Una scomoda verità

24 dicembre 2008
La legge 194 ha legalizzato l’aborto quando la gravidanza comporti «un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica». Come la 194 italiana, così anche in altre nazioni si è utilizzata la foglia di fico della “salute” della donna per legittimare luccisione di un figlio. Ma davvero l’aborto tutela la salute della donna? Ogniqualvolta uno studio mostra come non solo l’aborto non sia per nulla curativo ma sia anche dannoso, si cerca di metterlo a tacere. Questo è quanto è accaduto anche per lo studio di cui si parla qui di seguito, che oltretutto è stato eseguito da un medico pro-choice ateo che si aspettava tutt’altri risultati…


Uno studio effettuato in Nuova Zelanda, che ha tenuto in osservazione approssimativamente 500 donne dalla nascita a 25 anni d’età, ha confermato che le donne che abortiscono sperimentano in seguito elevate percentuali di comportamenti suicidi, depressione, abuso di sostanze, ansia ed altri problemi mentali.
Significativamente i ricercatori, guidati dal professor David M. Fergusson, direttore del Christchurch Health and Development Study, hanno scoperto che il tasso più alto di problemi mentali non poteva essere spiegato da altre differenze pre-gravidanza nella salute mentale, che era stata regolarmente controllata nel corso dello studio, durato 25 anni.

Le scoperte sorprendono i ricercatori pro-choice

Secondo Fergusson, i ricercatori avevano affrontato lo studio aspettandosi di essere in grado di confermare il punto di vista per cui eventuali problemi dopo l’aborto siano riconducibili a problemi di salute mentale esistenti prima dell’aborto. I dati hanno mostrato che le donne che rimanevano incinte prima dei 25 anni andavano incontro con maggiore probabilità a problemi famigliari e di adattamento, avevano maggiori probabilità di andarsene di casa in giovane età e avevano maggiori probabilità di iniziare una relazione di convivenza.
Comunque, tenendo conto di questi ed altri fattori, la ricerca ha mostrato che le donne che avevano abortito avevano probabilità significativamente più alte di sperimentare problemi di salute mentale. Così, i dati contraddicevano l’ipotesi che le differenze potessero essere spiegate da precedenti malattie mentali o altri fattori “predisponenti”.
“Sappiamo come erano le persone prima che fossero incinte” – ha detto Fergusson a The New Zealand Herald. Abbiamo tenuto conto del loro background sociale, di istruzione, etnia, salute mentale precedente, esposizione alla violenza sessuale, e tutta una serie di fattori.
I dati conducevano persistentemente alla conclusione politicamente sgradita che l’aborto può da solo essere la causa di successivi problemi di salute mentale. Così Fergusson presentò i suoi risultati al Comitato di Supervisione dell’Aborto della Nuova Zelanda, che ha il compito di assicurare che gli aborti in quel paese vengano eseguiti in accordo con tutti i requisiti legali. Secondo il New Zealand Herald, il comitato disse a Fergusson che sarebbe stato “indesiderabile pubblicare i risultati nel loro stato ‘non chiarito’”.
Nonostante la propria posizione politica pro-choice, Fergusson rispose al comitato con una lettera affermando che sarebbe stato “scientificamente irresponsabile” sopprimere le scoperte solo perché toccavano un argomento politico esplosivo.
In un intervista ad una radio australiana riguardo alle scoperte, Fergusson ha affermato: “Rimango pro-choice. Non sono religioso. Sono ateo e razionalista. Le scoperte mi hanno sorpreso, ma i risultati appaiono molto solidi perché persistono lungo duna serie di disturbi e di età… L’aborto è un evento traumatico della vita, cioè implica perdita, implica lutto, implica difficoltà. Ed il trauma può, di fatto, predisporre le persone a sviluppare una malattia mentale”.

Le riviste rifiutano i risultati politicamente scorretti

Il gruppo di ricerca del Christchurch Health and Development Study è abituato a vedere accettati i propri studi sulla salute e sullo sviluppo umano dalle più importanti riviste mediche alla prima presentazione. Dopo tutto, la raccolta di dati dalla nascita all’età adulta di 1’265 bambini nati a Christchurch rappresenta, fra gli studi protratti nel tempo, uno dei più duraturi e di maggior valore. Ma questo studio era il primo, tra quelli compiuti dall’esperto gruppo di ricerca, che toccava il dibattuto tema dell’aborto.
Fergusson disse che il gruppo “andò da quattro riviste, cosa molto insolita per noi – normalmente veniamo accettati la prima volta”. Alla fine, il quarto giornale accettò di pubblicare lo studio.
Sebbene mantenga tuttora una visione pro-choice, Fergusson crede che le donne e i medici non dovrebbero accettare ciecamente la pretesa infondata che l’aborto è in genere senza danni o benefico per le donne. Sembra particolarmente seccato dalle false assicurazioni sulla sicurezza dell’aborto date dall’American Psychological Association (APA) (vedi questo post)
Nel 2005 l’APA asserì che “studi ben congegnati” avevano scoperto che “il rischio di danno psicologico è basso”. Nella discussione dei loro risultati, Fergusson e la sua squadra evidenziano che l’articolo sulla posizione dell’APA ignorava molti studi-chiave che provano il danno dell’aborto ed hanno osservato solo un saggio selezionato di studi che hanno gravi pecche metodologiche.
Fergusson ha detto ai giornalisti che “rasenta lo scandalo il fatto che una procedura chirurgica che viene effettuata su più di una donna su dieci sia stata così poco indagata e valutata, considerando i dibattiti sulle conseguenze psicologiche dell’aborto”.
In seguito alle lamentele di Fergusson sulla natura selettiva e fuorviante della dichiarazione fatta dall’APA nel 2005, l’APA ha rimosso la pagina dal proprio sito internet. La dichiarazione può tuttavia essere ancora reperita attraverso un archivio web.

Lo studio può avere una profonda influenza su medicina, legge e politica

La reazione alla pubblicazione dello studio di Christchurch sta surriscaldando il dibattito politico negli Stati Uniti. Lo studio è entrato nell’ambito ufficiale alle udienze di conferma del Senato per il giudice della Corte Suprema Samuel Alito. Anche un sottocomitato del Congresso USA presieduto dall’onorevole Mark Souder (repubblicano dell’Indiana) ha chiesto al National Institute of Health [NIH, Istituto Nazionale di Sanità] di rendicontare quali sforzi il NIH sta effettuando per confermare o respingere le scoperte di Fergusson.
L’impatto dello studio in altri paesi potrebbe essere persino più profondo. Secondo il New Zealand Herald, lo studio di Christchurch potrebbe richiedere ai medici neozelandesi di certificare molti meno aborti. Circa il 98% degli aborti in Nuova Zelanda è effettuato sotto una disposizione nella legge che consente l’aborto solo quando “il proseguimento della gravidanza comporterebbe un serio pericolo (non essendo il pericolo normalmente concomitante alla nascita) alla vita, o alla salute fisica o mentale della donna o ragazza.”
I medici che eseguono aborti in Gran Bretagna affrontano un simile problema legale. Tuttavia, la richiesta di giustificare un aborto è anche più frequente nella legge britannica. Si suppone che i medici là eseguano aborti quando il rischio di danno fisico o psicologico derivanti dal proseguimento della gravidanza sono “maggiori di quelli che si avrebbero che se la gravidanza fosse interrotta”.
Secondo il ricercatore Dr. David Reardon, che ha pubblicato più di una dozzina di studi effettuando ricerche sull’impatto dell’aborto sulle donne, lo studio di Fergusson rinforza un crescente insieme di letteratura che mostra che i medici in Nuova Zelanda, Gran Bretagna e altrove affrontano obblighi legali ed etici per scoraggiare o rifiutare aborti controindicati.
“Lo studio di Fergusson sottolinea il fatto che la medicina fondata sui fatti non sostiene la congettura che l’aborto protegga le donne da un ‘serio pericolo’ per la loro salute mentale” – ha detto Reardon – “invece, i migliori studi indicano che più probabilmente l’aborto aumenta il rischio di problemi di salute mentale. I medici che ignorano questo studio potrebbero non essere più “in grado di sostenere di agire in buona fede e potrebbero quindi essere in contrasto con la legge”.
“Studi basati su cartelle cliniche, effettuati in Finlandia e negli Stati Uniti hanno provato in modo conclusivo che il rischio per le donne di morire nell’anno che segue l’aborto è significativamente maggiore del rischio di morte se la gravidanza viene fatta continuare” – ha detto Reardon, che dirige l’Elliot Institute, un’organizzazione di ricerca con centro a Springfield nell’Illinois – “quindi l’ipotesi che i rischi fisici della nascita superino i rischi associati all’aborto non è più sostenibile. Ciò significa che la maggior parte di enti che effettuano aborti hanno dovuto considerare i vantaggi per la salute mentale per giustificare l’aborto rispetto alla nascita”.
Ma Reardon ora crede che l’alternativa per consigliare l’aborto non superi più nemmeno il vaglio scientifico.
“Questo studio della Nuova Zelanda, con i suoi controlli senza eguali per possibili spiegazioni alternative, conferma le scoperte di diversi studi recenti che mettono in collegamento l’aborto con maggiori percentuali di ricovero psichiatrico, depressione, disturbo da ansia generalizzata, abuso di sostanze, tendenze suicide, scarso legame e scarsa educazione di figli successivi e disturbi del sonno” – ha detto – “Questo dovrebbe inevitabilmente portare ad un cambiamento nello standard di cura offerto alle donne con gravidanze difficili”.

Alcune donne potrebbero essere a forte rischio

Reardon, studioso di bioetica, è un difensore della “medicina basata sulle prove” – un movimento nel tirocinio medico che incoraggia il mettere in discussione le “pratiche accettate, di routine” che non si sono rivelate utili nei test scientifici. Se si usano gli standard applicati nella medicina basata sui dati – dice Reardon – si può solo concludere che ci sono poche prove che sostengano il punto di vista per cui l’aborto è in genere benefico per la donna. Invece, sembra molto più probabile il contrario.
“È vero che la pratica della medicina è sia un’arte che una scienza,” – ha detto Reardon – “ma, considerando la ricerca attuale, i medici che effettuano l’aborto nella speranza che produca più bene che male per una donna possono giustificare le loro decisioni con riferimento all’arte della medicina, non alla scienza”.
Secondo Reardon, i migliori dati medici disponibili mostrano che è più facile per una donna adattarsi alla nascita di un figlio inatteso che adattarsi allo sconvolgimento emotivo causato da un aborto.
“Siamo esseri sociali, quindi per le persone è più facile adattarsi ad avere una nuova relazione nella propria vita che adattarsi alla perdita di una relazione;” – ha detto – “nel contesto dell’aborto, adattarsi alla perdita è difficile, specialmente se ci sono sentimenti irrisolti di attaccamento, lutto o colpa”.
Considerando fattori di rischio noti, le donne che sono a maggior rischio di gravi reazioni all’aborto potrebbero essere facilmente identificate, secondo Reardon. Se ciò fosse fatto, alcune donne che sono a maggior rischio di reazioni negative potrebbero optare per la nascita invece dell’aborto.
In un recente articolo pubblicato nel Journal of Contemporary Health Law and Policy, Reardon ha identificato approssimativamente 35 studi che hanno identificato fattori di rischio statisticamente identificati che predicono in modo molto affidabile quali donne hanno maggiori probabilità di riportare reazioni negative.
“I fattori di rischio per il disadattamento furono identificati per la prima volta in uno studio del 1973 pubblicato da Planned Parenthood,” – ha detto Reardon – “da allora, molti altri ricercatori hanno fatto compiere ulteriori progressi alla conoscenza dei fattori di rischio che dovrebbero essere considerati per vagliare le donne a maggior rischio. Questi ricercatori hanno sempre raccomandato che i fattori di rischio dovrebbero essere presi in considerazione dai medici per identificare le donne che beneficerebbero di ulteriore assistenza psicologica, sia perché possano evitare aborti controindicati sia perché possano ricevere migliori cure dopo l’intervento per aiutarle ad affrontare le reazioni negative”.
Sentirsi sotto pressione da parte di altri per acconsentire all’aborto, avere convincimenti morali per cui l’aborto è sbagliato o avere già sviluppato un forte attaccamento materno al bambino sono tre fra i più comuni fattori di rischio, dice Reardon.
Anche se fare screening è una cosa sensata, Reardon dice che in pratica lo screening per i fattori di rischio è raro per due motivi.
“Primo, nella legge ci sono aberrazioni che proteggono gli enti che effettuano aborti da ogni responsabilità per le complicazioni emotive successive all’aborto;” – ha detto – “questa falla nella legge significa che le cliniche per aborti possono risparmiare tempo e denaro fornendo un’assistenza psicologica ‘buona per tutti’ invece di uno screening individualizzato”.
“Il secondo ostacolo nella strada dello screening è ideologico. Molti enti che effettuano aborti insistono sul fatto che non è compito loro capire se un aborto porterà a ferire più probabilmente che aiutare una certa donna. Concepiscono il proprio ruolo come quello di assicurare che ogni donna che vuole abortire possa farlo”.
“Questa mentalità da ‘il compratore stia in guardia’ [caveat emptor] non è coerente con l’etica medica,” – ha detto Reardon – “in realtà l’etica che governa la maggior parte dei servizi degli enti che effettuano aborti non è in alcun modo diversa da quella degli abortisti: ‘Se hai il denaro eseguiamo l’aborto’. Le donne si meritano di meglio. Si meritano di avere medici che agiscano come medici. Questo significa medici che diano un buon consiglio medico basato sui migliori dati disponibili, applicati al profilo individuale di rischio di ogni paziente”.
Fergusson crede anche che le stesse regole che vengono applicate ad altri trattamenti medici dovrebbero essere applicate all’aborto. “Se parlassimo di un antibiotico o di un rischio d’asma e qualcuno riportasse reazioni avverse, la gente solleciterebbe ulteriori ricerche per valutare il rischio,” ha detto al New Zealand Herald – “non vedo nessun buon motivo per cui le stesse regole non debbano essere applicate all’aborto”.

Riferimenti bibliografici:

David M. Fergusson, L. John Horwood, and Elizabeth M. Ridder, “Abortion in young women and subsequent mental health” Journal of Child Psychology and Psychiatry 47(1): 16-24, 2006.

Tom Iggulden, “Abortion increases mental health risk: studyAM transcript.

Nick Grimm “Higher risk of mental health problems after abortion: report”, Australian Broadcasting Corporation, 03/01/2006

Ruth Hill, “Abortion Researcher Confounded by Study”, New Zealand Herald 1/5/06

Documento – poi ritirato – dell’APA sull’impatto dell’aborto sulle donne (web.archive.org)

Reardon DC. “The Duty to Screen: Clinical, Legal and Ethical Implications of Predictive Risk Factors of Post-Abortion MaladjustmentThe Journal of Contemporary Health Law & Policy. 2003 Winter;20(1):33-114.

Per altre informazioni visitate il sito web dell’Elliot Institute: www.afterabortion.org

http://www.afterabortion.org/news/Fergusson.htm
Breve sommario dello studio di Fergusson (inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sul British Journal of Psychiatry (PDF, inglese)
Studio di Fergusson pubblicato sullo Psychiatric Bulletin (PDF, inglese)

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Lancet sfida l’APA sul bisogno di psicoterapie dopo l’aborto

8 settembre 2008

LONDRA, 2 settembre 2008 (LifeSiteNews.com) – The Lancet, una delle più accreditate riviste mediche, ha pubblicato un rapporto che si oppone alla negazione del trauma psicologico collegato all’aborto, e ritiene che l’assistenza psicologica post-aborto sia parte importante della cura del paziente, secondo quanto riporta BioEdge.org.
Lancet afferma che “Il fatto che alcune donne sperimentino problemi psicologici dopo un aborto non dovrebbe essere banalizzato… Alle donne che scelgono di abortire occorre fornire un pacchetto accurato di cure successive, che include assistenza psicologica quando necessario.”
L’articolo del 23 agosto è stato pubblicato in risposta ad un recente rapporto dell’Associazione Psicologica Americana (APA) che affermava che non ci sono legami significativi tra aborto ed un successivo trauma psicologico. Il rapporto di 90 pagine affermava che l’aborto al primo trimestre di un bambino “indesiderato” aveva le stesse probabilità di causare danni psicologici quanto portare la gravidanza a termine (vedi LifeSiteNews.com).
Le critiche all’APA, che risaputamente e da lungo tempo difende l’aborto come diritto civile, hanno evidenziato che la maggior parte dei membri del comitato dietro al rapporto erano pubblicamente pro-aborto (vedi LifeSiteNews.com).
La ricerca pubblicata dall’Elliot Institute sostiene la richiesta di Lancet di cure post-abortive mettendo in evidenza che le donne sperimentano frequentemente diversi problemi psicologici dopo l’aborto, compresi disturbo da stress post-traumatico, disfunzioni sessuali, pensieri suicidi, abuso di alcool e droghe e disturbi alimentari.
Per altre informazioni visitate il sito web dell’Elliot Institute: www.afterabortion.org


Kathleen Gilbert

Articolo originale di The Lancet (occorre registrarsi)
http://www.lifesitenews.com/ldn/2008/sep/08090206.html


In quello studio morì una parte di me

30 luglio 2008
Alla giovane età di 15 anni mi ritrovai incinta e spaventata. Ero completamente sola, almeno nei miei pensieri: il mio ragazzo ed io avevamo rotto e non potevo dirlo ai miei genitori. Mia madre mi portò all’ospedale perché ero stata male per un po’ di tempo. Quel giorno presero la decisione di “aiutarmi” e fare ciò era “meglio” per tutti. La decisione avrebbe cambiato le nostre vite per sempre, ma non per il meglio.
Mio padre chiese in prestito il denaro e mia madre mi portò alla clinica per aborti. L’edificio non aveva insegne per far capire alla gente che tipo di attività ospitasse. Quando vi entrai, sembrava lo studio di un medico, ma l’atmosfera era molto più fredda. Chiesero il denaro a mia madre. La cifra di soli 250 dollari era tutto ciò che valeva per loro la vita di mio figlio.
Mentre venivo presa per la procedura, non ero ancora del tutto sicura su ciò che fosse davvero l’aborto. Nessuno si preoccupava, nessuno mi chiese mai se questo era ciò che volevo o se avevo delle domande. Ero sdraiata sul tavolo quando il medico abortista entrò. Accese la macchina per succhiare letteralmente la vita dal mio corpo. Dopo un attimo il medico cominciò ad imprecare e a chiedere perché avessi mentito. Non poteva effettuare la procedura perché ero troppo avanti. Non avevo mentito, nessuno mi aveva chiesto niente. Disse a mia madre che ero almeno di sei mesi. La clinica per aborti ci indirizzò ad un’altra clinica che effettuava aborti tardivi. Non ci fu alcun rimborso perché dissero che non erano stati ben informati – ironia della sorte – così bisognava pagare l’aborto una seconda volta.
Due giorni dopo arrivammo ad ancora un’altra clinica per aborti in un’altra città. Questa volta era lo studio di un medico. Andammo il primo giorno per la medicazione. Poi il secondo giorno quando entrai mi mandarono nel retro e mi misero in un altro tavolo. Udii accendersi la macchina aspiratrice e gridavo perché il dolore era molto intenso. Mentre l’infermiera mi spingeva il cuscino sulla faccia mi disse: “Stai tranquilla, la gente potrebbe pensare che qui stiamo uccidendo qualcuno”. Che cosa diceva? Lui stava uccidendo qualcuno, il mio figlio non ancora nato.
Nessuno mi aveva detto che sarebbe morta una parte di me in quello studio, non solamente il mio bambino. Cominciai a bere ed a far uso di droga. Tutto quello che potevo fare per attenuare il dolore nel mio cuore. Tentai il suicidio e ho lottato con la depressione.
A 21 anni, divorziata e madre di due bambini piccoli, mi trovai sola ed ancora incinta. Non avevo nessun aiuto dal loro padre e a malapena sopravvivevo economicamente. Entro un’ora da quando avevo scoperto di essere incinta, ero tornata nella stessa clinica per aborti in cui ero stata sei anni prima. Non era cambiato niente. Dava ancora le stesse fredde sensazioni mentre entravi. Diedi il mio denaro, compilai la scheda, e fui accompagnata nel retro. Mentre ero sdraiata sul tavolo il medico abortista entrò e non disse mai una parola. Né mi guardò mai. Solo si sedette, accese la macchina aspiratrice e cominciò il suo compito raccapricciante. Mentre piangevo senza controllo, l’infermiera mi accompagnò ad un stanza piena di ragazze, sedute su poltrone reclinabili, che si stavano “riprendendo”. In quel preciso istante giurai a me stessa che non sarei MAI più entrata in quell’edificio.
Andai a casa e chiamai il mio capo per dirgli che avrei tardato un po’ al lavoro. Feci la doccia poi andai al lavoro. Quel giorno cominciai a mentire a tutti; a dir loro che stavo “bene” mentre morivo dentro. Non avrei parlato della mia decisione a nessuno per anni. Nascondevo la mia vergogna ed il mio senso di colpa a tutti. Tante volte avrei voluto che qualcuno mi avesse detto che la peggior decisione che avrei mai preso nella vita avrebbe avuto conseguenze così a lungo termine sulla mia vita. Nessuno alla clinica per aborti mi parlò del dolore emotivo e psicologico che avrei sofferto da sola per anni.
Rimpiangerò per sempre di aver posto fine alle vite dei miei figli. Il loro ricordo sarà sempre nel mio cuore. Non posso cambiare questo fatto, ma posso informare altre donne degli orribili postumi dell’aborto.
Gesù è l’unica sorgente di pace che ho per le decisioni che ho preso. Egli mi ha perdonata e guarita dall’autodistruzione. Mi ha di nuovo resa integra. Ora voglio che tutti sappiano che l’aborto ferisce le donne ed ha ferito me. Non si ferma alle sole donne che abortiscono, ma colpisce tutta la gente di cui si prende cura e quelli che si prendono cura di lei.

Yolanda Austin è la direttrice di Operation Outcry per l’Alabama. Yolanda è assistente e dirige il servizio post-abortivo in un centro di aiuto alla gravidanza. Parla nelle chiese ed ai gruppi giovanili per far conoscere gli effetti che ha l’aborto sulle vite della gente. È felicemente sposata con tre figli viventi ed un meraviglioso nipotino.

http://64304.netministry.com/images/YolandaAustin-Sep2007.pdf


Non potevamo mai usare la parola “bambini”

26 luglio 2008
Anche oggi la testimonianza di un’infermiera che prestava assistenza agli aborti.
Alcune parti di quanto segue potrebbero darvi molto fastidio, leggete solo se vi sentite preparati.

Salve a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che c’è una sola cosa sbagliata nell’aborto: è un omicidio.
Nel 1982 cominciai a lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia nell’area di Livonia (Michigan). Amavo molto i bambini e i neonati, e mi sembrava che il modo migliore per stare con loro fosse lavorare in uno studio di ostetricia/ginecologia. Era veramente entusiasmante vedere la crescita dei bambini da quando vengono concepiti fino al parto. In seguito vedevo i bambini quando li riportavano nello studio. Era veramente entusiasmante. Di fatto, frequentavo la Fiera del Michigan e c’era una bancarella Pro-Life e avevo comprato i miei piedini [una spilla a forma di piedini, grandi come quelli di un bambino a 10 settimane dal concepimento ndT], non comprendendo in che cosa mi stavo mettendo io stessa allora. Mostravo i piedini a tutte le donne, e non mi è mai passato per la testa che quei piedini rappresentavano i bambini morti che venivano abortiti.
Avevamo parecchie donne che passavano per le cliniche che venivano indirizzate ad abortire. Tre dei dottori con cui lavoravo in quella clinica avevano un’attività in proprio e loro avevano quattro studi in tutta l’area. Lì venivano indirizzate le donne.
Dopo un po’, volli andar via dalla clinica semplicemente perché non mi pagavano abbastanza. Un medico mi offrì un incarico in un suo studio privato a Livonia, così accettai l’incarico. Mi spiegò che effettuavano aborti ma, ancora, non ci pensai molto. Allora ero pro-choice, o pro-aborto come direi oggi, e non pensavo molto a ciò che è l’aborto. Pensavo all’aborto come qualcosa che elimina un problema, non che uccide un bambino.
Le donne che venivano allo studio venivano perlopiù per abortire. Noi soli ne effettuavamo quattro al giorno, non era come in una tipica clinica per aborti, ma ne facevamo più della nostra quota. Le donne facevano gli esami di routine del sangue e della pressione, e confermavamo la gravidanza con un test delle urine. Non ebbi esperienza di nessuna donna che abortiva che non fosse incinta, sebbene questo sarebbe potuto capitare. Non ne ero semplicemente consapevole.
Le ragioni che le donne adducevano per abortire erano completamente irreali. Ora lo capisco; ma allora il lavaggio del cervello mi aiutava a capire perché dovessero abortire. Ci avevano detto che come assistenti medici eravamo lì per aiutare le donne, qualunque fossero le ragioni. Molte donne non potevano permettersi finanziariamente di avere bambini, così usavamo esempi, come il prezzo delle scarpine, dei vestitini, quanto costa tirare su un figlio. Se non avevano finito gli studi, l’ostacolo che avrebbe avuto sugli studi, come avrebbero trovato un baby-sitter: chi si sarebbe preso cura di quel bambino per loro? Trovavamo le loro debolezze e lavoravamo su di esse.
Dopo le domande di base, veniva detto loro brevemente che cosa sarebbe accaduto loro dopo la procedura. Tutto ciò che veniva detto loro sulla procedura era che avrebbero avuto dei lievi crampi simili ai crampi mestruali, e tutto finiva lì. Non si parlava loro dello sviluppo del bambino. Non si parlava loro del dolore che il bambino avrebbe provato o degli effetti fisici o degli effetti emotivi che avrebbe avuto su di loro. Non avevano idea di chi le avrebbe aiutate quando sarebbero andate in pezzi in seguito. Venivano portate nella stanza e, come ho detto, non veniva offerta nessuna assistenza psicologica. Queste donne fondamentalmente non avevano idea in che cosa si stavano mettendo dentro. Veniva detto loro solo di sdraiarsi sul tavolo; erano svestite.
Alcune donne ne erano un po’ preoccupate. Ci avevano detto che nel parlare a loro non potevamo mai usare la parola “bambini”. Era sempre del tessuto, tessuto o cellule o grumi di cellule o prodotti del concepimento. Poi cominciavamo la procedura.
C’erano tre procedure fondamentalmente che usavamo, e andrò un po’ più nel dettaglio al riguardo.
Metodo di suzione
La prima è la procedura utilizzata più comunemente, ovvero il raschiamento per aspirazione. Da alcune ricerche che sono state fatte, è stato spiegato che la suzione di queste macchine è 49 volte più forte di quella del vostro aspirapolvere. Comprendo che molti di voi hanno familiarità con molte delle procedure che effettuiamo, ed alcuni forse non lo sono. Ma per quelli che lo sono, vi prego di sopportarmi e pensare soltanto a quello che sto dicendo. Io l’ho visto, e sono qui per riaffermare ciò che avete udito, perché tutto quello che ne leggete è la verità. Niente di tutto questo è una bugia. Non stiamo facendo alcuna esagerazione.
Il raschiamento ad aspirazione normalmente viene eseguito tra 6 e 8 settimane di gravidanza. Lo strumento è inserito nell’utero della donna ed il bambino viene risucchiato fuori dall’utero. Lei prova dolore ed il bambino viene spinto nel barattolo. Lo tiravamo fuori dalla piccola sacca e lo mettevamo nella bacinella. Il medico veniva ad esaminarlo. Se gli sembrava che fosse abbastanza tessuto, prendevamo il bambino, lo mettevamo in un barattolo e lo mandavamo al laboratorio se la madre aveva l’assicurazione. Se non aveva l’assicurazione, il bambino veniva semplicemente gettato via per lo smaltimento rifiuti.
Metodo di smembramento (D&E)
La seconda procedura comune a cui ho assistito è la D&E, cioè dilatazione (dilation) e svuotamento (evacuation). Questa è eseguita normalmente tra le 9 e 16 settimane di gravidanza. Ho notato molte volte che si parla di laminaria nella descrizione. Ma, nella mia esperienza, non usavamo sempre la laminaria. L’usavamo a volte. La laminaria veniva inserita il giorno prima, ed il giorno dopo le donne ritornavano per subire la procedura. Tuttavia, su quelle che non avevano la laminaria, usavamo strumenti che sono come lunghe aste di metallo e ogni estremità è un po’ più larga dell’ultima che era stata inserita nella cervice per aiutare a dilatarla. Naturalmente, durante la procedura, la donna sente parecchio dolore. Le viene fatta un’endovena di Valium o di Sublimaze per aiutarla a rilassarsi, ma lei è sveglia durante tutta la procedura.
La procedura comincia con l’aspirazione del fluido, poi il medico usa il forcipe per entrare e fare a pezzi gli arti del bambino. Avvenne un incidente in cui venne fuori un pezzo bianco e chiesi più tardi al medico che cos’era, ed era il cranio del bambino. Le donne sentono dolore. Non è che soltanto dopo la procedura che comprendono che cosa capita al loro bambino o a loro stesse. Il novanta percento di queste donne cominciano a piangere dopo, e non per il dolore
Iniezione salina
Il terzo tipo di aborto è quello salino, che viene effettuato dopo 16 settimane di gravidanza. Questo deve essere fatto in ospedale per via delle complicazioni che possono insorgere: non che non possano insorgere le altre volte, ma di più in questo metodo. Il liquido salino è iniettato nel grembo della donna, ed il bambino la inghiottisce. È una soluzione di sale. Il bambino comincia a morire di una morte lenta, violenta. La madre sente ogni cosa. Molte volte è a questo punto che capisce, o è davanti alla realtà, che ha in realtà un bambino vivo dentro di lei, perché il bambino comincia a lottare violentemente per la sua vita. Corre e lotta dentro perché sta bruciando. Potete immaginare il dolore? Versatevi un po’ di acido sul dito e capirete quanto dolore deve provare quel bambino, solo che lui ce l’ha in tutto il corpo. Questa non è una piccola percentuale degli aborti. Avviene molto frequentemente.
Alle donne non venivano mai date alternative all’aborto. Si assumeva automaticamente che loro sapevano ciò che volevano. Non si parlava mai loro delle agenzie per l’adozione. Non si parlava mai della gente là fuori che era desiderosa di aiutarle a dar loro case in cui vivere, di prendersi cura di loro e persino dare loro sostegno finanziario. Gli eufemismi che sono usati – ammasso di cellule, prodotti del concepimento, o solo semplice tessuto – sono tutte bugie.
Io ci sono stata, e ho visto questi bambini completamente formati già a 10 settimane, lunghi cinque centimetri e senza un braccio o con la testa staccata. Queste sono cose con cui dovrò vivere ora. So che il Signore mi ha perdonata, ma non potrò mai cancellare queste cose dalla mia mente. Il suono di quelle ossa che si rompono, la vista di quei bambini. Mi sembra che più vado avanti a lavorare con la gente pro-life, più mi colpisce. Capisco la realtà di un bambino dentro di te, un bambino completo che sta crescendo.
Tra 18 e 24 giorni il cuore del bambino comincia a battere. Prima ancora che la donna sappia di essere incinta, il cuore di questo bimbo sta battendo. A sei settimane si possono rilevare le onde cerebrali. I suoi braccini e i le sue gambine si muovono intorno. Ad 8 settimane ha già un palmo ed impronte digitali. Il suo sistema nervoso è sviluppato ad 8 settimane. Questo è quando tutti gli aborti vengono effettuati. Ditemi che questo bambino non sente nulla: io vi dirò diversamente.
A 10 settimane si possono contare tutte le dita, ogni dito dei piedi ed anche le piccole costole. Ho visto le piccole gabbie toraciche, ed è così chiaro. A 12 settimane ha tutti gli organi e stanno tutti funzionando. Può dormire; ha l’udito; ha il gusto. Stiamo aspettando che cresca. È esattamente come siete voi ora, solo minuscolo.
Una delle famose frasi che la moglie del medico era solita usare dopo la procedura, quando andava dalle donne che piangevano e dava loro delle pacche sulle spalle era: “È tutto a posto, cara, tutti facciamo errori, ecco perché le matite hanno le gomme.” Come fai a cancellare quel pensiero dalla mente? Dove sarà lei quando quella donna è a rischio di suicidio perché capisce di aver ucciso suo figlio e niente glielo porterà indietro? Dove sarà allora? Lei sarà altrove, a contare il suo denaro ed a comprare auto nuove, o qualcos’altro. A lei non importa.
Mentre ero a Nuremberg (Pennsylvania), mi sono imbattuta in una storia interessante, che ripeto sempre quando parlo, sul piccolo Josh. Sua madre aveva divorziato ed aveva avuto una storia poco dopo. Rimase incinta e fu costretta ad abortire. In seguito, continuò a sentire dolore, così andò dal medico. Non aveva avuto altre storie dopo quella. Così sapeva di non poter essere ancora incinta perché aveva abortito e non aveva avuto altre relazioni. Quel medico le disse che ciò che era successo era a causa dell’aborto, aveva sviluppato un tumore e che avrebbero dovuto farle una isterectomia. Era sul tavolo, pronta per l’operazione quando il medico fece un altro esame e scoprì che non era un tumore. Di fatto lei era ancora incinta. Proseguì la gravidanza ed il piccolo Josh fu di per sé un miracolo. Al programma aveva una felpa con scritto: “Sono sopravvissuto all’olocausto dell’aborto”. Purtroppo, a causa della procedura, aveva una cicatrice da un lato del capo ed era leggermente limitato nell’udito e nella vista. Quello che pensano sia successo è che avrebbe potuto avere un gemello che fu, in realtà, abortito.
Ci sono diversi punti con cui controbattevo, quando lavoravo alle cliniche, alla gente pro-life, come lo stupro. Che dire a proposito di un caso di stupro, quando una ragazza viene sequestrata e, contro il suo volere, concepisce un bambino? Innanzitutto, il dato di fatto è che solo l’1% di tutti i casi di stupro finiscono con una gravidanza. Se sapete qualcosa di genetica o dello sviluppo di queste cose, saprete che quando il corpo di una donna subisce un’esperienza traumatica, come uno stupro, il corpo ovulerà o rilascerà un ovulo molto raramente. Perciò, la gravidanza avviene molto raramente. Ma è questa percentuale molto piccola che la gente pro-aborto ama usare come parte delle proprie tesi. Non credo proprio che l’1% sia abbastanza per giustificare l’uccisione di tutti quei bambini innocenti. Il bambino non ha niente a che fare con lo stupro. È una vittima innocente. Se ti senti così contraria alla gravidanza, c’è gente pronta ad aiutarti. Puoi sempre dare il tuo bambino in adozione e dare una buona casa al bambino.
L’altro argomento famoso sono gli abusi sull’infanzia. Sapevate che la maggioranza dei casi di abusi su bambini riguardano tutti gravidanze volute? Cercate di usare questo dato a vostro favore la prossima volta che qualcuno parla di abusi sull’infanzia. L’aborto è l’estremo abuso sull’infanzia.
Avevamo un gruppo piuttosto interessante di persone fuori dalla nostra clinica: quelli che facevano picchettaggio. Erano là fuori ogni giorno con le loro insegne, a camminare avanti e indietro, e ci apparivano veramente ridicoli. Ci avevano detto di ignorarli perché erano sciocchi, non sapevano che cosa stavano facendo. Non capivano le giustificazioni di queste donne e, naturalmente, io ci credevo. Così quando andavo alla macchina, ogni giorno che erano lì, guardavo in basso, non li guardavo per niente. Temevo quello che avrebbero potuto dirmi. Ma scoprii che erano tutte persone veramente amorevoli. Una in particolare è Lynn Mills. Lei è la direttrice di Pro-Life Action League del Michigan. Da allora siamo divenute grandi amiche.
Un giorno decidemmo d’incontrarci in un ristorante del posto con una delle mie colleghe, e lei aveva portato con sé una delle sue amiche. Dibattemmo tutte quelle questioni che pensavo facessero sì fosse una cosa giusta abortire. Lynn aveva una ragione od una risposta per ogni domanda che le facevo. Tornai. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine centrò il segno. E più di questo, penso che ci fosse il Signore che lavorava su di me allora. Penso davvero che mi ha dato la forza di sopportare tutto quello che vidi in quella clinica. Stetti lì solo per sei mesi, ma penso che c’era una ragione per questo, perché ora posso andar fuori e raccontare a tutti ciò che ho visto.
Sapevate che nel 1973 l’aborto ha ucciso quasi due milioni di bambini? Ci sono stati più bambini uccisi dall’aborto di tutta la gente uccisa in tutte le nostre guerre.
Ci sono alcune esperienze di cui voglio parlare prima che me ne dimentichi. Ci fu l’incidente di un bambino che era circa di 16 settimane. Una delle ragazze mi aveva chiamato nel laboratorio mentre stava ripulendo, e all’estremità della cannula, cioè lo strumento all’estremità del tubo, c’era il piedino di un bambino. Era lungo circa un centimetro. Questo piede era perfettamente formato. Non potevo crederci. Fui così sorpresa dal vederlo. Era tutto nero e blu. Quando lasci cadere qualcosa sul tuo piede ed il tuo piede rimane livido, generalmente è a causa del dolore. Il corpo del bambino era stato completamente fatto a pezzi dall’aborto.
In un altro incidente, il tubo si separò con uno scoppio dalla macchina e il sangue ci schizzò tutto addosso. La povera donna era sdraiata e piangeva. Era troppo tardi per ognuno di noi per fare qualsiasi cosa. Il bambino era morto.
Mi hanno detto che uno dei problemi dei pro-life è che parliamo troppo dei bambini che vengono fatti a pezzi [questo non sembra essere un “problema” italiano, ndT]. Mostriamo queste terribili immagini, indugiamo troppo su di esse. Cosa dovremmo fare? Questa è la realtà dell’aborto. Dovremmo dire: Oh, non andare ad abortire, il tuo feto o tessuto, diverrà deceduto? Non ha senso. Tu dici loro la verità, i fatti. Sì, i bambini appaiono così dopo l’aborto. E sì, fa male al tuo bambino e, più di tutto, colpisce le donne.
Ci fu l’incidente di una ragazza quattordicenne la scorsa primavera, era incinta. Sua madre la costrinse ad abortire. Il medico fece un pasticcio e adesso lei è sterile. Quella madre cosa risponderà alla ragazza quando crescerà e capirà che non potrà mai avere un bambino?
Ci fu il caso di una signora che venne alla clinica, era sposata con uno straniero. Questo fu molto interessante perché ancora, ancora oggi, non capisco come esistesse questo matrimonio. Lui non parlava inglese e lei non parlava la sua lingua. Immagino che ci fosse una qualche comunicazione, ma non abbastanza. Lei gli disse che voleva fare un bambino. Lui non sapeva che cosa stava facendo ed alla fine lei rimase incinta. Quando lei gli disse che aspettavano un bambino, lui si arrabbiò. Non voleva un bambino. Non sapeva che era questo ciò che stava facendo. Allora, lei venne ed abortì. Così, senza ragione. Non voleva un bambino adesso. Tutto qui.
Venne un’altra donna alla clinica per il suo nono aborto. Aveva circa 40 anni. Nove! Non c’è giustificazione per questo. Proprio non lo capisco. Rimango a volte sbigottita a ripensarci [meglio non parlarle del caso della donna italiana che ha abortito 40 volte ndT].
Vorrei sollevare un punto interessante riguardo al picchettaggio presso le case dei medici che è anche davvero imbarazzante per me. La prima esperienza di picchettaggio che ho mai fatto fu quando Lynn mi trascinò alla casa del mio medico. Per tutta la strada ero in lacrime. Me ne stavo con le mani in mano: Ti prego Signore, fammi andare via, fa’ che passi, fa’ che non sia a casa. Non voglio proprio vedere questo tipo. Ed eccoci lì, facendo picchettaggio. La gente stava venendo a parlare con noi. Improvvisamente uscì un vicino e disse che non viveva più lì, si era trasferito in California. Tutto quanto per nulla!
I nostri medici erano soliti lavorare anche nel campo degli uteri in affitto, cosa che sta diventando molto diffusa per i pazienti sterili. Non potevo capire come poteva andare in una stanza ed uccidere un bambino, e poi andare nella stanza vicina e sforzarsi al massimo per cercare di fecondare un’altra donna per una coppia che non può avere bambini. Era ancora più strano perché una volta ogni tanto ricevevamo una lettera da, ad esempio, una coppia della California che non poteva avere bambini. Mandavano lettere a diversi studi, sperando di ottenere una risposta da una donna incinta che volesse dare il suo bambino in adozione a loro. Il medico non considerava per niente tutto questo. Gliene accennai. Dissi che questa coppia era così bella, una bella foto, una bella casa, e facevano dei bei soldi. Potevano offrire tutto a un bambino. Chiesi al medico: Perché non indirizziamo una delle nostre donne a loro? Mi disse che non potevamo farlo, le donne erano lì perché questo è ciò che vogliono e non dovevamo interferire con la loro decisione. Questa era risposta che ci veniva sempre data.
È apparso un articolo su un giornale di Livonia un po’ di tempo fa. La clinica per cui avevo lavorato era stata evidentemente venduta ad un altro medico, e aveva messo un annuncio sul giornale con un tagliando per uno sconto sugli aborti. Prendemmo il telefono e cominciammo proprio ad insistere. Dovemmo fare del nostro meglio. L’annuncio fu tolto la settimana dopo e non lo rimisero più.
Probabilmente la cosa più efficace che mi ha fatto cambiare idea fu un incubo che feci una notte, poco dopo avere incontrato Lynn. Feci questo sogno in cui ero nella stanza per gli esami con il medico, ed avevamo appena terminato un aborto. Accanto al tavolo c’era un altro piccolo tavolo ed avevamo un piccolo bambino circa altrettanto lungo. Non ho mai veramente fatto questa esperienza, ma questo bambino era nato. Era sdraiato al bordo del tavolo. La sua gambina stava penzolando fuori dal bordo ed il suo corpo era coperto con un panno di carta. La madre lo guardò e disse: “Devo stare sdraiata qui e guardare questo bambino?”. Il medico mi chiese di portare il bambino al laboratorio. Presi il bambino, era uno di quei sogni in qui c’è un salone senza fine, vai avanti, avanti, e non raggiungi mai la tua destinazione. Tutto quello che sentivo nella mano era questo bambino grande. Mi svegliai, piangevo ed ero sudata. Niente nella mia vita mi ha mai scosso di più. È stata l’esperienza più terribile che abbia mai fatto. Per la prima volta della mia vita compresi che ero implicata nell’uccisione di bambini innocenti. Non effettuavo l’aborto in sé, ma avrei ugualmente potuto farlo. Diedi quegli strumenti al medico. Ho ancora incubi, non così frequenti e non tanti, ma penso sia un promemoria per ricordarmi che devo andare avanti per quei bambini e, con l’amore ed il sostegno che ho dai miei nuovi amici pro-life, sono in grado di farlo.
Spero che qui nel nostro convegno ci siano degli infiltrati perché ciò che dico è vero. Voglio che ci pensiate. Quando andate a casa ed avete degli incubi su quei bambini morti, è perché li state uccidendo. Questo è quanto. L’aborto è un omicidio. Non c’è altro modo di girarla. Speriamo che chiamerete uno di noi e, vi garantisco, noi saremo a braccia aperte per salutarvi ed aiutarvi in questa terribile esperienza.

Questa testimonianza fu data da Deborah Henry originariamente ad un seminario/laboratorio “Meet the Abortion Providers” (ti presento gli abortisti) sponsorizzato dalla Pro-Life Action League di Chicago, diretta da Joe Scheidler. Priests for Life offrono il loro video “Inside the Abortion Industry” (dentro l’industria degli aborti), contenente brani delle testimonianze di diversi ex-abortisti.

http://www.priestsforlife.org/testimony/henry.htm


Vedevo il barattolo riempirsi del mio bambino fatto a pezzi

21 luglio 2008
Quel giorno seppi che avevo tolto la vita all’unico bambino che avrei mai portato in grembo. Avevo venticinque anni e stavo impazzendo quando seppi di essere incinta. Il padre del mio bambino era andato via, ed io ero sola e disperata. Non lo dissi a nessuno tranne alla mia migliore amica che mi portò in auto alla clinica per aborti di Planned Parenthood a Nashville nel 1984. Scelsi la via d’uscita più facile, così pensavo all’epoca.
Ricorderò quel giorno per il resto della mia vita. La stanza era fredda come lo staff. Non c’era empatia, assistenza, o attenzione medica personale.
Mi sentivo come un pezzo di carne in una catena di montaggio mentre le ragazze venivano trasferite dentro e fuori dalla stanza. Non mi fecero nessuna anestesia, né medicazione, né mi diedero una mano da tenere.
Seppi di avere fatto un errore non appena udii il rumore di aspirazione della macchina, ma era troppo tardi per cambiare idea.
Ricordo di aver guardato il barattolo e di averlo visto riempirsi di pelle, sangue e tessuto del mio bambino. Dissi all’infermiera che stavo per rimettere e lei mi disse: “Basta che stai tranquilla”. Non sono mai stata più la stessa.
Alcuni giorni dopo, mentre ero al lavoro, cominciai ad avere crampi, sanguinamenti e febbre, tutto dovuto all’aborto incompleto. Dovetti lasciare il lavoro immediatamente per cercare assistenza medica.
Erano rimaste parti del bambino dentro di me, provocando una grave infezione, e un raschiamento d’urgenza raschiò via i resti dal mio utero.
Un anno dopo, attorno alla data dell’aborto, cominciarono gli attacchi di panico. Stavo uscendo di senno. Divenni molto depressa e cercai di uccidermi prendendo un’intera bottiglia di pillole antidolorifiche, e rimasi incosciente per tre giorni. Ero a casa da sola.
Un terapeuta ha lavorato con me per un anno, ma non toccò mai l’esperienza dell’aborto.
Dopo anni di droga, alcool e sesso promiscuo, sapevo che la mia vita doveva cambiare. Andai via dalla città, sposai un uomo meraviglioso; frequentavamo la chiesa e abbiamo dato i nostri cuori a Gesù.
Cercammo di avere un bambino, ma qualcosa non funzionava. La clinica per la fertilità determinò che ero sterile a causa del danno provocato dall’enorme cicatrice lasciata dall’aborto.
Volevo morire. Non potevo stare attorno ai bambini o andare a una festa per una mamma incinta. Mi sembrava di stare scavando una buca e di morire. Caddi in una profonda depressione clinica. Nessuno mi aveva detto che mi sarei mai sentita così.
Rifiutai di pensare all’adozione fino ad un giorno in cui stavo piangendo all’altare ed una piccola bambina di due anni mi mise le braccia attorno e mi disse che mi amava. In quel momento seppi che potevo amare il figlio di qualcun altro come fosse mio. Cominciò la guarigione… Dio però non aveva ancora finito con me.
Una sera ad una conferenza di donne, Dio mi purificò e liberò da ogni senso di colpa e vergogna. Egli mi diede libertà e perdono, facendomi uscire dalla mia prigione personale.
Dopo la metamorfosi spirituale, tornai a casa per ricevere una chiamata dall’ufficio adozioni e la mia bella figlia di cinque mesi e bi-razziale, Arabella, venne a casa a vivere con noi. La gioia fu indescrivibile. Giunsi a capire che, nella sorprendente sovranità di Dio, Egli vede il quadro completo quando noi vediamo solo un’istantanea.
Poco dopo la mia guarigione, divenni assistente in un centro di aiuto alla gravidanza ed ora dirigo il servizio di recupero dall’aborto a Murfreesboro, nel Tennessee.
Voglio dire alle donne danneggiate dall’aborto: C’è speranza. Dio vuole guarirvi e liberarvi.

Testimonianza di Jackie Bullard, Murfreesboro, Tennessee

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29193


Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe dovuto esserci

15 luglio 2008
Quando avevo 17 anni, scoprii di essere incinta. Uno dei miei genitori mi portò da un medico privato che eseguì su di me un aborto per suzione del primo trimestre. L’aborto era stato preorganizzato e fu pagato con la cifra insanguinata di 250 dollari.
Mi dissero che la procedura era molto semplice con dolore minimo, e che tutto sarebbe finito nel giro di qualche minuto. Mi dissero anche che non ci sarebbe stato nulla da preoccuparsi dopo che fosse finito.
Non fui avvisata del fatto che ci sono rischi fisici, mentali ed emotivi legati alla procedura abortiva. Non mi mostrarono nessuna immagine dello sviluppo fetale né mi dissero niente sullo sviluppo fetale. Piuttosto, mi dissero che il mio bambino era solo “un ammasso di tessuto”.
Il giorno del mio aborto, il medico mi chiese se volevo procedere. Dissi “NO”. Mi informò che avrei dovuto parlare al genitore che mi aveva portato. Il mio genitore mi stava facendo pressioni perché abortissi e aveva già organizzato tutto, così mi sentii come un animale spaventato e in trappola che era stato messo in un angolo. Vennero pressioni per farmi abortire anche dallo studio del medico quando mi dissero che eseguivano la procedura fino a 12 settimane di gravidanza. Ero di 11 settimane.
La cosiddetta semplice procedura fu molto dolorosa per me, avendomi fatto solo un’iniezione per darmi una leggera sonnolenza. Gridai al suono della macchina aspiratrice, solo per farmi mettere giù da tre infermiere e farmi dire che avevo bisogno di stare tranquilla per non disturbare le altre che aspettavano fuori dalla stanza.
Quel giorno uscii sentendomi vuota, fatta a pezzi, maltrattata e totalmente violentata. Immediatamente dopo l’aborto, un dolore ed una tristezza immensi mi sopraffecero, pensai al suicidio per la “mia scelta” di piegarmi alle pressioni.
Due anni dopo sposai il padre del bambino abortito, sebbene la relazione avesse avuto molti segnali negativi di maltrattamento. Dopo il matrimonio rimasi incinta, solo per poi abortire spontaneamente a 12 settimane. Non fui mai informata del rischio di aborti spontanei in seguito ad un aborto.
La nascita del mio primo figlio vivo fu molto difficile perché non ero capace di legare con lui e mi ritrovai ad essere molesta verso di lui come bambino.
L’aborto mi ha influenzato in diverse aree: nell’area fisica attraverso l’aborto spontaneo, disfunzione sessuale, malessere ogni anno in coincidenza con la data dell’aborto, abitudini autodistruttive di perdita di peso e nessuna cura o preoccupazione per il mio aspetto. Divenni lavoro-dipendente così non dovevo pensare all’aborto.
Avrò sempre il ricordo di un bambino che avrebbe potuto esserci e avrebbe dovuto esserci. Non andrà mai via. L’aborto ferisce e vittimizza le donne. L’aborto ha ferito me, e mi rifiuto di stare zitta. L’America deve sapere la verità sulla devastazione dell’aborto e come ferisca le donne e gli altri.
Molte zone della mia vita erano in disordine e spezzate. Non sapevo come rimetterle a posto fino a quando decisi di far prendere controllo della mia vita a Gesù Cristo. Egli è l’unica e definitiva Persona che può guarire una donna dal dolore e dalla distruzione dell’aborto. Gesù può liberare chiunque dal dolore del maltrattamento e della schiavitù, ed Egli è fedele alla Sua Parola. Egli è il guaritore e restauratore di tutte le cose.

Tammy Holly è direttrice di Operation Outcry per il Michigan ed è coordinatrice di un servizio di recupero dall’aborto in un centro locale di aiuto alla gravidanza, in cui ha anche prestato servizio come direttrice per sei anni e volontaria per ventun anni.

http://www.operationoutcry.org/pages.asp?pageid=29198


Sono ancora madre, solo che i miei tre figli sono morti

1 luglio 2008
La mia vita è stata devastata dall’aborto. Ho abortito tre volte, e ricordo gli aborti come fosse solo ieri. Ero stesa sul freddo tavolo senza anestesia per il dolore, fissando il soffitto, desiderando di essere da un’altra parte. Sembrava che durasse per sempre, ed il dolore era insopportabile. Nessun quantitativo di anestetico avrebbe potuto mitigare il dolore nel mio cuore e nella mia mente.
Gli aborti a me praticati furono effettuati con il metodo dell’aspiratore. Riuscivo a sentire – dall’aumentato sforzo dell’apparato di suzione – quando una parte o arto del mio bambino veniva estratta. Ogni volta che cercavo di guardare al barattolo con i resti dei miei bambini mi rimandavano giù. Pure oggi sento ancora quel suono d’aspirazione che mi tormenta.
Quegli aborti hanno cambiato la mia vita per sempre. Quando capii che non avrei mai tenuto o visto quei tre bambini, divenni arrabbiata e depressa. Cominciai a bere molto, a fare uso di droga, ed ho tentato il suicidio tre volte.
Anni dopo scoprii che quei tre bambini sarebbero stati i soli bambini che avrei mai portato in grembo.
Perché quel medico abortista mi disse che i miei bambini erano solo un ammasso di tessuto, e che sarebbe stato più sicuro abortire che portare avanti la gravidanza?
Quegli aborti distrussero le mie tube e le mie ovaie, e mi hanno reso sterile. Ogni giorno vivo con la realtà che i soli bambini che avrò mai in grembo li ho uccisi.
Oggi sto ancora vivendo con gli effetti di quegli aborti. Alcuni anni fa ho avuto un’isterectomia a causa del grave danno provocato dalla procedura di suzione.
L’unico modo in cui sono riuscita a vivere attraverso questo incubo è stato giungere a conoscere Gesù Cristo. Egli mi ha perdonata e liberata. 2 Corinti 5,17 dice: “Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.”
Non c’è mai stato un giorno in cui non abbia rimpianto le “scelte” che feci di abortire, o che non pensi a quei tre bambini e chi sarebbero stati. L’aborto non ha risolto i miei problemi, ne ha solo creati altri. Sono ancora madre, solo che i miei tre figli sono morti.
Voglio che il mondo conosca i dannosi, orribili effetti dell’aborto e come distrugge vite, e quindi NON STARÒ PIÙ ZITTA.

Luana Stoltenberg e suo marito Steve sono sposati dal 1985. Vivono a Davenport (Ohio) con il loro figlio Zachary, che è stato adottato dall’India all’età di due anni. Frequentano e fanno parte del direttivo di Calvary Church di Quad Cities.
Luana ha preso parte ai centri di aiuto alla gravidanza di Quad Cities. È stata anche membro del direttivo, tesoriere e portavoce della Life and Family Coalition. Attualmente svolge attività in Operation Outcry. Luana fa anche discorsi pubblici e condivide la sua testimonianza.
Il maggior desiderio di Luana è mostrare agli altri l’amore e la misericordia di Cristo. Ella lo fa dicendo alla gente quanto il Signore ha fatto nella sua vita. Ama raccontare come il Signore l’abbia letteralmente presa e tirata via da una vita di droga, alcool ed aborti, e poi l’abbia messa sul Suo grembo di “Grazia”.

http://64304.netministry.com/images/LuanaStoltenbergJune2005.pdf
Operation Outcry