Non potevamo mai usare la parola “bambini”

26 luglio 2008
Anche oggi la testimonianza di un’infermiera che prestava assistenza agli aborti.
Alcune parti di quanto segue potrebbero darvi molto fastidio, leggete solo se vi sentite preparati.

Salve a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che c’è una sola cosa sbagliata nell’aborto: è un omicidio.
Nel 1982 cominciai a lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia nell’area di Livonia (Michigan). Amavo molto i bambini e i neonati, e mi sembrava che il modo migliore per stare con loro fosse lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia. Era veramente entusiasmante vedere la crescita dei bambini da quando vengono concepiti fino al parto. In seguito vedevo i bambini quando li riportavano nello studio. Era veramente entusiasmante. Di fatto, frequentavo la Fiera del Michigan e c’era una bancarella Pro-Life e avevo comprato i miei piedini [una spilla a forma di piedini, grandi come quelli di un bambino a 10 settimane dal concepimento ndT], non comprendendo in che cosa mi stavo mettendo io stessa allora. Mostravo i piedini a tutte le donne, e non mi è mai passato per la testa che quei piedini rappresentavano i bambini morti che venivano abortiti.
Avevamo parecchie donne che passavano per le cliniche che venivano indirizzate ad abortire. Tre dei dottori con cui lavoravo in quella clinica avevano un’attività in proprio e loro avevano quattro studi in tutta l’area. Lì venivano indirizzate le donne.
Dopo un po’, volli andar via dalla clinica semplicemente perché non mi pagavano abbastanza. Un medico mi offrì un incarico in un suo studio privato a Livonia, così accettai l’incarico. Mi spiegò che effettuavano aborti ma, ancora, non ci pensai molto. Allora ero pro-choice, o pro-aborto come direi oggi, e non pensavo molto a ciò che è l’aborto. Pensavo all’aborto come qualcosa che elimina un problema, non che uccide un bambino.
Le donne che venivano allo studio venivano perlopiù per abortire. Noi soli ne effettuavamo quattro al giorno, non era come in una tipica clinica per aborti, ma ne facevamo più della nostra quota. Le donne facevano gli esami di routine del sangue e della pressione, e confermavamo la gravidanza con un test delle urine. Non ebbi esperienza di nessuna donna che abortiva che non fosse incinta, sebbene questo sarebbe potuto capitare. Non ne ero semplicemente consapevole.
Le ragioni che le donne adducevano per abortire erano completamente irreali. Ora lo capisco; ma allora il lavaggio del cervello mi aiutava a capire perché dovessero abortire. Ci avevano detto che come assistenti medici eravamo lì per aiutare le donne, qualunque fossero le ragioni. Molte donne non potevano permettersi finanziariamente di avere bambini, così usavamo esempi, come il prezzo delle scarpine, dei vestitini, quanto costa tirare su un figlio. Se non avevano finito gli studi, l’ostacolo che avrebbe avuto sugli studi, come avrebbero trovato un baby-sitter: chi si sarebbe preso cura di quel bambino per loro? Trovavamo le loro debolezze e lavoravamo su di esse.
Dopo le domande di base, veniva detto loro brevemente che cosa sarebbe accaduto loro dopo la procedura. Tutto ciò che veniva detto loro sulla procedura era che avrebbero avuto dei lievi crampi simili ai crampi mestruali, e tutto finiva lì. Non si parlava loro dello sviluppo del bambino. Non si parlava loro del dolore che il bambino avrebbe provato o degli effetti fisici o degli effetti emotivi che avrebbe avuto su di loro. Non avevano idea di chi le avrebbe aiutate quando sarebbero andate in pezzi in seguito. Venivano portate nella stanza e, come ho detto, non veniva offerta nessuna assistenza psicologica. Queste donne fondamentalmente non avevano idea in che cosa si stavano mettendo dentro. Veniva detto loro solo di sdraiarsi sul tavolo; erano svestite.
Alcune donne ne erano un po’ preoccupate. Ci avevano detto che nel parlare a loro non potevamo mai usare la parola “bambini”. Era sempre del tessuto, tessuto o cellule o grumi di cellule o prodotti del concepimento. Poi cominciavamo la procedura.
C’erano tre procedure fondamentalmente che usavamo, e andrò un po’ più nel dettaglio al riguardo.
Metodo di suzione
La prima è la procedura utilizzata più comunemente, ovvero il raschiamento per aspirazione. Da alcune ricerche che sono state fatte, è stato spiegato che la suzione di queste macchine è 49 volte più forte di quella del vostro aspirapolvere. Comprendo che molti di voi hanno familiarità con molte delle procedure che effettuiamo, ed alcuni forse non lo sono. Ma per quelli che lo sono, vi prego di sopportarmi e pensare soltanto a quello che sto dicendo. Io l’ho visto, e sono qui per riaffermare ciò che avete udito, perché tutto quello che ne leggete è la verità. Niente di tutto questo è una bugia. Non stiamo facendo alcuna esagerazione.
Il raschiamento ad aspirazione normalmente viene eseguito tra 6 e 8 settimane di gravidanza. Lo strumento è inserito nell’utero della donna ed il bambino viene risucchiato fuori dall’utero. Lei prova dolore ed il bambino viene spinto nel barattolo. Lo tiravamo fuori dalla piccola sacca e lo mettevamo nella bacinella. Il medico veniva ad esaminarlo. Se gli sembrava che fosse abbastanza tessuto, prendevamo il bambino, lo mettevamo in un barattolo e lo mandavamo al laboratorio se la madre aveva l’assicurazione. Se non aveva l’assicurazione, il bambino veniva semplicemente gettato via per lo smaltimento rifiuti.
Metodo di smembramento (D&E)
La seconda procedura comune a cui ho assistito è la D&E, cioè dilatazione (dilation) e svuotamento (evacuation). Questa è eseguita normalmente tra le 9 e 16 settimane di gravidanza. Ho notato molte volte che si parla di laminaria nella descrizione. Ma, nella mia esperienza, non usavamo sempre la laminaria. L’usavamo a volte. La laminaria veniva inserita il giorno prima, ed il giorno dopo le donne ritornavano per subire la procedura. Tuttavia, su quelle che non avevano la laminaria, usavamo strumenti che sono come lunghe aste di metallo e ogni estremità è un po’ più larga dell’ultima che era stata inserita nella cervice per aiutare a dilatarla. Naturalmente, durante la procedura, la donna sente parecchio dolore. Le viene fatta un’endovena di Valium o di Sublimaze per aiutarla a rilassarsi, ma lei è sveglia durante tutta la procedura.
La procedura comincia con l’aspirazione del fluido, poi il medico usa il forcipe per entrare e fare a pezzi gli arti del bambino. Avvenne un incidente in cui venne fuori un pezzo bianco e chiesi più tardi al medico che cos’era, ed era il cranio del bambino. Le donne sentono dolore. Non è che soltanto dopo la procedura che comprendono che cosa capita al loro bambino o a loro stesse. Il novanta percento di queste donne cominciano a piangere dopo, e non per il dolore
Iniezione salina
Il terzo tipo di aborto è quello salino, che viene effettuato dopo 16 settimane di gravidanza. Questo deve essere fatto in ospedale per via delle complicazioni che possono insorgere: non che non possano insorgere le altre volte, ma di più in questo metodo. Il liquido salino è iniettato nel grembo della donna, ed il bambino la inghiottisce. È una soluzione di sale. Il bambino comincia a morire di una morte lenta, violenta. La madre sente ogni cosa. Molte volte è a questo punto che capisce, o è davanti alla realtà, che ha in realtà un bambino vivo dentro di lei, perché il bambino comincia a lottare violentemente per la sua vita. Corre e lotta dentro perché sta bruciando. Potete immaginare il dolore? Versatevi un po’ di acido sul dito e capirete quanto dolore deve provare quel bambino, solo che lui ce l’ha in tutto il corpo. Questa non è una piccola percentuale degli aborti. Avviene molto frequentemente.
Alle donne non venivano mai date alternative all’aborto. Si assumeva automaticamente che loro sapevano ciò che volevano. Non si parlava mai loro delle agenzie per l’adozione. Non si parlava mai della gente là fuori che era desiderosa di aiutarle a dar loro case in cui vivere, di prendersi cura di loro e persino dare loro sostegno finanziario. Gli eufemismi che sono usati – ammasso di cellule, prodotti del concepimento, o solo semplice tessuto – sono tutte bugie.
Io ci sono stata, e ho visto questi bambini completamente formati già a 10 settimane, lunghi cinque centimetri e senza un braccio o con la testa staccata. Queste sono cose con cui dovrò vivere ora. So che il Signore mi ha perdonata, ma non potrò mai cancellare queste cose dalla mia mente. Il suono di quelle ossa che si rompono, la vista di quei bambini. Mi sembra che più vado avanti a lavorare con la gente pro-life, più mi colpisce. Capisco la realtà di un bambino dentro di te, un bambino completo che sta crescendo.
Tra 18 e 24 giorni il cuore del bambino comincia a battere. Prima ancora che la donna sappia di essere incinta, il cuore di questo bimbo sta battendo. A sei settimane si possono rilevare le onde cerebrali. I suoi braccini e i le sue gambine si muovono intorno. Ad 8 settimane ha già un palmo ed impronte digitali. Il suo sistema nervoso è sviluppato ad 8 settimane. Questo è quando tutti gli aborti vengono effettuati. Ditemi che questo bambino non sente nulla: io vi dirò diversamente.
A 10 settimane si possono contare tutte le dita, ogni dito dei piedi ed anche le piccole costole. Ho visto le piccole gabbie toraciche, ed è così chiaro. A 12 settimane ha tutti gli organi e stanno tutti funzionando. Può dormire; ha l’udito; ha il gusto. Stiamo aspettando che cresca. È esattamente come siete voi ora, solo minuscolo.
Una delle famose frasi che la moglie del medico era solita usare dopo la procedura, quando andava dalle donne che piangevano e dava loro delle pacche sulle spalle era: “È tutto a posto, cara, tutti facciamo errori, ecco perché le matite hanno le gomme.” Come fai a cancellare quel pensiero dalla mente? Dove sarà lei quando quella donna è a rischio di suicidio perché capisce di aver ucciso suo figlio e niente glielo porterà indietro? Dove sarà allora? Lei sarà altrove, a contare il suo denaro ed a comprare auto nuove, o qualcos’altro. A lei non importa.
Mentre ero a Nuremberg (Pennsylvania), mi sono imbattuta in una storia interessante, che ripeto sempre quando parlo, sul piccolo Josh. Sua madre aveva divorziato ed aveva avuto una storia poco dopo. Rimase incinta e fu costretta ad abortire. In seguito, continuò a sentire dolore, così andò dal medico. Non aveva avuto altre storie dopo quella. Così sapeva di non poter essere ancora incinta perché aveva abortito e non aveva avuto altre relazioni. Quel medico le disse che ciò che era successo era a causa dell’aborto, aveva sviluppato un tumore e che avrebbero dovuto farle una isterectomia. Era sul tavolo, pronta per l’operazione quando il medico fece un altro esame e scoprì che non era un tumore. Di fatto lei era ancora incinta. Proseguì la gravidanza ed il piccolo Josh fu di per sé un miracolo. Al programma aveva una felpa con scritto: “Sono sopravvissuto all’olocausto dell’aborto”. Purtroppo, a causa della procedura, aveva una cicatrice da un lato del capo ed era leggermente limitato nell’udito e nella vista. Quello che pensano sia successo è che avrebbe potuto avere un gemello che fu, in realtà, abortito.
Ci sono diversi punti con cui controbattevo, quando lavoravo alle cliniche, alla gente pro-life, come lo stupro. Che dire a proposito di un caso di stupro, quando una ragazza viene sequestrata e, contro il suo volere, concepisce un bambino? Innanzitutto, il dato di fatto è che solo l’1% di tutti i casi di stupro finiscono con una gravidanza. Se sapete qualcosa di genetica o dello sviluppo di queste cose, saprete che quando il corpo di una donna subisce un’esperienza traumatica, come uno stupro, il corpo ovulerà o rilascerà un ovulo molto raramente. Perciò, la gravidanza avviene molto raramente. Ma è questa percentuale molto piccola che la gente pro-aborto ama usare come parte delle proprie tesi. Non credo proprio che l’1% sia abbastanza per giustificare l’uccisione di tutti quei bambini innocenti. Il bambino non ha niente a che fare con lo stupro. È una vittima innocente. Se ti senti così contraria alla gravidanza, c’è gente pronta ad aiutarti. Puoi sempre dare il tuo bambino in adozione e dare una buona casa al bambino.
L’altro argomento famoso sono gli abusi sull’infanzia. Sapevate che la maggioranza dei casi di abusi su bambini riguardano tutti gravidanze volute? Cercate di usare questo dato a vostro favore la prossima volta che qualcuno parla di abusi sull’infanzia. L’aborto è l’estremo abuso sull’infanzia.
Avevamo un gruppo piuttosto interessante di persone fuori dalla nostra clinica: quelli che facevano picchettaggio. Erano là fuori ogni giorno con le loro insegne, a camminare avanti e indietro, e ci apparivano veramente ridicoli. Ci avevano detto di ignorarli perché erano sciocchi, non sapevano che cosa stavano facendo. Non capivano le giustificazioni di queste donne e, naturalmente, io ci credevo. Così quando andavo alla macchina, ogni giorno che erano lì, guardavo in basso, non li guardavo per niente. Temevo quello che avrebbero potuto dirmi. Ma scoprii che erano tutte persone veramente amorevoli. Una in particolare è Lynn Mills. Lei è la direttrice di Pro-Life Action League del Michigan. Da allora siamo divenute grandi amiche.
Un giorno decidemmo d’incontrarci in un ristorante del posto con una delle mie colleghe, e lei aveva portato con sé una delle sue amiche. Dibattemmo tutte quelle questioni che pensavo facessero sì fosse una cosa giusta abortire. Lynn aveva una ragione od una risposta per ogni domanda che le facevo. Tornai. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine centrò il segno. E più di questo, penso che ci fosse il Signore che lavorava su di me allora. Penso davvero che mi ha dato la forza di sopportare tutto quello che vidi in quella clinica. Stetti lì solo per sei mesi, ma penso che c’era una ragione per questo, perché ora posso andar fuori e raccontare a tutti ciò che ho visto.
Sapevate che nel 1973 l’aborto ha ucciso quasi due milioni di bambini? Ci sono stati più bambini uccisi dall’aborto di tutta la gente uccisa in tutte le nostre guerre.
Ci sono alcune esperienze di cui voglio parlare prima che me ne dimentichi. Ci fu l’incidente di un bambino che era circa di 16 settimane. Una delle ragazze mi aveva chiamato nel laboratorio mentre stava ripulendo, e all’estremità della cannula, cioè lo strumento all’estremità del tubo, c’era il piedino di un bambino. Era lungo circa un centimetro. Questo piede era perfettamente formato. Non potevo crederci. Fui così sorpresa dal vederlo. Era tutto nero e blu. Quando lasci cadere qualcosa sul tuo piede ed il tuo piede rimane livido, generalmente è a causa del dolore. Il corpo del bambino era stato completamente fatto a pezzi dall’aborto.
In un altro incidente, il tubo si separò con uno scoppio dalla macchina e il sangue ci schizzò tutto addosso. La povera donna era sdraiata e piangeva. Era troppo tardi per ognuno di noi per fare qualsiasi cosa. Il bambino era morto.
Mi hanno detto che uno dei problemi dei pro-life è che parliamo troppo dei bambini che vengono fatti a pezzi [questo non sembra essere un “problema” italiano, ndT]. Mostriamo queste terribili immagini, indugiamo troppo su di esse. Cosa dovremmo fare? Questa è la realtà dell’aborto. Dovremmo dire: Oh, non andare ad abortire, il tuo feto o tessuto, diverrà deceduto? Non ha senso. Tu dici loro la verità, i fatti. Sì, i bambini appaiono così dopo l’aborto. E sì, fa male al tuo bambino e, più di tutto, colpisce le donne.
Ci fu l’incidente di una ragazza quattordicenne la scorsa primavera, era incinta. Sua madre la costrinse ad abortire. Il medico fece un pasticcio e adesso lei è sterile. Quella madre cosa risponderà alla ragazza quando crescerà e capirà che non potrà mai avere un bambino?
Ci fu il caso di una signora che venne alla clinica, era sposata con uno straniero. Questo fu molto interessante perché ancora, ancora oggi, non capisco come esistesse questo matrimonio. Lui non parlava inglese e lei non parlava la sua lingua. Immagino che ci fosse una qualche comunicazione, ma non abbastanza. Lei gli disse che voleva fare un bambino. Lui non sapeva che cosa stava facendo ed alla fine lei rimase incinta. Quando lei gli disse che aspettavano un bambino, lui si arrabbiò. Non voleva un bambino. Non sapeva che era questo ciò che stava facendo. Allora, lei venne ed abortì. Così, senza ragione. Non voleva un bambino adesso. Tutto qui.
Venne un’altra donna alla clinica per il suo nono aborto. Aveva circa 40 anni. Nove! Non c’è giustificazione per questo. Proprio non lo capisco. Rimango a volte sbigottita a ripensarci [meglio non parlarle del caso della donna italiana che ha abortito 40 volte ndT].
Vorrei sollevare un punto interessante riguardo al picchettaggio presso le case dei medici che è anche davvero imbarazzante per me. La prima esperienza di picchettaggio che ho mai fatto fu quando Lynn mi trascinò alla casa del mio medico. Per tutta la strada ero in lacrime. Me ne stavo con le mani in mano: Ti prego Signore, fammi andare via, fa’ che passi, fa’ che non sia a casa. Non voglio proprio vedere questo tipo. Ed eccoci lì, facendo picchettaggio. La gente stava venendo a parlare con noi. Improvvisamente uscì un vicino e disse che non viveva più lì, si era trasferito in California. Tutto quanto per nulla!
I nostri medici erano soliti lavorare anche nel campo degli uteri in affitto, cosa che sta diventando molto diffusa per i pazienti sterili. Non potevo capire come poteva andare in una stanza ed uccidere un bambino, e poi andare nella stanza vicina e sforzarsi al massimo per cercare di fecondare un’altra donna per una coppia che non può avere bambini. Era ancora più strano perché una volta ogni tanto ricevevamo una lettera da, ad esempio, una coppia della California che non poteva avere bambini. Mandavano lettere a diversi studi, sperando di ottenere una risposta da una donna incinta che volesse dare il suo bambino in adozione a loro. Il medico non considerava per niente tutto questo. Gliene accennai. Dissi che questa coppia era così bella, una bella foto, una bella casa, e facevano dei bei soldi. Potevano offrire tutto a un bambino. Chiesi al medico: Perché non indirizziamo una delle nostre donne a loro? Mi disse che non potevamo farlo, le donne erano lì perché questo è ciò che vogliono e non dovevamo interferire con la loro decisione. Questa era risposta che ci veniva sempre data.
È apparso un articolo su un giornale di Livonia un po’ di tempo fa. La clinica per cui avevo lavorato era stata evidentemente venduta ad un altro medico, e aveva messo un annuncio sul giornale con un tagliando per uno sconto sugli aborti. Prendemmo il telefono e cominciammo proprio ad insistere. Dovemmo fare del nostro meglio. L’annuncio fu tolto la settimana dopo e non lo rimisero più.
Probabilmente la cosa più efficace che mi ha fatto cambiare idea fu un incubo che feci una notte, poco dopo avere incontrato Lynn. Feci questo sogno in cui ero nella stanza per gli esami con il medico, ed avevamo appena terminato un aborto. Accanto al tavolo c’era un altro piccolo tavolo ed avevamo un piccolo bambino circa altrettanto lungo. Non ho mai veramente fatto questa esperienza, ma questo bambino era nato. Era sdraiato al bordo del tavolo. La sua gambina stava penzolando fuori dal bordo ed il suo corpo era coperto con un panno di carta. La madre lo guardò e disse: “Devo stare sdraiata qui e guardare questo bambino?”. Il medico mi chiese di portare il bambino al laboratorio. Presi il bambino, era uno di quei sogni in qui c’è un salone senza fine, vai avanti, avanti, e non raggiungi mai la tua destinazione. Tutto quello che sentivo nella mano era questo bambino grande. Mi svegliai, piangevo ed ero sudata. Niente nella mia vita mi ha mai scosso di più. È stata l’esperienza più terribile che abbia mai fatto. Per la prima volta della mia vita compresi che ero implicata nell’uccisione di bambini innocenti. Non effettuavo l’aborto in sé, ma avrei ugualmente potuto farlo. Diedi quegli strumenti al medico. Ho ancora incubi, non così frequenti e non tanti, ma penso sia un promemoria per ricordarmi che devo andare avanti per quei bambini e, con l’amore ed il sostegno che ho dai miei nuovi amici pro-life, sono in grado di farlo.
Spero che qui nel nostro convegno ci siano degli infiltrati perché ciò che dico è vero. Voglio che ci pensiate. Quando andate a casa ed avete degli incubi su quei bambini morti, è perché li state uccidendo. Questo è quanto. L’aborto è un omicidio. Non c’è altro modo di girarla. Speriamo che chiamerete uno di noi e, vi garantisco, noi saremo a braccia aperte per salutarvi ed aiutarvi in questa terribile esperienza.

Questa testimonianza fu data da Deborah Henry originariamente ad un seminario/laboratorio “Meet the Abortion Providers” (ti presento gli abortisti) sponsorizzato dalla Pro-Life Action League di Chicago, diretta da Joe Scheidler. Priests for Life offrono il loro video “Inside the Abortion Industry” (dentro l’industria degli aborti), contenente brani delle testimonianze di diversi ex-abortisti.

http://www.priestsforlife.org/testimony/henry.htm

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Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi

21 luglio 2008
Quel giorno seppi che avevo tolto la vita all’unico bambino che avrei mai portato in grembo. Avevo venticinque anni e stavo impazzendo quando seppi di essere incinta. Il padre del mio bambino era andato via, ed io ero sola e disperata. Non lo dissi a nessuno tranne alla mia migliore amica che mi portò in auto alla clinica per aborti di Planned Parenthood a Nashville nel 1984. Scelsi la via d’uscita più facile, così pensavo all’epoca.
Ricorderò quel giorno per il resto della mia vita. La stanza era fredda come lo staff. Non c’era empatia, assistenza, o attenzione medica personale.
Mi sentivo come un pezzo di carne in una catena di montaggio mentre le ragazze venivano trasferite dentro e fuori dalla stanza. Non mi fecero nessuna anestesia, né medicazione, né mi diedero una mano da tenere.
Seppi di avere fatto un errore non appena udii il rumore di aspirazione della macchina, ma era troppo tardi per cambiare idea.
Ricordo di aver guardato il barattolo e di averlo visto riempirsi di pelle, sangue e tessuto del mio bambino. Dissi all’infermiera che stavo per rimettere e lei mi disse: “Basta che stai tranquilla”. Non sono mai stata più la stessa.
Alcuni giorni dopo, mentre ero al lavoro, cominciai ad avere crampi, sanguinamenti e febbre, tutto dovuto all’aborto incompleto. Dovetti lasciare il lavoro immediatamente per cercare assistenza medica.
Erano rimaste parti del bambino dentro di me, provocando una grave infezione, e un raschiamento d’urgenza raschiò via i resti dal mio utero.
Un anno dopo, attorno alla data dell’aborto, cominciarono gli attacchi di panico. Stavo uscendo di senno. Divenni molto depressa e cercai di uccidermi prendendo un’intera bottiglia di pillole antidolorifiche, e rimasi incosciente per tre giorni. Ero a casa da sola.
Un terapeuta ha lavorato con me per un anno, ma non toccò mai l’esperienza dell’aborto.
Dopo anni di droga, alcool e sesso promiscuo, sapevo che la mia vita doveva cambiare. Andai via dalla città, sposai un uomo meraviglioso; frequentavamo la chiesa e abbiamo dato i nostri cuori a Gesù.
Cercammo di avere un bambino, ma qualcosa non funzionava. La clinica per la fertilità determinò che ero sterile a causa del danno provocato dall’enorme cicatrice lasciata dall’aborto.
Volevo morire. Non potevo stare attorno ai bambini o andare a una festa per una mamma incinta. Mi sembrava di stare scavando una buca e di morire. Caddi in una profonda depressione clinica. Nessuno mi aveva detto che mi sarei mai sentita così.
Rifiutai di pensare all’adozione fino ad un giorno in cui stavo piangendo all’altare ed una piccola bambina di due anni mi mise le braccia attorno e mi disse che mi amava. In quel momento seppi che potevo amare il figlio di qualcun altro come fosse mio. Cominciò la guarigione… Dio però non aveva ancora finito con me.
Una sera ad una conferenza di donne, Dio mi purificò e liberò da ogni senso di colpa e vergogna. Egli mi diede libertà e perdono, facendomi uscire dalla mia prigione personale.
Dopo la metamorfosi spirituale, tornai a casa per ricevere una chiamata dall’ufficio adozioni e la mia bella figlia di cinque mesi e bi-razziale, Arabella, venne a casa a vivere con noi. La gioia fu indescrivibile. Giunsi a capire che, nella sorprendente sovranità di Dio, Egli vede il quadro completo quando noi vediamo solo un’istantanea.
Poco dopo la mia guarigione, divenni assistente in un centro di aiuto alla gravidanza ed ora dirigo il servizio di recupero dall’aborto a Murfreesboro, nel Tennessee.
Voglio dire alle donne danneggiate dall’aborto: C’è speranza. Dio vuole guarirvi e liberarvi.

Testimonianza di Jackie Bullard, Murfreesboro, Tennessee

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29193


L’aborto ferisce, inganna e distrugge!

18 luglio 2008
In un giorno piovoso e ventoso del marzo 1978, mi mentirono in una clinica per aborti di Atlanta. Fui informata che ero troppo avanti nella gravidanza per avere un aborto D&C (dilatazione e raschiamento) e che avrei dovuto partorire un bambino morto. Mentre stavo uscendo, avendo cambiato idea sull’aborto, mi dissero che avevano commesso un errore, che potevano prendersi cura del mio “problema” e che sarei potuta tornare alla normalità in breve.
Diverse settimane più tardi, quando chiamai la clinica per aborti perché stavo sanguinando abbondantemente, mi informarono che era normale.
Quindi le Donne acconsentono all’aborto perché siamo spaventate a morte e ci manca l’informazione, la preoccupazione ed un saggio consiglio. Abbiamo paura di dirlo ai genitori o ai mariti, paura di non poter mantenere un figlio, paura che i nostri matrimoni falliscano, paura di dover smettere con la scuola o rinunciare alla carriera, paura che le nostre vite non continuino come avevamo progettato.
Come molte donne, credevo alla bugia che l’aborto è sicuro, veloce e fa andar via il problema. Credevo di non avere altra scelta. Feci la “scelta” disperata dell’aborto come ultima risorsa, non perché volessi veramente abortire. I termini usati dai medici abortisti sono molto fuorvianti. Parole come interruzione della gravidanza, estrazione mestruale, prodotti del concepimento e masse di tessuto. Contribuiscono solo alla nostra confusione. Tutti questi termini disumanizzano ciò che viene distrutto per ingannarci, e così inganniamo le altre. L’aborto ferisce, inganna e distrugge!
Andando dal dentista per farsi togliere i denti del giudizio, ci parlano delle possibili complicazioni che possono avvenire. Non mi parlarono dei possibili rischi per la salute fisica, della vita di depressione, paura, ansia, lutto, senso di colpa, e del rimorso o della vergogna. Non mi parlarono delle complicazioni che potevano provocare la sterilità.
Mi ci vollero oltre 24 anni per permettere a Dio di insegnarmi a perdonarmi. Non mi sembrava di meritare di essere perdonata. Meritavo una vita di punizione. Dopo aver completato un corso molto intenso di studi biblici, ho imparato a cominciare a guarire. Non fate lo sbaglio, la strada per la guarigione può essere lunga e dura. Ho fatto la scelta e ne ho pagato il prezzo, ma Gesù Cristo porta il mio fardello ora.
Dopo 24 anni sono libera. Cristo è la risposta per le donne in lutto per liberarle dal passato. Egli ha l’attività di prendere le vite spezzate e renderle integre. Ora so che c’è pace e guarigione per le donne ferite dall’aborto. Ora sono profondamente interessata a come si sentono le altre donne forzate a fare ciò che io feci. Non starò “Mai Più Zitta”.

Julie Thomas è di Atlanta, in Georgia. È da molto tempo impiegata in una grande compagnia aerea. È una madre single di due figli: una figlia che insegna nella zona di Atlanta ed un figlio di 14 anni. Fa parte della Chiesa Battista Sharon a McDonough, in Georgia.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29197


Sono ancora madre, solo che i miei tre figli sono morti

1 luglio 2008
La mia vita è stata devastata dall’aborto. Ho abortito tre volte, e ricordo gli aborti come fosse solo ieri. Ero stesa sul freddo tavolo senza anestesia per il dolore, fissando il soffitto, desiderando di essere da un’altra parte. Sembrava che durasse per sempre, ed il dolore era insopportabile. Nessun quantitativo di anestetico avrebbe potuto mitigare il dolore nel mio cuore e nella mia mente.
Gli aborti a me praticati furono effettuati con il metodo dell’aspiratore. Riuscivo a sentire – dall’aumentato sforzo dell’apparato di suzione – quando una parte o arto del mio bambino veniva estratta. Ogni volta che cercavo di guardare al barattolo con i resti dei miei bambini mi rimandavano giù. Pure oggi sento ancora quel suono d’aspirazione che mi tormenta.
Quegli aborti hanno cambiato la mia vita per sempre. Quando capii che non avrei mai tenuto o visto quei tre bambini, divenni arrabbiata e depressa. Cominciai a bere molto, a fare uso di droga, ed ho tentato il suicidio tre volte.
Anni dopo scoprii che quei tre bambini sarebbero stati i soli bambini che avrei mai portato in grembo.
Perché quel medico abortista mi disse che i miei bambini erano solo un ammasso di tessuto, e che sarebbe stato più sicuro abortire che portare avanti la gravidanza?
Quegli aborti distrussero le mie tube e le mie ovaie, e mi hanno reso sterile. Ogni giorno vivo con la realtà che i soli bambini che avrò mai in grembo li ho uccisi.
Oggi sto ancora vivendo con gli effetti di quegli aborti. Alcuni anni fa ho avuto un’isterectomia a causa del grave danno provocato dalla procedura di suzione.
L’unico modo in cui sono riuscita a vivere attraverso questo incubo è stato giungere a conoscere Gesù Cristo. Egli mi ha perdonata e liberata. 2 Corinti 5,17 dice: “Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.”
Non c’è mai stato un giorno in cui non abbia rimpianto le “scelte” che feci di abortire, o che non pensi a quei tre bambini e chi sarebbero stati. L’aborto non ha risolto i miei problemi, ne ha solo creati altri. Sono ancora madre, solo che i miei tre figli sono morti.
Voglio che il mondo conosca i dannosi, orribili effetti dell’aborto e come distrugge vite, e quindi NON STARÒ PIÙ ZITTA.

Luana Stoltenberg e suo marito Steve sono sposati dal 1985. Vivono a Davenport (Ohio) con il loro figlio Zachary, che è stato adottato dall’India all’età di due anni. Frequentano e fanno parte del direttivo di Calvary Church di Quad Cities.
Luana ha preso parte ai centri di aiuto alla gravidanza di Quad Cities. È stata anche membro del direttivo, tesoriere e portavoce della Life and Family Coalition. Attualmente svolge attività in Operation Outcry. Luana fa anche discorsi pubblici e condivide la sua testimonianza.
Il maggior desiderio di Luana è mostrare agli altri l’amore e la misericordia di Cristo. Ella lo fa dicendo alla gente quanto il Signore ha fatto nella sua vita. Ama raccontare come il Signore l’abbia letteralmente presa e tirata via da una vita di droga, alcool ed aborti, e poi l’abbia messa sul Suo grembo di “Grazia”.

http://64304.netministry.com/images/LuanaStoltenbergJune2005.pdf
Operation Outcry


Legalizzare l’aborto non l’ha reso sicuro

18 giugno 2008
Per 31 anni ho rimpianto di aver creduto alle bugie dell’aborto. Nel gennaio 1973, all’età di 28 anni, ero sposata con quattro bambini quando mio marito ed io facemmo la “misera scelta” dell’aborto, basandoci su bugie e su paure esagerate.
A mia insaputa, mio marito presumeva che un’altra gravidanza avrebbe comportato che io diventassi più anemica di quanto lo ero diventata con la precedente gravidanza. Quando disse che era l’unica cosa da fare, sapevo che cosa lui voleva dire. L’aborto era stato legalizzato la settimana prima. Temevo che il nostro matrimonio non fosse forte. Lui era preoccupato, io non fui abbastanza forte.
Fu molto diverso dal 1965 quando ero una ventenne nubile, studente di college ed incinta. Non avevamo mai pensato all’aborto allora. Non era legale. Ci sposammo.
Nel 1973 non compresi che ero diventata madre al momento del concepimento, quando comincia la vita. Spaventata e sotto pressione, andai da Planned Parenthood. Non mi diedero alcuna informazione sullo sviluppo del feto/bambino, neanche un test di gravidanza. Non fu fornita alcuna informazione sulla procedura abortiva, sui rischi e le conseguenze. Mi dissero: “Se hai dei problemi dopo, abbiamo degli assistenti disponibili”. Mi chiedevo: “Perché dovrei avere dei problemi?”
La notte prima dell’appuntamento chiesi: “Dio, c’è qualcosa di sbagliato in ciò che sto per fare? L’uomo dice che non è nemmeno vita. Che cosa dici Tu?”. Al mattino chiamò un impiegato della clinica per dirmi: “Il medico ha cancellato i propri appuntamenti di stamattina”. Non stavo ascoltando; presi un altro appuntamento! Mentre ero nella sala d’aspetto, c’erano altre tre donne. Due di loro pure erano sposate con figli. Sentii la loro conversazione: “È il nostro secondo, ed è troppo presto” – “Questo è il nostro terzo e ne vogliamo solo due”. La terza donna era più giovane ed era l’unica che piangeva.
Non pensavo a niente e non provavo niente, stavo già negando la realtà. Durante la procedura abortiva il mio utero fu danneggiato. A causa della mia “misera scelta”, dovette essere rimosso, il che portò alla deprivazione di estrogeni ed in seguito alla depressione. Legalizzare l’aborto non l’ha reso sicuro.
Un anno e mezzo dopo, dato che sentivo un peso opprimente di senso di colpa, lutto e vergogna, seppi “senza ombra di dubbio” che ero responsabile della morte di mio figlio. “Oh Dio, ho ucciso!”.
Legalizzare l’aborto non l’ha mai reso giusto. Legalizzare l’aborto non l’ha mai reso una cosa buona per le donne.
Quando il nostro terzo figlio nacque prematuro di due mesi e morì, la perdita portò lutto ma non senso di colpa. Ma l’aborto distrusse il nostro rapporto genitore-figlio e quasi distrusse il nostro matrimonio per via del senso di colpa, del lutto, della vergogna e dei rimproveri. Oggi mio marito ed io concordiamo sul fatto che la devastante “misera scelta” dell’aborto è stata la peggior decisione che abbiamo mai preso.
Dio ci ama così tanto che ha dato Suo figlio perché pagasse il nostro debito di peccato. Gesù Stesso ha portato il Suo stesso corpo sulla croce per offrirci perdono, per prendere la nostra colpa e la nostra vergogna, liberandoci per toccare i cuori, cambiare le vite, ripristinare la giustizia nella nostra nazione! L’aborto ferisce madri, padri, famiglie, e l’America!
Sei stata ferita dall’aborto? Stai pensando di abortire? Chiama il numero nazionale 1-866-482-LIFE [In Italia 8008-13000].

Myra Myers è la direttrice di Operation Outcry per il Texas. Ha prestato servizio come volontaria e direttrice di un centro di aiuto alla gravidanza di Okinawa. Ha partecipato alle attività del Christian Women’s Clubs per 28 anni in Texas, New Hampshire, Okinawa, Tokyo e Seoul.
Myra ha testimoniato a favore del “Women’s Right To Know Bill” [legge che prescrive tra l’altro che le donne che vogliono abortire devono essere messe a conoscenza dell’aiuto che possono ricevere in caso portino a termine la gravidanza] nel Consiglio delle Commissioni Salute del Texas. Ha anche testimoniato a favore del “Prenatal Protection Act” [legge che punisce l’uccisione di un nascituro contro la volontà della madre] in un’audizione al Parlamento del Texas.
Myra e Gary, suo marito da 40 anni, risiedono a Flower Mound nel Texas. Sono genitori di sei figli e nonni di 15 nipoti.

http://64304.netministry.com/images/MyraJ.Myers-June08.pdf
Un grido senza voce


L’aborto non aveva risolto il mio “problema”, si era aggiunto al mio dolore

14 giugno 2008
Avevo diciannove anni, ero matricola all’università e incinta del mio primo ragazzo. Un amico ci disse di andare da Planned Parenthood. Era il gennaio 1973, stesso mese ed anno di Roe v. Wade [il caso giudiziario che legalizzò l’aborto negli USA]. L’assistente di Planned Parenthood si sedette di fronte a me e disse: “Puoi andare a Washington DC ad abortire: non è legale in Pennsylvania, ma molto presto le donne non dovranno passare per tutti questo… l’aborto sarà legale e sicuro”. Dov’era l’inalienabile diritto alla vita per le donne di questa generazione? [Nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 è scritto che: «Noi riteniamo queste verità di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, tra i quali vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità»] Quello che scoprii fu che il fatto che l’aborto sia legale non significa che sia sicuro.
L’assistente mi disse che dopo l’aborto avrei potuto continuare la mia vita. Anche se il mio ragazzo era seduto vicino a me, mi sentivo molto spaventata e sola. Lui mi guardò e mi disse: “Qualunque cosa tu voglia fare”.
Ricordo quel freddo giorno, un venerdì del gennaio 1973. Volai a Washington DC col mio ragazzo. Fummo prelevati all’aeroporto insieme ad altre donne che dovevano abortire quel giorno.
Nell’edificio dove si abortiva mi misero in una stanza con 40 altre donne. Era così impersonale. Ci fecero vedere un modello fetale vuoto. La donna che parlava ci disse che la procedura sarebbe durata 15 minuti. Poi fui portata in una stanza con solo il medico abortista ed un’altra donna. Ricordo un dolore intenso mentre piangevo. Mi sembrava come stessi per sentirmi male. Non ho mai provato un dolore così intenso, mai, nella mia vita. Poi fui portata in un’altra stanza. Mi dissero di sedere ed aspettare. Me ne sarei potuta andare dopo un’ora. Vicino a quella stanza c’erano donne nei lettini che stavano piangendo. Mi dissero che avevano dei problemi.
La forza della suzione fu molto forte, e cominciai a sanguinare abbondantemente. Non ci fu rapporto medico-paziente. Non avevo mai visto il medico abortista prima dell’aborto, e non l’ho mai visto dopo.
Quando lasciai l’edificio mi dissero: “Tutto andrà bene. Puoi continuare la tua vita. Ecco alcune medicine se ti viene la febbre”. Tutto non andava bene. La mia vita non fu più la stessa.
Nel giro di alcune settimane la relazione col mio ragazzo finì. Fu la mia “unica e sola” relazione sessuale prima dell’aborto. Piombai immediatamente in profonda depressione. Cominciai a bere molto, ad usare droghe, cominciai a volare di relazione in relazione, e smisi di frequentare molti corsi universitari. Cercavo di uccidere il dolore che era cominciato coll’aborto. Dov’era il mio bambino? Dov’era l’inalienabile diritto alla vita? Non me ne importava proprio più nulla.
Prima di un anno mi diagnosticarono un disturbo fibrocistico al seno. Il medico non riusciva a capire come avessi sviluppato queste cisti. Ero molto depressa e piena di sensi di colpa. Lasciai l’università dopo il secondo anno e cominciai ad avere uno stile di distruttivo di promiscuità, dolore, e gravidanze abortite. L’aborto non aveva risolto il mio “problema”, si era aggiunto al mio dolore.
Durante un aborto lasciarono dentro di me una parte del mio bambino. Planned Parenthood mi aveva inviata ad un abortista che effettuava estrazioni mestruali. Non mi fecero alcuna anestesia. Dopo aver pianto con profondo dolore, con le mie braccia che afferravano il muro, l’abortista mi guardò con paura. Disse all’infermiera che ero troppo avanti. Mi disse di alzarmi, vestirmi ed uscire. Continuai a sanguinare abbondantemente per giorni. Fui ricoverata all’ospedale per un raschiamento d’urgenza per rimuovere il resto del bambino.
Per anni ho negato che l’aborto fosse la causa del dolore e della profonda rovina nella mia anima. Pensavo: Il governo l’ha resto legale, quindi deve essere OK. Alle cliniche per aborti non mi avevano mai detto che avevo altre opzioni, che l’aborto avrebbe potuto danneggiare il mio corpo, che avrei potuto non avere più bambini, che stavo prendendo un’altra vita umana, che avrei potuto morire. Il mio bambino, il mio primo figlio mi avrebbe potuto salvare, se avessi scelto la vita.
Da bambina ero stata oggetto di abusi sessuali fino all’età di sei anni. Credo che la violenza abbia condotto alla mia perdita di dignità, di autostima, ed al bisogno di essere accettata dagli uomini per le mie prestazioni. Da allora sono venuta a a sapere che molte donne con sindrome post abortiva pure hanno sofferto di qualche forma di abuso da bambine. L’abuso ha causato l’aborto, e l’aborto ha aumentato gli abusi sulle donne.
Un anno dopo il matrimonio abortii spontaneamente nostro figlio Peter. La sua morte nel mio utero fu dovuta alle cicatrici nel mio utero dovute agli aborti.
L’aborto mi ha lasciato con la sterilità e tanti anni di cicatrici che ora sono guarite per mezzo dell’amore di Gesù Cristo. Sono madre di 10 figli. Sette sono in Cielo (sei aborti procurati ed uno spontaneo). I miei tre figli sulla terra sono una straordinaria benedizione ed hanno cambiato la mia vita per sempre. Portano a questa generazione e a questa nazione la verità che “ogni vita ha valore ed è degna e le donne di questa nazione hanno bisogno di guarigione, vero amore e verità, non di abuso continuato tramite l’aborto”.
Quando mio figlio John aveva otto anni mi disse: “Mamma, sento che c’era qualcun altro prima di me…”. L’aborto non finisce sul tavolo dell’abortista. L’aborto influenza le generazioni a venire.
L’aborto fa male alle donne, ai bambini e alle famiglie della Louisiana e di questa nazione. Le donne meritano alternative a favore della vita sia per la madre che per il figlio, non importa come un bambino sia stato concepito.

Cynthia Collins è direttrice esecutiva del Centro di aiuto alle gravidanze difficili. Presta servizio come direttrice della Louisiana e come membro del Consiglio Direttivo Nazionale di Operation Outcry, una rete nazionale che dà voce a donne e uomini che hanno provato il trauma causato dall’aborto.
Il 28 agosto 2005 Cynthia è evacuata da Slidell a causa dell’uragano Katrina ed è tornata in una casa che era stata riempita dall’acqua dell’alluvione. La sua famiglia si è spostata undici volte in otto mesi per rimanere nell’area e prestare aiuto alle donne incinte in situazioni difficili ed ai loro nascituri. Negli ultimi 20 anni il Centro di aiuto alle gravidanze difficili di Slidell ha fornito aiuti a favore della vita ad oltre 23’000 donne e dato la scelta della vita a circa 9’000 bambini della Louisiana.
Cynthia ha aiutato migliaia di donne ferite dall’aborto nel loro viaggio di guarigione e assistenza per riprendersi dall’aborto. Ha anche fondato Passion4Purity [letteralmente: Passione per la Purezza] International e presta servizio come Direttrice di Stazione di WGON-FM (Generation Outreach Radio), una stazione radio comunitaria dell’area di Slidell.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=26405
http://64304.netministry.com/images/CynthiaCollinsNov2007.pdf
Un grido senza voce


Il mio corpo fu violentato un’altra volta

31 maggio 2008
Ho avuto un’infanzia traumatica. Mio padre abusava sessualmente di tutti e tre noi figli, e maggiormente di me. Quando mia madre e mia sorella tentavano di resistere, lui era così sistematico, sprezzante e meschino che prima mia madre e poi mia sorella divennero psicotiche. Vidi mio padre pagare 600 dollari in contanti per far abortire mia sorella. Mia madre tentò di uccidermi. Non pensavo di avere alcun tipo di valore o diritti o che i miei sentimenti avessero valore o dovessero essere creduti o seguiti.
Era l’ottobre del 1972. Ero sposata da circa quattro mesi. Stavo usando metodi contraccettivi ma non funzionarono. Volevo il bambino ma mio marito no. Mio marito era a scuola ed io stavo mantenendo entrambi così pensai che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista ed irragionevole. Mio marito mi trascinò da Planned Parenthood [industria abortista americana che effettua ogni anno centinaia di migliaia di aborti], dicendo: “Non è per abortire, è solo per parlare, per avere delle opzioni”. L’assistente di Planned Parenthood mi urlò in faccia, chiamandomi immatura ed accusandomi di giocare perché resistevo all’idea di abortire. Lei mi disse che avrei dovuto abortire immediatamente perché dopo otto settimane diventa più complesso e pericoloso. Sarei volata a New York, dove gli aborti erano legali, ed avrei abortito là. Non c’era tempo per pensarci.
Pensavo che il mio desiderio di avere il bambino fosse egoista. Mio marito e l’assistente sembravano considerarmi male. Pensai: Mio padre non mi ha voluta; mio marito non vuole questo bambino. Mio padre prendeva a calci mia madre; mio marito mi picchia quando si arrabbia. Entrambi abbiamo avuto violenze sessuali nella nostra storia. Il mio intero essere disse “NO!” alla possibilità di ricreare la mia infanzia. Così acconsentii all’aborto.
Volai a New York. Il furgone dell’aborto ci prese all’aeroporto. Ero così sconvolta di tutta la traversia che la mia temperatura salì a 37,8° e misero un segno (T=37,8) sulla cartella che mi portavo dietro. Andammo in varie stanze. Nella prima stanza scrissero la mia storia ed i dati vitali. La seconda stanza era aperta e piena di letti – niente sipari né tramezzi, nessuna riservatezza. Fummo tutte messe in fila e ci fecero l’iniezione. Era clinicamente ben fatto ed impersonale. Chiesero ciascuna di noi se volevamo la peridurale o l’anestesia generale. Scelsi l’anestesia generale per evitare tutto ciò che potevo di questa esperienza. Mi svegliarono e mi dissero di camminare per smaltire l’anestetico più velocemente anche se mi sentivo ubriaca e dolorante. Mi portarono in un angolo e mi spiegarono che siccome ero RH negativa, dovevano farmi un’iniezione. Fummo poi ammassate in un’altra stanza e ci diedero istruzioni di non fare sesso o bagni per sei settimane e che potevamo avere “sintomi come quelli delle mestruazioni” fino a sei settimane dopo. Ci diedero lezioni sulla contraccezione in modo che non capitasse più. Tutta l’esperienza fu vergognosa anche nell’offuscamento del torpore. Il furgone dell’aborto ci riportò all’aeroporto. Siccome ero tra le prime, andai su uno dei primi aerei. Quando mio marito mi trovò che girovagavo per l’aeroporto, mi manifestò paura che io avessi fatto marcia indietro dalla procedura.
È molto difficile per me separare gli effetti dell’aborto e della violenza sessuale. Sento l’aborto come un’estensione della violenza sessuale. Credevo di non avere diritto di prendere la mia decisione; il mio corpo fu violentato un’altra volta dalle preoccupazioni egoistico di qualcun altro. Il movimento femminista lavorava duramente per la legalizzazione dell’aborto allora. Penso ora che fu questa la ragione per cui io fui spinta così duramente dall’assistente di Planned Parenthood. Avrei potuto dire “no” a mio marito ed avrei potuto dire “no” all’aborto, ma non avevo risorse per nessuna di queste due cose.
Non riuscivo a rimanere incinta dopo l’aborto. Non so se fu per via del danno fisico o del trauma psicologico. Ho avuto una serie di gravidanze isteriche nei cinque anni seguenti l’aborto.
Penso che l’aborto abbia ucciso il mio matrimonio. Qualcosa è morto in me e mi distaccai e (anche per altre ragioni) smisi di fidarmi di mio marito.
Divenni cattolica circa sei anni e mezzo dopo l’aborto, forse attraverso l’aborto. Mio marito si stancò del mio desiderio di un bambino, e mi spinse ad andare all’università. Allora ebbi la mia prima esposizione alla Cristianità. Durante il terzo anno andai a messa. Compresi di aver trovato la mia casa e niente poté impedirmi di diventare cattolica, neanche le forti obiezioni di mio marito. Se ne andò. Dopo alcuni mesi il divorzio fu definitivo, entrai nella Chiesa Cattolica.
Poiché Dio mi ha portato nella Sua Chiesa dopo l’aborto, so che Egli mi ama e non me lo rinfaccia. Sebbene io rimpianga fortemente l’aborto, non sento un grande senso di colpa, non conoscevo Dio, ho fatto la mia scelta in mezzo a distorsioni ed a mancanza di risorse. Ho pregato per il bimbo che non è mai nato. Il dolore è allo stesso tempo sottile e stupito. È difficile separarlo dall’altro trauma. A volte mi sembra che l’aborto abbia avuto un piccolo effetto, ma quando lo tocco, piango lacrime profonde e senza fine e a volte torno ad avere quella misteriosa temperatura di 37,8 gradi.
Ho cercato guarigione da un prete, una suora ed un terapeuta. Fui ancor più ferita dal prete e dalla suora. Il terapeuta mi aiutò molto in generale ma non per le ferite specifiche dell’aborto. Penso che i professionisti non comprendano gli effetti dell’aborto, me inclusa.
Poiché non ho avuto il bambino, non potei rimanere incinta dopo, e mio marito se ne andò perché volevo essere cattolica, e sono totalmente sola. Vivo sola, passo le vacanze sola, sono sola quando sto male o sono ferita. Penso che Dio abbia usato l’aborto per portarmi a Lui (Dio è sorprendentemente meraviglioso!) e questo ha cambiato ogni cosa per il meglio e ha reso i sentimenti degni di essere provati e la vita degna di essere vissuta . (“O felice colpa!”)

http://www.priestsforlife.org/postabortion/casestudiesb/casestudy1743.htm