò che fosse davvero l’aborto. Nessuno si preoccupava, nessuno mi chiese mai se questo era ciò che volevo o se avevo delle domande. Ero sdraiata sul tavolo quando il medico abortista entrò. Accese la macchina per succhiare letteralmente la vita dal mio corpo. Dopo un attimo il medico cominciò ad imprecare e a chiedere perché avessi mentito. Non poteva effettuare la procedura perché ero troppo avanti. Non avevo mentito, nessuno mi aveva chiesto niente. Disse a mia madre che ero almeno di sei mesi. La clinica per aborti ci indirizzò ad un’altra clinica che effettuava aborti tardivi. Non ci fu alcun rimborso perché dissero che non erano stati ben informati – ironia della sorte – così bisognava pagare l’aborto una seconda volta.
Due giorni dopo arrivammo ad ancora un’altra clinica per aborti in un’altra città. Questa volta era lo studio di un medico. Andammo il primo giorno per la medicazione. Poi il secondo giorno quando entrai mi mandarono nel retro e mi misero in un altro tavolo. Udii accendersi la macchina aspiratrice e gridavo perché il dolore era molto intenso. Mentre l’infermiera mi spingeva il cuscino sulla faccia mi disse: “Stai tranquilla, la gente potrebbe pensare che qui stiamo uccidendo qualcuno”. Che cosa diceva? Lui stava uccidendo qualcuno, il mio figlio non ancora nato.
Nessuno mi aveva detto che sarebbe morta una parte di me in quello studio, non solamente il mio bambino. Cominciai a bere ed a far uso di droga. Tutto quello che potevo fare per attenuare il dolore nel mio cuore. Tentai il suicidio e ho lottato con la depressione.
A 21 anni, divorziata e madre di due bambini piccoli, mi trovai sola ed ancora incinta. Non avevo nessun aiuto dal loro padre e a malapena sopravvivevo economicamente. Entro un’ora da quando avevo scoperto di essere incinta, ero tornata nella stessa clinica per aborti in cui ero stata sei anni prima. Non era cambiato niente. Dava ancora le stesse fredde sensazioni mentre entravi. Diedi il mio denaro, compilai la scheda, e fui accompagnata nel retro. Mentre ero sdraiata sul tavolo il medico abortista entrò e non disse mai una parola. Né mi guardò mai. Solo si sedette, accese la macchina aspiratrice e cominciò il suo compito raccapricciante. Mentre piangevo senza controllo, l’infermiera mi accompagnò ad un stanza piena di ragazze, sedute su poltrone reclinabili, che si stavano “riprendendo”. In quel preciso istante giurai a me stessa che non sarei MAI più entrata in quell’edificio.
Andai a casa e chiamai il mio capo per dirgli che avrei tardato un po’ al lavoro. Feci la doccia poi andai al lavoro. Quel giorno cominciai a mentire a tutti; a dir loro che stavo “bene” mentre morivo dentro. Non avrei parlato della mia decisione a nessuno per anni. Nascondevo la mia vergogna ed il mio senso di colpa a tutti. Tante volte avrei voluto che qualcuno mi avesse detto che la peggior decisione che avrei mai preso nella vita avrebbe avuto conseguenze così a lungo termine sulla mia vita. Nessuno alla clinica per aborti mi parlò del dolore emotivo e psicologico che avrei sofferto da sola per anni.
Rimpiangerò per sempre di aver posto fine alle vite dei miei figli. Il loro ricordo sarà sempre nel mio cuore. Non posso cambiare questo fatto, ma posso informare altre donne degli orribili postumi dell’aborto.
Gesù è l’unica sorgente di pace che ho per le decisioni che ho preso. Egli mi ha perdonata e guarita dall’autodistruzione. Mi ha di nuovo resa integra. Ora voglio che tutti sappiano che l’aborto ferisce le donne ed ha ferito me. Non si ferma alle sole donne che abortiscono, ma colpisce tutta la gente di cui si prende cura e quelli che si prendono cura di lei.

Yolanda Austin è la direttrice di Operation Outcry per l’Alabama. Yolanda è assistente e dirige il servizio post-abortivo in un centro di aiuto alla gravidanza. Parla nelle chiese ed ai gruppi giovanili per far conoscere gli effetti che ha l’aborto sulle vite della gente. È felicemente sposata con tre figli viventi ed un meraviglioso nipotino.

http://64304.netministry.com/images/YolandaAustin-Sep2007.pdf


La Festa della Mamma è una giornata difficile per me

24 luglio 2008
Nel 1986 ero una ragazza madre, quando seppi di essere ancora incinta. Avevo vent’anni, ed avevo una figlia di due anni. Il padre del mio bambino mi disse che dovevo sbarazzarmi del “problema”. La mia migliore amica decise di aiutarmi prendendomi un appuntamento per abortire. Mi portò in auto alla clinica per aborti.
Anche il padre e la mia amica pagarono l’intervento, ma io sono andata avanti. Sono stata responsabile per la decisione finale. La cosa strana è che durante il processo decisionale, nessuno ha mai chiamato il “problema” un bambino. Usavano termini come “interrompere la gravidanza”, “sbarazzarsi del problema” e “risolvere la situazione”. Nessuno parlò con me degli stadi dello sviluppo fetale dal primo istante del concepimento.
Il dolore dell’aborto deve essere stato troppo grande perché la mia mente ed il mio cuore lo affrontassero. L’ho tagliato fuori per 13 anni e non avevo nessun ricordo dell’aborto. Comunque ho sofferto di una grave depressione per anni e ho avuto molti attacchi d’ansia.
Ho accettato il Signore nella mia vita e nel mio cuore nel 1996. Nel 1998 stavo ascoltando un programma alla radio chiamato “Tilly”. Anche se ne ho sentito solo più o meno i primi dieci minuti, ho capito rapidamente che era su un bambino abortito. Ho cominciato ad urlare a Dio e a dirgli: “NO, è impossibile che io l’abbia fatto. È impossibile che io possa mai affrontarlo”. Ma mentre ascoltavo, il cuore cominciò a farmi male, e mi sembrava come se un coltello mi avesse perforato il cuore. Il dolore era insopportabile. Cominciai a piangere e caddi sul pavimento. Non riuscivo neanche a stare in piedi o respirare.
Non sapevo che cosa fare, provavo un grande dolore fisico, emotivo e mentale. Pensavo che sarei morta. Poi alla fine del programma, dissero che le donne che erano state ferite dall’aborto avrebbero dovuto chiamare il più vicino centro di aiuto alla gravidanza. Per prima cosa lunedì mattina feci così. Erano così premurosi e di sostegno. Non mi giudicavano. Pensavo che avrebbero dovuto odiarmi per quello che avevo fatto perché in quel momento mi odiavo; ed ero sicura che anche Dio mi odiava.
Ma scoprii presto, attraverso un meraviglioso corso biblico per riprendersi dall’aborto, che Gesù mi ama ancora, ed è morto per me. Mi ha perdonato i peccati, persino l’aborto. Ho appreso che mia figlia è col Signore ed un giorno staremo insieme.
Mentre attraversavo il processo di guarigione e cominciavo a raccontare la mia storia, cominciai ad apprendere quante donne sono state ferite dall’aborto. Nove persone su dieci a cui ho raccontato la mia storia hanno o abortito o sono il padre di un bimbo abortito.
Sono passati 18 anni da quando ho abortito, e mio figlio si diplomerebbe al liceo questo giugno. Sto cominciando ad avere effetti collaterali sulla mia salute a causa dell’aborto.
L’aborto ha influenzato la mia famiglia ed i miei amici, ma nessuno di loro vuole parlare della terribile natura dell’aborto. Ma noi dobbiamo parlarne. L’aborto deve finire. L’aborto ferisce le donne e toglie la vita a un bel bambino, un dono di Dio. Le donne devono sapere che possono essere guarite, perdonate e liberate.
La Festa della Mamma è una giornata difficile per me. Sentire un bambino piangere mi provoca un dolore improvviso e acuto al cuore. Doverlo spiegare ai miei figli vivi è stata una cosa difficile da fare. Anche dirlo ai miei genitori e ai fratelli è stato difficile. Sono stati tutti comprensivi e di sostegno, ma so di avere cambiato anche le loro vite.
L’aborto divenne legale quando avevo sette anni. La Corte Suprema prese una decisione per la quale non ebbi voce in capitolo, ma che avrebbe influenzato la mia vita per sempre. Ora ho più anni, ed ho la voce che userò per dire chiaramente: “L’aborto ferisce le donne”.
Il mio consiglio per le altre che hanno sperimentato la crudeltà dell’aborto: Fate sentire le vostre voci. Dateci il permesso di parlare dei vostri aborti. Usciamo dalla vergogna, dal dolore e dalla pena. Gesù può guarirvi così che voi possiate aiutare altre a guarire.

Maureen Messersmith è direttrice di zona di Pittsburgh, Pennsylvania per Operation Outcry: Silent No More. Aiuta a raccogliere fondi per l’assistenza al post-aborto come volontaria nel locale centro di aiuto alla gravidanza. Parla nelle chiese e in diversi gruppi ed è impiegata come segretaria di chiesa ed è direttrice dello sviluppo per un programma di doposcuola. Vive a Coraopolis, Pennsylvania col marito Ernie e quattro figli.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29195